Forest Bathing e non solo: quali sono e che benefici hanno le tecniche immersive in natura?
Dal shinrin-yoku giapponese all’ecoterapia, fino ai benefici degli ambienti acquatici: cosa dice la scienza (e chi le insegna) sulle pratiche immersive in natura.
Spegnere lo smartphone e immergersi in un bosco. Toccare la corteccia ruvida e porosa di un vecchio castagno o quella fresca ed erbacea di un pioppo; annusare l’aria ad occhi chiusi, osservando i giochi di luce che i raggi del sole diffratti dipingono sulla superficie interna delle palpebre. Camminare a piedi nudi sull’erba, su rametti e sassolini. In un’epoca in cui iperconnessione e isolamento sociale vanno paradossalmente a braccetto, sempre più persone cercano rifugio in pratiche antiche o moderne di immersione profonda negli ecosistemi naturali.
Molte ricerche mostrano infatti che trascorrere del tempo a stretto contatto con la natura può ridurre stress, pressione sanguigna e fatica cognitiva, migliorando umore, sonno e benessere. Tra le pratiche più note c’è il forest bathing o shinrin-yoku, nato in Giappone e diffusosi in gran parte del mondo. Ma non è l’unica forma di immersione naturale oggi studiata: accanto ai bagni di foresta stanno crescendo anche l’ecoterapia, le terapie basate sulla natura e le esperienze nei cosiddetti blue spaces, cioè ambienti acquatici come mare, laghi e fiumi.

Forest bathing: non una passeggiata qualunque
Il forest bathing nasce in Giappone con il nome di shinrin-yoku e consiste in un’immersione lenta e sensoriale nel bosco: si cammina piano, si ascoltano i suoni, si osserva la luce, si respira profondamente, si lascia che l’attenzione si poggi come una farfalla sul paesaggio circostante. Dall’Oriente, la tecnica si è diffusa in molti altri paesi ed è diventata “famosa” con la sua traduzione inglese di forest bathing, letteralmente “bagno nella foresta”. Sebbene non esistano numeri ufficiali, diversi indicatori mostrano una crescita importante della pratica anche nel nostro Paese.
Un importante circuito formativo del settore dichiarava, nell’agosto 2025, oltre 700 diplomati e diplomandi, mentre il PEFC Italia – ovvero il sistema che certifica la gestione sostenibile delle foreste – ha introdotto già dal 2021 uno standard per certificare l’idoneità dei boschi a questo tipo di pratica. Nel 2025 inoltre la Toscana è stata la prima regione a includere la terapia forestale nel programma delle medicine complementari del proprio servizio sanitario regionale.
Marco Bo è un operatore olistico e formatore di forest bathing da molti anni. «Le esperienze che conduco durano generalmente sulle 6 ore», ci spiega. «La giornata inizia con un piccolo cerchio di presentazione, poi ci si addentra nel bosco con una camminata lenta e silenziosa. Da lì si alternano momenti di cammino a pratiche sensoriali, individuali o di gruppo, pensate per riportare l’attenzione al qui e ora».
L’esperienza si concentra molto sull’utilizzo di tutti e cinque i sensi, anche quelli che spesso tendiamo a scordarci nel corso della vita quotidiana. «Lavoriamo molto con i sensi: l’ascolto dei suoni della natura, l’attenzione agli odori del bosco, al tatto, alla vista. Anche il pranzo diventa una pratica, con una degustazione lenta e consapevole», continua l’operatore.

Ma perché dare un nome e una struttura a qualcosa che, a prima vista, potrebbe sembrare una semplice passeggiata nel bosco? Per Enrico De Luca, guida escursionistica, accompagnatore e anch’egli istruttore di forest bathing, la differenza sta soprattutto nella qualità dell’attenzione che si riesce a costruire. «I benefici ci arrivano sicuramente anche con una semplice passeggiata in un bosco», osserva. «Però il rischio è di starci comunque pieni di pensieri, di problemi familiari o di lavoro. Quello che facciamo noi è cercare di far staccare davvero la spina alle persone e far sì che si abbandonino all’esperienza».
I benefici
La letteratura scientifica è ormai abbastanza consistente su alcuni punti. Revisioni e meta-analisi indicano che il forest bathing è associato a riduzione della pressione arteriosa, diminuzione della frequenza cardiaca, miglioramento di alcuni marker dello stress e benefici psicologici su ansia, tono dell’umore e affaticamento mentale. Uno dei filoni più citati in ambito accademico riguarda l’effetto sul sistema immunitario.
Alcuni studi guidati dal ricercatore Qing Li hanno osservato, dopo immersioni in ambiente forestale, una diminuzione dell’infiammazione cronica e un aumento dell’attività di alcuni linfociti – chiamati natural killer – e di alcune proteine intracellulari coinvolte nella risposta immunitaria; in alcuni casi l’effetto è risultato misurabile anche diversi giorni dopo l’esperienza. Anche sul piano psicologico i dati sono interessanti. Una revisione pubblicata su Frontiers nel 2025 sintetizza ricerche che mostrano miglioramenti in stress, ansia, depressione, sonno e benessere fisico generale.

Oltre a questi effetti misurabili, chi pratica e insegna questa attività da tempo ha imparato a riconoscerne altri, meno quantificabili ma altrettanto significativi. «Una cosa che noto spesso – spiega Marco Bo – è che durante queste esperienze si crea una maggiore capacità di relazione con le altre persone. All’inizio della giornata i partecipanti sono estranei, ma col passare delle ore si rilassano anche dal punto di vista sociale e relazionale». Non è raro, spiega, che alla fine dell’esperienza nascano nuove connessioni: «Capita che in una sola giornata le persone si scambino il numero di telefono, si dicano di rivedersi, scoprano di abitare vicino. Nel bosco si sentono più accomunate».
In altri casi, le esperienze immersive in foresta possono essere usate per aiutare persone con difficoltà fisiche o mentali specifiche – in quel caso si parla spesso di forest therapy – o essere rivolte a persone con alcuni tipi di disabilità. Enrico De Luca racconta che fra le esperienze più intense che ha condotto c’è il lavoro con gruppi di persone non vedenti: «Il lavoro sul tatto e sull’udito, da parte loro, è ancora più preponderante – spiega – e mi ha fatto capire che il bisogno di verde e di bosco non passa solo dalla vista, ma può essere vissuto pienamente anche attraverso gli altri sensi».
Non solo boschi: come l’immersione in natura aiuta a curarci
Accanto al forest bathing esiste una galassia più ampia di approcci che usano la natura come supporto al benessere psicofisico. Un filone sempre più popolare è quello delle pratiche immersive negli ambienti acquatici: passeggiate lungo la costa, ascolto delle onde, soste contemplative davanti a laghi e fiumi, surf therapy, attività leggere in mare. Una serie di pratiche che favoriscono il raggiungimento mentale chiamato spesso blue mind, ovvero una sorta di calma e presenza favorite dalla vicinanza all’acqua. Gli ambienti acquatici infatti sembrano avere un forte potere restaurativo e calmante, probabilmente grazie alla combinazione tra paesaggio, suono ritmico, qualità sensoriale, movimento dolce e percezione visiva di apertura spaziale.

In altri casi le esperienze in natura vengono affiancate a percorsi terapeutici o riabilitativi. In quest’ultimo caso parliamo di ecoterapia, un termine ombrello che comprende una serie di pratiche diverse, accomunate dall’idea di trarre benefici psicofisici dal contatto costante con la natura. Sono pratiche molto varie, che assumono anche nomi diversi a secondo del contesto: ortoterapia, attività assistite in spazi verdi, cammini in natura, programmi di gruppo all’aperto, fino a veri e propri percorsi di supporto psicologico in ambiente naturale.
Una rete che continua a crescere
Enrico De Luca e Marco Bo non sono due colleghi qualunque. Sono entrambi fra i fondatori di Richiamo nel Bosco, una rete di accompagnatori turistici, guide escursionistiche ambientali e istruttori di Forest Bathing. La nascita di questa rete è, a modo suo, sintomo e forse effetto della “magia” dei bagni di foresta. «È stata in effetti una piccola magia – racconta Enrico –, ci siamo incontrati come guide attorno all’Oasi Zegna e da lì è nato un collettivo basato sulla collaborazione, in un ambito in cui una rete specializzata di questo tipo ancora non esisteva».
Molte ricerche mostrano che trascorrere del tempo a stretto contatto con la natura può ridurre stress, pressione sanguigna e fatica cognitiva
Enrico, Marco e tante altre guide ed istruttori accompagnano ogni anno con gentilezza decine di persone a ricongiungersi con i boschi. La stessa gentilezza con cui i boschi le accolgono. Può far sorridere l’idea che per ritrovare una connessione profonda con la natura ci sia bisogno di un’esperienza codificata. Eppure, in un’epoca caratterizzata dalla sovrastimolazione cognitiva e dalla difficoltà di vivere il momento presente, a volte è l’unico modo per farlo davvero.
«Il valore aggiunto – spiega Enrico – è avere qualcuno che ti aiuti a portare attenzione al corpo, ai sensi, al respiro, alla relazione con il luogo. Alcuni fattori come riconoscere un valore economico a questa esperienza, entrare in un gruppo in cui si accettano alcune regole comuni e affidarsi a una conduzione esterna, rendono più facile fare cose che da soli spesso non si fanno. Rallentare, spegnere il telefono, restare in silenzio, ascoltarci davvero». Secondo Enrico, il forest bathing non sostituisce i benefici di una semplice passeggiata nel bosco, ma li intensifica: «Noi non facciamo magie», conclude. «Siamo intermediari tra il bosco e le persone. Il grosso del lavoro lo fa il bosco».
Vuoi approfondire?
Italia Che Cambia è media partner del festival Richiamo del Bosco, organizzato dall’omonimo collettivo di cui fanno parte anche Enrico De Luca e Marco Bo. L’edizione 2026 si tiene dal 12 al 14 giugno al Lago di Viverone e avrà come tema conduttore la gentilezza. Seguono aggiornamenti…








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