Nel lavoro come nella vita, è meglio avere meriti o raggiungere gli obiettivi, anche con “mezzucci”?
Viviamo in una società in cui spesso il conseguimento del risultato ipnotizza gli animi e distoglie troppo facilmente lo sguardo dal come ci si è arrivati. È giusto? Esistono delle alternative?
Ricordo un’intervista di fine secolo a una signora che aveva visto quasi tutto il novecento. Alla domanda su cosa la colpisse di più della contemporaneità, diede questa risposta: “Non mi sembra che andiamo bene perché tutti oggi vogliono essere signori e nessuno vuole più lavorare”. Al di là della retorica del “sano” lavoro cui i nonni ci hanno abituati con i loro solenni adagi, frutto di un’etica veramente banale ma che era tutto quello che avevano potuto acquisire, a stupirmi era l’affermazione per cui si voleva essere “signori”, cioè non più figli della fatica – lavorare ha in sé quel gusto e non solo linguisticamente – ma di qualcos’altro.
Il sogno ricorrente – ammettiamolo – è quello di fare fortuna e non pensarci più per dedicarci alle cose che amiamo e che preferiamo fare. Fino a qui tutto molto umano e piuttosto basico, ma il punto è: quanto serve per stare tranquilli in questo modo? 2000 euro al mese? No, troppo poco! 3000, 10000? Quanto? No, mucho mas – cioè “molto di più” – direbbe qualcuno!
La società che stiamo costruendo, per l’insieme delle conseguenze cui siamo arrivati per eredità storica e per pura connivenza morale, non fa sconti a nessuno e tutti siamo chiamati a costruire la nostra destinazione economica. L’estrazione sociale, cosa che ancora esiste, unitamente alla fine del mondo del lavoro inteso come occasione evolutiva e strumento di inserimento sociale, ci colloca in una certa direzione che poi viene perfezionata dalle opportunità che troviamo o ci vengono offerte. Sta nella naturalità delle cose la condizione per la quale se si nasce in una famiglia ricca di mezzi sarà tutto più facile, mentre sarà vero il contrario per una situazione opposta.
La scuola è stata in passato un mezzo per evolvere la propria condizione e si è puntato molto sul merito per permettere a chi non era “nato bene”, come si diceva un tempo, di andare oltre. Tuttavia il merito si è scontrato con un meccanismo di opportunismo puro che da sempre flagella i “migliori” a vantaggio dei “peggiori”, ma dotati di altri skills, come si direbbe in un CV europeo, in quanto a entrature, conoscenze, appannaggi vari e mezzucci.

Pensate al semestre filtro che è stato costruito per togliere il famoso sbarramento all’ingresso della facoltà di medicina che prima era costituito da un test a bruciapelo con meccanismo dentro/fuori: sappiamo che durante i primi esami per valutare la possibilità di procedere in diversi hanno potuto usare mezzi illeciti come suggerimenti vari dal web e addirittura completo ricorso all’IA. La reazione è stata quella di accusare e perseguire solo quelli di cui si ha prova certa e poi creare varie strategie per correggere il tiro.
Sia chiaro che non accuso nessuno di tutto questo, non ho una visione così approfondita delle responsabilità di chi ha creato tutto questo e credo che provare a fare qualcosa di diverso del famoso dentro/fuori sia stata una buona idea. Quello che mi lascia interdetto è il “permesso” indiretto di procedere che è stato concesso a chi ha barato. Forse, nei prossimi mesi o anni, la magistratura riaprirà i termini e darà nuovi diritti, ma quello che rilevo è che, ancora una volta, abbiamo premiato chi ha studiato e, nello stesso tempo, chi non ha studiato affatto ma si è attrezzato per evitare fatica e arrivare lo stesso al risultato.
Quindi “signori” si nasce o si diventa, grazie a tanto sforzo o anche grazie a tanta capacità di fregare gli altri! E sì, perché qui la morale è diventata che solo il risultato conta. Il conseguimento del risultato ipnotizza gli animi e distoglie troppo facilmente lo sguardo dal come ci si è arrivati. Lo vediamo praticamente ovunque e palesemente nei meccanismi che promettono rapido arricchimento e capita che chi ha voglia di riuscire sia messo davanti a una serie di possibilità concrete che si riducono a tre modi fondamentali ovvero usare un valore che già si possiede, procurarsi un valore costruendolo veramente, accaparrarsi un valore togliendolo agli altri.
Ma non è una scelta facile perché alle spalle preme una pressione economica che toglie tempo e serenità e tutti sono confrontati con il bisogno di andare oltre e non fermarsi a quello che hanno già, soprattutto se insufficiente per tutto quello che si percepisce come necessario. Tutti i movimenti culturali alternativi degli ultimi decenni hanno puntato sul fatto di ridurre le richieste, limitare il consumo, gestire i propri bisogni e prestazioni con strumenti degni e opportuni anche per “salvare” il pianeta, abbracciando una filosofia ecologica rispettosa dell’ambiente, dell’etica e della cultura.
Ho conosciuto tanti che hanno cercato di stare su questa linea senza abbassarsi troppo, senza perdere quella condizione che ritenevano propria e questo li ha portati a cercare stipendi relativamente alti o posti al sole in altrettante strutture dedicate al “sociale” piuttosto ricche, dove l’energia di mantenimento è alta e l’output condizionato dai risultati a breve e dall’ottenimento delle risorse. Altri ancora hanno reagito a tutto questo con una dignitosa ricerca di un posto sicuro più un impegno civile anche gratuito, accontentandosi di quello che consentiva loro di vivere al meglio loro possibile.
Il conseguimento del risultato ipnotizza gli animi e distoglie troppo facilmente lo sguardo dal come ci si è arrivati
Una società organizzata in questi termini però non può non produrre tanti esclusi: se quello che merita davvero è solo il primo, se quello che ha diritto è uno dei pochi che sono arrivati con le proprie gambe o con quelle degli altri, se davvero promuoviamo l’idea che i leader sono quelli che conducono e agli altri non ci resta che seguirli, come possiamo evitare di costruire una società già divisa dal momento che non c’è posto per fragilità, dubbio, parziale capacità o incapacità, lentezza e tanto altro? Non si nota che questo meccanismo è davvero troppo tribale per costruire felicità o anche solo reale soddisfazione? Come potrebbe, se portato alle estreme conseguenze, non generare una condizione peggiorativa?
Conosco però anche tanti altri che vivono di quello che sanno fare, che provano a migliorare la propria condizione e quella degli altri senza mirare al solo proprio vantaggio ma tenendo conto del quadro completo, consci del fatto che forse non avranno mai quel potere che consentirebbe loro di realizzare subito i propositi evolutivi che perseguono ma anche di quanta possibilità ci è data in questo tempo per un confronto alla pari e diretto che potrebbe generare una forma di coesione partecipativa come non si era mai realizzata prima.
Le incongruenze del cosiddetto “sistema” sono tali e tante che non ha più nemmeno senso parlarne se non nella misura utile ai fini di progetti specifici mentre adesso è solo questione di organizzare una partecipazione motivata a percorsi che possiamo progettare e costruire per realizzare direttamente quello che riteniamo migliore. La condizione di accesso però è quella di rinunciare ai mezzucci, agli adattamenti che fanno media con situazioni inaccettabili, e puntare su percorsi forse più lunghi ma sensati, senza impeti missionari o eroici, semplicemente costruendo condizioni abbastanza larghe per accogliere tutti, abbassando l’asticella dell’accesso sociale alle risorse e alle abilitazioni che davvero consentirebbero a tutti di partecipare e avere forse qualcosa di meno ma di migliore.
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