Ma figli e figlie dell’emigrazione sarda, come vivono il rapporto con la Sardegna?
C’è chi cresce tra richiami continui alle origini e chi le scopre più tardi, quasi per caso. Due storie che raccontano i legami che nascono dall’emigrazione.
«Mio nonno mi diceva: “Tu sei sarda!”. Ma io rispondevo: “Nonno, son di Roma”». Così Federica Seddaiu, attrice e stand-up comedian, racconta il suo rapporto con il nonno Giovanni Giuseppe (Peppe) Seddaiu, thiesino emigrato in “continente”, e attraverso di lui il suo legame con la Sardegna. Peppe Seddaiu fece parte di quella fetta relativamente piccola di sardi che lasciò l’isola nel periodo tra le due guerre.
«A sei anni lo fecero servo pastore perché era morto il babbo, poi lo mandarono a fare il militare: lì prese la licenza elementare e imparò a leggere e scrivere recitando a memoria i canti dell’Inferno. A vent’anni anni partì per Roma, dove aprì una cava abusiva di tufo», racconta. L’incredibile storia di suo nonno è confluita nello spettacolo teatrale Canto 33, che Federica Seddaiu porta in scena dal 2023.

In un’intervista per L’Unione Sarda, l’esperto di emigrazione Aldo Aledda sottolineava una cosa spesso ovvia per chi emigra, ma raramente menzionata quando si parla di emigrazione sarda. “Uno dei miti da sfatare è che lasciare la Sardegna si traduca necessariamente in sofferenza. Gli emigrati di prima generazione possono avere sì nostalgia dell’Isola, ma non voglia di ritornare”, dice Anedda. “Dinamica diversa per i loro figli o nipoti, che da emigrati di seconda e terza generazione sviluppano, rispetto a genitori e nonni, una maggiore curiosità” nei confronti del luogo d’origine. Come vivono, i figli e nipoti di sardi che hanno scelto di lasciare l’isola e stabilirsi fuori, il loro rapporto con la Sardegna?
Quanto e come di questo rapporto è stato trasmesso, negoziato, discusso all’interno della famiglia? Se Federica Seddaiu è una sarda “di seconda generazione”, per Alessia Pilloni, archeologa e dottoranda in astronomia babilonese nella Freie Universität di Berlino, il suo legame “di sangue” con la Sardegna passa attraverso il padre, nato ad Armungia ed emigrato in Piemonte negli anni ’80 per lavorare come militare. «Mia nonna e tutta la sua famiglia, da generazioni tracciabili fino al 1600, è di Armungia. Mio padre è forse l’unico che se n’è andato. A 18 anni, dal contesto locale del paese, si è ritrovato dentro un esercito che rappresentava tutta la nazione; non so che effetto abbia avuto questo sul suo senso di identità», racconta.
«Lui mi ha sempre portato in Sardegna ma quasi mai ad Armungia. Avevamo pochi contatti con la famiglia e io ho rivisto i miei nonni solo dopo tantissimo tempo, quando ormai avevo dieci anni. Sono felice di parlare della mia identità sarda, ci ho riflettuto tantissimo», dice. «A volte ti accorgi di qualcosa di te solo quando qualcuno ti fa scoprire quanto è bella: per me la mia scoperta del legame con la Sardegna è iniziata così. Quando ho conosciuto una compagna di scuola che era figlia di sardi anche loro emigrati e, a differenza mia, parlava benissimo il sardo. Fino a quel momento non era molto chiaro per me».

Emigrazione, tra sardità spinta…
«Mi arrabbiai moltissimo con mio padre, perché non aveva voluto insegnarmi in sardo. Sì, lo sentivo parlare al telefono con i famigliari, ma non era una cosa che riguardava me», racconta sempre Alessia Pilloni. «Solo dopo quella discussione le cose cambiarono e iniziò a dirmi qualche frase in sardo». Una situazione molto diversa da quella di Federica Seddaiu che, nella casa paterna a Ostia, riceveva dal nonno continui rimandi rispetto alle sue origini. «Mio nonno, con cui sono cresciuta, aveva sempre questa sardità spinta. A casa sua si parlava sardo, si cucinava sardo; portava sempre la berritta, la domenica cucinava l’agnello e quando scendeva a Thiesi faceva scorta di cibo di paese».
Eppure, il nonno e la nonna – anche lei thesina – avevano scelto di non entrare nella grande comunità dei sardi di Ostia né di partecipare alle attività del circolo sardo locale. «Da giovane mia nonna Nicolina portava i capelli lunghissimi, legati nella crocchia tradizionale. Quando, negli anni Cinquanta, si trasferì con mio nonno a Roma, tolse “il costume” e si tagliò i capelli corti», racconta sempre Federica Seddaiu. «Al tempo, la maggior parte dei sardi viveva nelle baracche a Nuova Ostia, all’idroscalo: erano emarginati in quanto poveri e immigrati, una comunità che socialmente era considerata più in basso. Per questo i miei nonni scelsero di andare a vivere in una piccola casa e stringere amicizie fuori dalla comunità dei sardi».
Il recupero di un legame con l’isola continua negli anni della crescita
Un rapporto con la Sardegna vissuto nella dimensione intima, ma interrotto in quella sociale. Per Federica Seddaiu, che non si sentiva “sarda”, le cose iniziano a cambiare quando il nonno acquista una casa a Thiesi. «Quando ho cominciato a venire in Sardegna in vacanza ho capito cosa voleva dire lui. Qui avevo tutti i miei parenti, una banda di cugini; giocavamo in mezzo alla strada, stavamo tutti sotto questa grande quercia a mangiare insieme, a raccogliere more… Di quelle vacanze, ho ricordi prima di tutto di comunità, una cosa che a Roma non conoscevo».
…e legami da recuperare
Per Alessia Pilloni, il recupero di un legame con l’isola continua negli anni della crescita, complice anche il tempo passato da adolescente insieme alla compagna del padre, anche lei sarda, e alla sua famiglia. «Con loro ho iniziato a espormi veramente alla lingua sarda, perché la parlavano tra loro», racconta. «Poi, durante la triennale, sono andata fare uno scavo archeologico a Sassari: è stato allora che anche in mio padre si è riacceso l’interesse per la Sardegna».

«Non so se mio padre si vergognasse del suo essere sardo», aggiunge. «Ma in quegli anni era normale. Ancora oggi i sardi immigrati in “continente” che conosco hanno questo complesso, sono timidi e riservati, come se stessero opprimendo una parte di sé». E alla domanda sul se sia stata lei a riallacciare il legame di suo padre con la Sardegna, risponde che «sotto vari punti di vista, sì». Per Federica Seddaiu invece la percezione di un legame profondo con l’isola si è tradotto in una scelta radicale: lasciare Roma per trasferirsi a Thiesi, nella vecchia casa del padre.
«La svolta è stata il primo viaggio che ho fatto da sola, ormai adulta, in Sardegna. Ho preso il traghetto e quando sono sbarcata, mentre stavo percorrendo la strada da Olbia a Thiesi, mi son sentita questo calore nel petto che mi ha fatto dire: ma che c… mi prende?», ride. «È stata una delle vacanze più belle della mia vita». Dopo qualche anno, la scelta di cambiare vita. «Ho riscontrato tante difficoltà, soprattutto lavorative, ma non mi sono mai pentita. Oggi ho veramente ripreso contatto con le mie origini. Quando mi dicevano “sei una Seddaiu!” era vero; ho un carattere simile ai miei famigliari anche se ci siamo frequentati poco. E questa cosa è il sangue».
Anche per Alessia Pilloni il “sangue” c’entra qualcosa. «Il mio ragazzo, catalano, mi chiede perché mi sento così tanto sarda rispetto alle altre mie origini, ad esempio quelle siciliane di mia madre. Il fatto è che io mi sento molto più connessa con la lingua, con la cultura della Sardegna», racconta. «Mi sento molto più sarda, non oso dire che lo sono al 100% ma la connessione che sento dentro di me è pura, non mi devo giustificare. Quando ce l’hai un po’ nel sangue ti senti molto connesso con la Sardegna. Fiera».










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