29 Aprile 2026 | Tempo lettura: 6 minuti
Ispirazioni / Questione di risorse

Quanto inquinano le guerre? Dall’Iran all’Ucraina, le ferite invisibili che restano per decenni

L’impatto delle guerre su ambiente e clima è spesso invisibile ma devastante e viola un diritto universale riconosciuto dall’ONU. In che modo? Ce lo spiega Sofia Farina di Source International.

Autore: Source International
guerre inquinamento1

Se la mattina del 9 marzo 2026 foste usciti di casa in un quartiere di Teheran, vi sareste ritrovati nel giro di pochi minuti con le labbra che bruciavano e gli occhi che lacrimavano, davanti a uno scenario – letteralmente – apocalittico: una fitta pioggia nera scendeva sulla città da ore

Nei giorni precedenti infatti, attacchi aerei avevano colpito le sedi di grandi impianti petroliferi e depositi di carburante nell’area metropolitana, liberando per giorni nell’aria sostanze tossiche e contaminanti che, secondo autorità sanitarie ed esperti, stavano già compromettendo la salute pubblica, oltre a quella del suolo e delle falde acquifere. Si tratta di un caso estremo, ma non isolato: perché le guerre non distruggono solo corpi e infrastrutture nell’immediato, ma continuano a ferire terra, acqua e aria molto a lungo dopo la fine ufficiale dei combattimenti. 

Quando la terra continua a bruciare 

Tra gli effetti più persistenti e meno visibili della guerra ci sono quelli che colpiscono il suolo e l’acqua. Esplosioni, incendi e bombardamenti rilasciano metalli pesanti, idrocarburi e altri composti tossici che si infiltrano nei terreni, raggiungono le falde, i fiumi e le coste ed entrano nella catena alimentare. Quando vengono colpiti depositi di carburante, impianti industriali o infrastrutture energetiche, la contaminazione si estende ben oltre il punto dell’impatto, compromettendo acqua potabile, agricoltura ed ecosistemi per anni.  

guerre

È una forma di distruzione particolarmente insidiosa, perché spesso resta invisibile agli occhi. In Ucraina, per esempio, l’inquinamento dei suoli da metalli pesanti e residui bellici sta mettendo a rischio vaste aree agricole, mentre infrastrutture industriali bombardate e mezzi abbandonati continuano a rilasciare contaminanti nei corsi d’acqua e nel Mar Nero. 

Il caso della distruzione della diga Kakhovka è forse il caso più eclatante. La distruzione della diga il 6 giugno del 2023 ha provocato uno dei più grandi disastri ambientali mai avvenuti in Europa. Più di due anni dopo le ripercussioni ambientali – e di conseguenza sanitarie – nella città di Zhaporozhe continuano a essere drammatiche. La popolazione è tuttora esposta ad alte concentrazioni di metalli pesanti e l’accesso a tutta l’area che un tempo era il lago di Kakhovka è ancora interdetto. 

Anche in Libano il conflitto ha lasciato dietro di sé una distruzione e una contaminazione che continuano a danneggiare i territori agricoli, importante fonte di sostentamento per i suoi abitanti. Incendi, distruzione di infrastrutture e uso di armi come il fosforo bianco sollevano interrogativi pesanti sulle conseguenze a medio e lungo termine per i suoli, le coltivazioni, le risorse idriche e gli ecosistemi locali. Ma anche le cosiddette armi convenzionali rilasciano nell’ambiente grandissime quantità di metalli pesanti che si inseriscono nella catena alimentare e ci rimangono per decine e decine di anni. A tutto ciò, si aggiunge l’eredità di mine, ordigni inesplosi e residui chimici, che ostacolano il ritorno delle comunità e la rigenerazione ecologica per decenni. 

5 milioni

Le tonnellate di CO₂ equivalente prodotte nei primi 14 giorni di guerra all’Iran

5,5%

La quota di emissioni globali attribuibile ai conflitti armati

2022

L’anno in cui l’ONU ha riconosciuto il diritto a un ambiente sano come diritto umano universale

L’impatto sul clima  

L’impatto climatico delle guerre è forse meno intuitivo. Incendi, bombardamenti e attacchi a raffinerie, depositi di carburante e altre infrastrutture fossili rilasciano grandi quantità di gas serra e di altri inquinanti climalteranti, come anidride carbonica, metano, black carbon e composti dello zolfo, che contribuiscono al riscaldamento globale e possono alterare anche i regimi delle precipitazioni su scala regionale. Nel complesso, si stima che i conflitti armati siano responsabili di quasi il 5,5% delle emissioni globali di gas serra: circa il doppio di quelle prodotte dall’aviazione e dal trasporto marittimo messi insieme.

A pesare sono il consumo di carburante di mezzi, aerei e navi militari, l’esplosione di armi e munizioni, gli incendi di infrastrutture industriali e, più indirettamente, la distruzione di foreste e zone umide che funzionano da serbatoi naturali di carbonio. A questo si aggiunge un effetto strutturale: i paesi colpiti dalla guerra perdono spesso per anni la capacità di investire nella transizione energetica, nella tutela degli ecosistemi e nell’adattamento climatico.  

Il caso iraniano lo mostra con particolare evidenza: secondo le ultime analisinei primi 14 giorni di conflitto sono state prodotte 5.055.016 tonnellate di CO₂ equivalente; un volume che, se proiettato su base annua, supera le emissioni combinate di 84 paesi a basse emissioni. La quota maggiore deriva dalla distruzione di circa 20.000 edifici, dal carburante consumato da aerei, veicoli e navi militari e soprattutto dagli incendi e la combustione di petrolio e carburanti in seguito agli attacchi contro depositi e infrastrutture energetiche. È un dato che rende evidente quanto rapidamente una guerra possa trasformarsi anche in un evento climatico, capace di immettere in atmosfera in pochi giorni una quantità inimmaginabile di emissioni.  

guerre
L’inondazione conseguente alla distruzione della diga Kakhovka

Una promessa ancora disattesa 

Nel 2022 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha riconosciuto il diritto a un ambiente sano come diritto umano universale. Ma purtroppo, soprattutto nei contesti di guerra e post-guerra, questo diritto rimane largamente inapplicato. E così, ad esempio, se un esercito che bombarda un deposito petrolifero accanto una città di dieci milioni di abitanti raramente risponde delle conseguenze ambientali. 

Gli inquinanti però non rispettano i confini delle mappe. E allora parlare dell’impatto ambientale delle guerre non significa distogliere l’attenzione dalle vittime ma allargare lo sguardo, riconoscere che il diritto a vivere in un ambiente sano non è un lusso da proteggere solo in tempo di pace, ma una dimensione fondamentale della dignità umana che le guerre violano in modo sistematico e spesso impunito.

E significa anche riconoscere che il danno ambientale non è un effetto collaterale minore: colpisce la salute pubblica, la sicurezza alimentare, l’accesso all’acqua, la possibilità di tornare a casa, coltivare un campo, allevare animali, ricostruire una vita. E nel lungo termine può provocare un numero di vittime addirittura superiore a quelle del conflitto in sé. Per questo monitorare, raccogliere prove e costruire strumenti di accountability non è un esercizio tecnico, ma una condizione necessaria per dare sostanza a un diritto che, altrimenti, rischia di restare una promessa nobile ma incompiuta. 

Questo articolo fa parte della rubrica “Questione di risorse“, curata dal team di Source International ETS. Uno spazio in cui si parla di risorse – dall’energia all’acqua, dal cibo ai minerali – ma anche di giustizia e diritti, di cambiamento climatico e di equilibri geopolitici.