18 Maggio 2026 | Tempo lettura: 9 minuti

Cosa sai di spreco alimentare? Ma soprattutto: cosa puoi fare per combatterlo?

Ogni anno una parte enorme del cibo prodotto nel mondo viene persa o sprecata. Ridurre lo spreco alimentare significa proteggere risorse naturali, ridurre emissioni, alleggerire i costi economici e ripensare il nostro rapporto con il cibo. La biologa nutrizionista Sabina Bietolini approfondisce il tema con dati, analisi delle cause e soluzioni al problema.

Autore: Redazione
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Nel settembre 2015 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato l’Agenda 2030, che fra i vari punti si concentra anche sulla riduzione dello spreco alimentare: non solo nei negozi e nelle case, ma lungo tutta la filiera, dalla produzione alla distribuzione (FAO, 2022). Lo spreco alimentare può sembrare un problema secondario, che tendiamo ad associare semplicemente al cibo che buttiamo. Ma il fenomeno racconta qualcosa di molto più profondo e mette a nudo i malfunzionamenti della catena con cui produciamo, distribuiamo e diamo valore al cibo. Parliamo di terra coltivata, acqua usata, energia consumata, lavoro umano, trasporti, imballaggi, emissioni e vite animali coinvolte in processi produttivi che, alla fine, non nutrono nessuno.

Quanto costa lo spreco alimentare?

Lo spreco alimentare ha un costo ambientale, economico e sociale elevato. Secondo le stime FAO e UNEP (2024), circa un terzo del cibo prodotto nel mondo viene perso o sprecato ogni anno, mentre il 28% della popolazione mondiale – circa 2,3 miliardi di persone – soffre di insicurezza alimentare moderata o grave. Anche il costo economico è rilevante. In Europa il costo dello spreco alimentare è pari a 132 miliardi, in Italia a 16 miliardi (Dati FAO, Waste Watcher, 2026).

C’è poi il costo ambientale. Produrre cibo che non verrà mangiato significa generare emissioni climalteranti, consumare acqua dolce, usare superfici agricole, fertilizzanti, carburanti e imballaggi. In altre parole, lo spreco alimentare amplifica la pressione sugli ecosistemi senza generare nutrimento. Si stima che il costo ambientale sia pari ad una produzione di circa il 10% delle emissioni globali di gas serra, un consumo, inutile, di circa un quarto dell’acqua mondiale e del 30% delle superfici agricole (UNEP, 2021).

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Sabina Bietolini, biologa nutrizionista

Un altro aspetto spesso meno raccontato riguarda le altre specie animali. Una parte del cibo sprecato proviene da allevamenti intensivi, sistemi in cui gli animali sono frequentemente cresciuti in condizioni di forte sofferenza. Il costo animale dello spreco alimentare è stimato attorno  ai 18 miliardi di animali (Klaura et al, 2023), spesso allevati con ben poca attenzione alle loro condizioni di vita, alla sofferenza e al maltrattamento a cui sono sottoposti, sfruttati in processi produttivi incentrati sul guadagno piuttosto che principi etici. 

Quando carne, latte, uova o altri prodotti animali vengono buttati, lo spreco riguarda anche quelle vite. Un doppio spreco quindi che diventa triplo quando si considera che con i cereali e legumi usati per i mangimi si potrebbero nutrire molte persone, mentre nel mondo una persona su 12 muore di fame. Si comprende quindi come lo spreco alimentare non sia solo gettare cibo, ma abbia implicazioni ambientali, economiche, di salute pubblica, di giustizia sociale, di rispetto degli animali e delle future generazioni.

Che cosa significa “spreco alimentare”?

Ma cosa si intende esattamente per “spreco alimentare”? La FAO lo definisce come “l’insieme di prodotti alimentari, scartati per varie ragioni, commerciali, estetiche, non consumati in ristorazione, seppure si tratti di prodotti ancora commestibili e potenzialmente destinabili al consumo umano o animale e che, invece, vengono gettati”. La definizione comprende quindi cibi che potrebbero ancora nutrire persone o in alcuni casi altri animali, ma che vengono eliminati lungo la filiera.

18 miliardi di animali

Il costo equivalente dello spreco alimentare che grava sugli animali

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Le organizzazioni che fanno parte del Banco Alimentare, primo progetto in Italia contro lo spreco alimentare

28%

La percentuale di persone nel mondo che soffre di insicurezza alimentare

Lo spreco alimentare può avvenire in ogni fase: nei campi, durante la trasformazione, nel trasporto, nei magazzini, nei punti vendita, nella ristorazione e nelle case. Non esiste un unico responsabile: lo spreco alimentare è un problema di sistema, fatto di tanti passaggi e tante scelte. Nella produzione agricola, per esempio, frutta e verdura possono essere scartate perché troppo piccole, troppo grandi o considerate “brutte”, pur essendo perfettamente commestibili.

Nella distribuzione possono pesare una cattiva gestione delle scorte, problemi nella catena del freddo o la necessità commerciale di avere scaffali sempre pieni, fino ai comportamenti picky – in inglese “selettivo”, “esigente” – dei consumatori, come il rifiuto di prodotti esteticamente imperfetti. Nelle case invece lo spreco nasce spesso da acquisti eccessivi, offerte 3×2 e sconti che spingono a comprare più del necessario, conservazione poco adatta dei prodotti e scarsa conoscenza delle date di scadenza.

Comprendere le date di scadenza

Capire le etichette è uno dei modi più semplici per ridurre lo spreco alimentare domestico. A tale riguardo è opportuno sottolineare che esiste una profonda differenza tra “da consumarsi entro” e “da consumarsi preferibilmente entro”. Nel primo caso, spesso alla scadenza il prodotto non è più consumabile, con rare eccezioni, come i prodotti fermentati che si mantengono anche vari giorni dopo la scadenza, ad esempio gli yogurt. 

Nel secondo caso invece la scadenza non è indicativa di prodotto inadeguato al consumo, ma rappresenta soltanto una indicazione per consumare il prodotto al meglio delle sue caratteristiche organolettiche. Un esempio potrebbe essere quello dei cracker che possono perdere un po’ la croccantezza, ma in quanto prodotti secchi, mantengono la loro edibilità per vari mesi.

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Come per i cracker – che dopo il termine minimo di conservazione potrebbero risultare meno fragranti ma restare ancora commestibili se integri e conservati correttamente – lo stesso vale per molti prodotti secchi. Naturalmente servono sempre buon senso, attenzione all’odore, all’aspetto, alla confezione e alle indicazioni specifiche. La Commissione europea stima che fino al 10% degli 88 milioni di tonnellate di sprechi alimentari prodotti ogni anno nell’UE sia connesso all’indicazione della data di scadenza sui prodotti alimentari, che le persone non interpretano correttamente (EFSA, 2020).

Cosa si sta muovendo in Europa

A livello europeo sono nati diversi progetti per aiutare imprese, amministrazioni, negozi e persone a ridurre lo spreco alimentare. Tra questi c’è SISTERS, un progetto europeo pensato per intervenire su più punti della filiera: produzione, distribuzione, vendita e consumo (SISTERS. Horizon Project, 2020-2026) . Il progetto, attivo fino ad aprile 2026, lavora su alcune innovazioni anti-spreco. Tra queste ci sono:

  • Una piattaforma di filiera corta, Regioneo, che collega produttori e acquirenti locali e può facilitare la vendita delle eccedenze;
  • Imballaggi di origine biologica e compostabile, realizzati a partire da materiali vegetali innovativi;
  • Linee guida per aiutare imprese e persone a prevenire lo spreco nella vita quotidiana;
  • Sistemi di etichettatura dinamica, capaci di segnalare in modo più immediato le condizioni del prodotto;
  • Contenitori intelligenti per la distribuzione di bevande, dotati di sensori che monitorano parametri come temperatura, umidità, ossigeno e anidride carbonica.

lo spreco alimentare non è solo gettare cibo, ma ha implicazioni ambientali, economiche, di salute pubblica, di giustizia sociale, di rispetto degli animali e delle future generazioni

L’aspetto interessante di queste soluzioni è che non scaricano tutta la responsabilità sulle singole persone, ma provano ad agire sul sistema: logistica, imballaggi, informazione, vendita e conservazione.

E in Italia?

Anche in Italia esistono realtà che lavorano da anni sulla prevenzione dello spreco alimentare. Una delle più conosciute è Last Minute Market, impresa sociale nata come spin-off dell’Università di Bologna, che dal 1998 promuove buone pratiche per recuperare eccedenze e diffondere modelli più circolari. Un altro riferimento è Waste Watcher International Observatory on Food and Sustainability, osservatorio nato nel 2013 per monitorare lo spreco alimentare domestico e aumentare la consapevolezza pubblica sul tema. I suoi rapporti aiutano a capire quanto, dove e perché sprechiamo, offrendo dati utili anche per orientare politiche e campagne di prevenzione.

Vi sono poi realtà più piccole, ma non per questo meno efficaci, distribuite in varie città d’Italia, nate dall’unione di persone giovani e volenterose di innescare il cambiamento: il  progetto Alimentando, nato da quattro amici di Pavia nel 2014, con l’obiettivo di contrastare lo spreco alimentare, che promuove raccolte di cibo, donandolo alle famiglie meno abbienti e creando reti di solidarietà. Sempre nel 2014, a Milano, prende vita il progetto di Recup con l’obiettivo di combattere lo spreco alimentare e donare alla comunità gli alimenti recuperati nei mercati rionali, collaborando anche con il Banco Alimentare. 

Ad Albenga invece, nel 2022, dall’incontro di tre giovani studenti, dediti all’innovazione nell’ambito dell’economia circolare, nasce il progetto Agree che progetta un rivestimento da applicare su frutta e verdura per prolungarne la durabilità anche del triplo del tempo, durante la fase distributiva. È stato chiamato Ally ed è una sorta di seconda buccia degli alimenti, inodore, atossica, incolore, commestibile, di origine vegetale, quindi innocua per i consumatori. 

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Recup in azione a Milano

Spostandoci a Torino, circa dieci anni fa, approda il famoso progetto americano Food Not Bombs che alcuni giovani volontari concretizzano recuperando cibo ancora commestibile da locali e mercati, trasformandolo in pasti 100% vegetali e quindi molto più sostenibili per l’ambiente, da distribuire ai bisognosi e ai senzatetto. Queste esperienze, in gran parte incentrate sul volontariato, mostrano che lo spreco alimentare non si combatte solo con la buona volontà individuale. Servono reti, dati, strumenti, educazione e politiche pubbliche capaci di rendere più semplice la scelta giusta. 

E in questa ottica, fa ormai da apripista dalla fine degli anni ottanta, il Banco Alimentare, che conta attualmente ben 21 organizzazioni territoriali e che, con il supporto di centinaia e centinaia di volontari, raccoglie cibo da negozi, ristoranti, supermercati, scuole, nonchè organizza ogni anno a novembre la Giornata Nazionale della Colletta Alimentare.

Cosa possiamo fare nella vita quotidiana?

Ridurre lo spreco alimentare comincia da gesti molto concreti. Il primo è dare più valore al cibo: pianificare la spesa, controllare ciò che abbiamo già in casa, acquistare quantità realistiche e conservare gli alimenti nel modo corretto. È utile anche imparare a leggere le scadenze, distinguendo tra “da consumarsi entro” e “da consumarsi preferibilmente entro”. Gli avanzi possono diventare nuovi pasti, le eccedenze possono essere condivise o donate quando possibile, mentre ciò che non è più commestibile va conferito correttamente nella raccolta dell’organico.

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Volontarie del Banco Alimentare

Anche la scelta di acquistare da produttori locali può aiutare: filiere più corte, relazioni dirette e maggiore conoscenza di chi produce possono rendere più facile comprare ciò che serve davvero, valorizzando prodotti imperfetti dal punto di vista estetico ma buoni da mangiare. Un’altra scelta riguarda la dieta. Preferire più spesso alimenti vegetali può ridurre l’impronta ecologica della nostra alimentazione, perché in genere richiede meno risorse rispetto alla produzione di alimenti di origine animale. Non si tratta di trasformare ogni gesto in una colpa individuale, ma di riconoscere che le abitudini quotidiane, sommate, possono orientare il cambiamento.

Ecco un elenco riassuntivo dei consigli pratici per i consumatori secondo le indicazioni della FAO (2020):

  • Dare valore al cibo
  • Donare quando si ha eccesso di prodotti
  • Controllare le scadenze, all’acquisto e in casa
  • Evitare acquisti eccessivi
  • Riciclare gli avanzi
  • Conferire correttamente alla raccolta differenziata
  • Preferire i cibi vegetali che consumano minori risorse del pianeta
  • Conservare il cibo con saggezza, scegliendo la modalità più idonea al prodotto
  • Consumare meno acqua
  • Acquistare da produttori locali