21 Maggio 2026 | Tempo lettura: 7 minuti
Ispirazioni / ICC TV

Elogio del “non fare”, in agricoltura così come nella vita di tutti i giorni

Un dialogo con Kutluhan Özdemir, contadino che si ispira all’agricoltura del “non fare” di Masanobu Fukuoka, per capire come applicare questi principi nella quotidianità, per una vita più rilassata e consapevole. Ne parliamo con Ezio Maisto, autore del video, che si inserisce in un ciclo chiamato “Incontri”.

Autore: Francesco Bevilacqua
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Uno specchio d’acqua di montagna, un bosco, due sedie. È questa la scenografia essenziale del video che vi presentiamo oggi, il primo di un format che Ezio Maisto, regista e autore, ha pensato di battezzare “Incontri”. Proprio con Ezio – che è anche co-fondatore e presidente della Rete per l’ Agricoltura Naturale (RAN) – abbiamo chiacchierato dei temi che emergono da questa puntata pilota, che parte dal pensiero del botanico e filosofo giapponese Masanobu Fukuoka, teorico del “non fare” in agricoltura.

Le due sedie in mezzo al bosco sono occupate da Kutluhan Özdemir – contadino e divulgatore, oltre che fondatore e direttore tecnico della RAN – e Daniel Tarozzi, giornalista e co-fondatore di Italia Che Cambia. Il dialogo che si sviluppa è spontaneo, acquisisce profondità dal contesto che invita a rallentare, a riflettere, al silenzio e all’ascolto. Al “non fare”, appunto. E a come traslare questa filosofia dal campo alla vita quotidiana, spesso prigioniera di tempi ben scanditi, impegni inderogabili e una sottile tirannia che ci costringe a non fermarci mai, a over-performare, a strafare.

Com’è nata l’idea di un format in stile cinematografico e perché hai deciso di partire dai due protagonisti di questo video?

La comunicazione video è cambiata moltissimo con l’avvento dei social e in particolare di piattaforme come Instagram. Questo ha sicuramente moltiplicato il numero di creator e la quantità di contenuti prodotti, ma spesso a discapito della profondità e della cura narrativa. L’idea di questo format nasce da due spinte. La prima è il desiderio di parlare anche a quella parte di pubblico che continua ad amare il cinema, considerandolo ancora uno spazio capace di un racconto più profondo, contemplativo e stratificato rispetto alla comunicazione veloce dei social.

Per questo ho deciso di partire da Kutluhan Özdemir e Daniel: due persone di cui conosco bene la sensibilità e la profondità umana, avendo condiviso con loro anni di lavoro, riflessioni ed esperienze. La seconda spinta è il desiderio di creare contenuti che non “invecchino” il giorno dopo la pubblicazione. Non prodotti usa e getta pensati solo per inseguire l’algoritmo, ma racconti capaci di restare e magari di diventare col tempo tasselli di una piccola memoria collettiva.

Un tema che emerge durante la chiacchierata è quello della tirannia del tempo. Partendo dalla filosofia del “non fare”, Daniel invita a riflettere sul fatto che non è necessario riempire ogni secondo della nostra vita facendo qualcosa. Come si può applicare questo concetto al mondo dei media, dell’informazione e del filmmaking, in un’epoca in cui – soprattutto in TV, ma non solo – ogni secondo vale un sacco di soldi?

Mi viene in mente il celebre discorso di Robert F. Kennedy in cui, qualche mese prima di essere assassinato, dice che il PIL misura tutto, «tranne ciò che rende la vita degna di essere vissuta». Credo che il discorso sul tempo sia molto simile. Il tempo, come il PIL, è una misura quantitativa: ventiquattro ore al giorno per un numero di giorni che, per fortuna o purtroppo, non conosciamo in anticipo. Ma il modo in cui scegliamo di riempire quel tempo non può essere valutato solo in termini quantitativi o produttivi. Va misurato anche qualitativamente.

Lavorare tutto il weekend può significare guadagnare di più, ma magari anche perdere una gita con gli amici, un momento di vuoto per ricaricarsi, una conversazione importante. Forse la domanda da porsi è: quanto tempo vale davvero la pena sacrificare per qualcosa che non aumenta la nostra felicità o il nostro senso di pienezza?

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Kutluhan Òzdemir ed Ezio Maisto durante un laboratorio della RAN in Romagna

Nel video, Kutluhan racconta il suo modo di ricentrarsi quando si sente incastrato dagli impegni. È un approccio molto personale, che potrebbe anche risuonare a una buona fetta del pubblico di Italia Che Cambia, ma credo che il punto centrale sia che ciascuno dovrebbe trovare il proprio modo per sottrarsi, almeno ogni tanto, alla sensazione di dover rincorrere continuamente qualcosa. Anche chi lavora nell’informazione, nel cinema o nei media.

Attraverso la lente di Fukuoka, Daniel e Kutluhan parlano di quotidianità, di vita, di lavoro…. In che modo il concetto del “non fare” può essere utile a chi oggi non si sente del tutto a proprio agio negli schemi sociali incentrati sulla performance, sulla competizione e sulla massimizzazione del tempo e delle risorse?

Il “non fare” di Fukuoka non significa abbandonare un terreno a sé stesso. Significa piuttosto comprendere quando è il momento di ridurre il numero o l’intensità delle nostre azioni, imparando a fidarsi dei ritmi naturali e della capacità del suolo e delle piante di trovare un proprio equilibrio. Credo che questo concetto possa essere applicato a quasi ogni esperienza umana.

Kutluhan e Daniel parlano del desiderio di rallentare, ritrovare senso e fiducia, sentirsi di nuovo parte di qualcosa

Per capirci, non significa che un chirurgo debba evitare di intervenire su un paziente ferito. Significa invece non forzare i tempi nel pretendere subito un chiarimento dopo una lite o non cercare continuamente di modificare ogni aspetto della realtà e delle relazioni. Il “non fare” invita ad abbandonare la necessità di controllo, a ridurre le aspettative, a smettere di pensare che ogni problema richieda immediatamente una nostra azione.

E in certi casi, anche a mollare un po’ la presa. Paradossalmente, il solo rispondere alla tua domanda mi restituisce un senso di pace e di leggerezza. Ed è forse per questo che il “non fare” può essere utile a tutti, soprattutto a chi si sente schiacciato da modelli sociali basati sull’idea di dover essere sempre all’altezza di qualcosa.

Abbiamo già raccontato l’interessantissima storia personale di Kutluhan con un tuo video dal titolo “Il contadino viaggiatore“. Puoi aggiornarci sulle iniziative che insieme a lui stai portando avanti attraverso la Rete per l’Agricoltura Naturale?

È un periodo molto intenso per la RAN. Ai consueti weekend formativi in cui Kutluhan accompagna i partecipanti nella teoria e pratica dell’agricoltura del non fare ispirata a Fukuoka, si stanno affiancando nuovi eventi, sempre organizzati in economia del dono e a rifiuti zero: “Le giornate del sovescio”, dedicate al risveglio del suolo e alla fertilità naturale della terra; “La terra come medicina”, sull’utilizzo delle erbe spontanee e sulla relazione tra cura del corpo e ambiente; e poi un workshop di apicoltura rigenerativa, i webinar sui semi in collaborazione con la Rete Semi Rurali, di cui ora fa parte anche la RAN, fino a un corso per diventare “Ortonauti”, cioè volontari che viaggiano aiutando ad avviare orti naturali in cambio di ospitalità e di un rimborso spese.

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Masanobu Fukuoka, botanico e filosofo, teorizzatore dell’agricoltura del “non fare”

Accanto alla formazione, continuano anche gli ordini collettivi nazionali di semi e alberi a radice nuda, che nel 2026 hanno raggiunto numeri record. E poi le feste di riforestazione, la consulenza gratuita sugli orti naturali, i gruppi locali e la mappa delle realtà che praticano e a cui vengono regalati semi biologici tramite sorteggio. A tutto questo si aggiungono i libri di Kutluhan, “L’agricoltura naturale e l’arte del non fare” e il nuovissimo “La lezione della rugiada”, entrambi curati dal sottoscritto per Terra Nuova Edizioni e acquistabili anche tramite la RAN con uno sconto.

A proposito di libri: il primo è un manuale pratico diventato un piccolo best seller per chi vuole rimettere le mani nella terra; il secondo, che è appena uscito e sta già suscitando molta attenzione, racconta invece un percorso più interiore, in cui il contadino impara a fare un passo indietro perché la vita possa fiorire. Come ti spieghi tutta questa attenzione crescente verso l’agricoltura naturale e, più in generale, verso l’agroecologia?

Credo che esista un bisogno crescente di vivere in modo più armonioso, sia con gli altri che con i cicli naturali. E una delle strade attraverso cui molte persone stanno cercando questa riconnessione è proprio un ritorno alla terra accessibile, condiviso, non elitario, più orientato all’autoproduzione che al reddito. Forse è anche questo il motivo per cui conversazioni come quella fra Kutluhan e Daniel sono in grado di toccare corde così profonde. Dietro il tema dell’agricoltura, parlano in realtà del desiderio di rallentare, di ritrovare senso e fiducia, di sentirsi di nuovo una parte, piccola ma importante, di qualcosa di immensamente più grande di noi.