Se alla fine dell’anno scolastico resta la stanchezza vuol dire che abbiamo esercitato il pensiero
Chiara Minardi dell’associazione Filò fa un bilancio a pochi giorni dalla fine dell’anno scolastico. E ci fa notare che essere stanchi è un buon segno. Ecco perché.
È ormai arrivata la fine di maggio, si avvicinano le vacanze estive con la fine dell’anno scolastico, anche intesa come il secondo “capodanno”: non quello che ci porta nel nuovo anno solare, ma quello che vivono studenti, docenti e tutte le persone che lavorano nel mondo della scuola e dell’educazione. Un momento di transizione che, per chi come noi si occupa di filosofia, assume un significato particolare.
Anche tra le filosofe e i filosofi dell’Associazione Filò, il filo del pensiero, si parla di “fine dell’anno”, tra progetti che volgono al termine e altri che sono già in cantiere per il prossimo anno scolastico. Un periodo in cui il bilancio non è solo di attività portate a termine, ma anche di domande che continuano a risuonare e a sollecitare nuove ricerche. Senza alcun dubbio si sente la stanchezza di un anno denso di impegni e di impegno. Eppure il senso di stanchezza che si prova non è quello asfissiante che sentiamo al termine di uno sforzo, sotto sotto un po’ vano. È piuttosto la fatica del fare, dello stare, del pensare con intensità e consapevolezza.
La fatica che proviamo ha a che fare con la responsabilità di prendere sul serio il pensiero e di praticare quotidianamente il dialogo, soprattutto il dialogo filosofico. Nel lavoro di Filò infatti, la filosofia non è un esercizio astratto, ma una pratica viva: il dialogo diventa un esercizio collettivo, un laboratorio di indagine critica in cui ogni parola viene pesata, ogni concetto viene messo in discussione, ogni idea viene esplorata nelle sue sfumature più profonde.

Al termine dei moltissimi dialoghi che in questo anno abbiamo avuto la possibilità e la fortuna di facilitare – nelle scuole, nei centri culturali, negli spazi pubblici –, sentiamo la fatica di essere andate a fondo nelle cose. Non ci siamo accontentate di pensieri superficiali o di giudizi approssimativi: ogni indagine è stata portata avanti con la cura di chi sa che le parole non sono solo suoni, ma strumenti per comprendere e trasformare la realtà.
E se, riprendendo Wittgenstein nel suo Tractatus logico-philosophicus, è vero che “i limiti del mio linguaggio rappresentano i limiti del mio mondo”, possiamo allora dire che ogni volta che ci fermiamo a interrogare una parola, a ripulirla dal luogo comune o dalla sua semplificazione, stiamo faticosamente allargando i confini della realtà stessa. Dialogare – e ancor più far dialogare – è un lavoro di manutenzione invisibile, che richiede un rigore costante: smettere di curare i pensieri e le parole infatti significa accettare che il nostro mondo si restringa, che le nostre possibilità di comprensione e azione si impoveriscano.
Tuttavia, questo rigore del pensiero rimarrebbe un esercizio solitario se non trovasse la sua naturale estensione nello spazio pubblico, nel cerchio del dialogo, laddove il pensare diventa uno stare e un fare insieme agli altri. Abitare lo spazio del dialogo significa non solo accettare la fatica della pluralità – con le sue differenze, le sue contraddizioni, le sue sfide –, ma anche accettare di poter iniziare qualcosa di nuovo.
Ci teniamo stretta la consapevolezza che per costruire un cambiamento reale non bastano le buone intenzioni
Questo “nuovo” richiede però la pazienza di stare davanti all’altro, di ascoltarlo davvero e di assumersi il peso di un pensiero diverso in un mondo comune. La pratica filosofica in questo senso non si limita a essere un esercizio intellettuale, ma trasforma l’esigenza di precisione metodologica in uno strumento di partecipazione e azione collettiva. È un modo per impedire che il pensiero rimanga muto e l’azione diventi cieca, senza direzione né consapevolezza.
Crediamo quindi che quella che proviamo non sia una stanchezza vana, ma il risultato di un impegno che vede nella filosofia una prassi e una responsabilità da esercitare quotidianamente. Un impegno fatto di momenti di grande profondità, in cui ci si interroga sulle domande fondamentali dell’esistenza, alternati ad altri di grande divertimento, in cui il gioco del dialogo diventa anche leggerezza e condivisione. In questo passaggio verso il “nuovo anno”, ci restano molte domande aperte, molti cerchi di persone pronte a continuare il dialogo ma, soprattutto, ci teniamo stretta la consapevolezza che per costruire un cambiamento reale non bastano le buone intenzioni.
Serve la faticosa costanza del pensiero che non rinuncia mai a interrogarsi, che sa tradursi in azione concreta di cambiamento. Solo così la filosofia può diventare un modo per comprendere il mondo e per trasformarlo; come la fatica fisica che sentiamo nei muscoli dopo uno sforzo prolungato è il segno tangibile di un corpo che si è mosso, che ha superato i suoi limiti, così la stanchezza che proviamo alla fine dell’anno scolastico è il segno di un pensiero che si è esercitato, che ha allungato i suoi confini oltre i limiti abituali, lasciando in noi la traccia concreta di un movimento che ha cambiato la sua forma.









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