20 Maggio 2026 | Tempo lettura: 9 minuti
Ispirazioni / Questione di risorse

La maledizione delle risorse: perché i paesi con più materie prime sono sempre i più poveri?

Con alcune rarissime eccezioni, praticamente tutti i paesi più ricchi di materie prime – petrolio, gas naturale, minerali e così via – sono anche i più poveri economicamente. Sofia Farina di Source International ci spiega quali sono le ragioni di questa “maledizione delle risorse”.

Autore: Source International
maldeizione delle risorse

In un suo famoso articolo del 2005 l’economista Paul Collier fu il primo a definire e in qualche modo codificare la maledizione delle risorse. Il fenomeno non era di per sé nulla di così inosservato prima, ma Paul Collier era stato il direttore del gruppo di ricerca sullo sviluppo della Banca Mondiale; insomma era uno “dentro il sistema capitalistico”. Per questo il suo articolo è oggi ricordato da tutti.

Che esistesse una maledizione delle risorse era evidente a tutti, ma che un membro così importante del sistema stesso che per decenni aveva spinto quel modello lo riconoscesse e lo spiegasse al pubblico fu un qualcosa di rivoluzionario. Nel 2007 Collier pubblicò anche un libro sull’argomento, portando così questo tema fuori dal mondo accademico e rendendo finalmente visibile e chiaro un concetto che in realtà era già evidente a tutti.  

Il concetto era semplice: la maledizione delle risorse era ed è così evidente che anche i membri della Banca Mondiale non potevano, e possono, fare a meno di vederla. Ma cosa è la maledizione delle risorse? La maledizione delle risorse è quel fenomeno apparentemente paradossale per cui i paesi più ricchi di risorse sono poi alla fine quelli più poveri. Gli esempi erano e sono decine, forse centinaia. 

maledizione delle risorse

Ogni oggetto tecnologico e ogni oggetto dotato di batteria che avete tra le mani ha sicuramente al suo interno del tantalio e del cobalto che arrivano dalla Repubblica Democratica del Congo; eppure il paese è tra i più poveri del mondo in praticamente tutte le statistiche possibili. Le più gradi riserve petrolifere del modo si trovano in Venezuela, che è il paese di gran lunga più povero del Sud America. Il secondo più povero del continente? La Bolivia, paese che basa la sua economia sull’esportazione di minerali.

Tra tutti i paesi del sud-est asiatico i due più poveri sono il Myanmar e l’Indonesia ovvero i due che più di tutti fanno affidamento sull’esportazione di materie prime. La Nigeria è il primo produttore di petrolio in Africa e uno dei principali al mondo, eppure oltre il 60% dei nigeriani – circa 140 milioni di persone – vive sotto la soglia di povertà e la Nigeria è il paese con la più bassa aspettativa di vita al mondo. 

Il paradosso è valido anche a livello regionale/locale. In Italia, per esempio, la Basilicata produce l’8% del petrolio consumato nel nostro Paese – e non è poco: per fare un paragone, il petrolio importato dal Medio Oriente rappresenta circa il 12% delle riserve italiane e stiamo vedendo cosa succede se viene a mancare – eppure questa Regione è una delle più povere d’Italia. Nel Regno Unito la regione più povera è di gran lunga la Scozia, nonostante produca circa il 55% del petrolio consumato nel paese.

La maledizione delle risorse era ed è così evidente che anche i membri della Banca Mondiale non potevano, e possono, fare a meno di vederla

In Perù le due regioni più povere del paese sono Cajamarca e Pasco, entrambe regioni a vocazione mineraria. Negli Stati Uniti la zona largamente più povera è quella del sud degli Appalachi, da dove viene estratto quasi tutto il carbone per il fabbisogno nazionale. Andando su una scala ancora più locale, la California interiore, ricca di miniere, ha una ricchezza del 30% in meno rispetto alla fascia costiera. E potremmo andare avanti con altre decine di esempi.  

Ma perché? I motivi sono svariati. Proviamo a vedere i principali.  

  • Dipendenza dalle rendite. Lo Stato vive degli introiti delle risorse invece di sviluppare industria, innovazione e tassazione efficiente. Lo stato vede il petrolio o l’oro o il minerale del momento come la soluzione a tutti i problemi. Non si cerca di creare valore aggiunto ma si cerca di ottenere ricchezza facile e subito. Il vecchio sogno del cercatore d’oro del vecchio west diventa stato. L’idea di trovare un grande giacimento e con questo poter garantire ricchezza facile nel breve termine si impadronisce di tutti gli strati della società. 

    Questo vale per lo Stato, che non incentiva altre attività e vale anche a livello locale per i cittadini. Nelle zone a vocazione estrattiva raramente si assiste a una imprenditoria dinamica e moderna perché il modello estrattivista della ricchezza facile e veloce prende piede anche nei cittadini. L’esempio più lampante è la Nigeria la cui economia si basa all’80% sulle esportazioni di petrolio ma deve importare il 90% del carburante perché non si è mai sviluppata una imprenditoria solida nel settore della raffinazione.  
maledizione delle risorse
  • Volatilità economica. I prezzi delle materie prime oscillano moltissimo e sono definiti altrove. Non c’è nulla di peggio per una economia che basare il proprio sistema su un qualcosa che in realtà viene deciso dall’altra parte del mondo. I prezzi del petrolio o dei minerali vengono fissati dalle borse internazionali – quella di New York su tutte – e non dai paesi produttori. 

    Paesi come il Venezuela, che avevano costruito tutto il loro sistema di welfare sulle rendite del petrolio quando questo costava 150 dollari americani al barile, hanno visto il loro sistema andare a rotoli nel momento in cui l’economia internazionale, in maniera totalmente indipendente da loro, ha fatto scendere il prezzo sotto i 50 dollari al barile. E lo stesso vale per alcuni minerali. Il rame ai primi del ‘900 sembrava il nuovo oro, per poi diventare “carta straccia” solo cinquant’anni dopo. Ora è il momento del nickel e del cobalto, ma se dovesse svilupparsi una nuova tecnologia?  
  • Corruzione e istituzioni deboli. Le grandi rendite attirano lotte di potere, clientelismo e cattiva gestione. Generalmente i paesi produttori di risorse hanno una tassazione bassissima – le rendite dello Stato arrivano dalle risorse e non dalle tasse dei cittadini – e questo rompe il legame cittadini-Stato-servizi. Uno Stato che deve rispondere a milioni di contribuenti è molto più controllato di uno che deve rispondere a poche decine di grandi aziende. La corruzione poi è lampante. In molti paesi produttori, le risorse del sottosuolo sono considerate risorse strategiche e quindi negoziate in gran segreto, creando la ricetta perfetta per la corruzione. 

    Un caso emblematico di tutto questo sono i paesi del golfo. Seppur apparentemente ricchi, basano il loro benessere sullo sfruttamento di milioni di lavoratori migranti – provenienti per lo più dall’Asia meridionale – e sono tutti paesi con strutture di governo tra le meno democratiche del mondo. Il primo produttore della zona, ovvero l’Arabia Saudita, è una monarchia assoluta, dove addirittura il nome del paese deriva da quello della famiglia reale – i Saud appunto –, ogni forma di dissenso viene repressa brutalmente – vedere il caso Khashoggi per esempio –, non sono mai state indette delle elezioni nemmeno a livello locale e dove le discriminazioni verso le donne sono seconde solo all’Afghanistan dei Talebani.  
maledizione delle risorse
  • Malattia olandese. Le risorse vengono vendute in valuta estera, soprattutto dollari, e l’afflusso di valuta estera fa apprezzare la moneta, rendendo meno competitive esportazioni e manifattura. Il nome viene dai Paesi Bassi dove negli anni ’60 del secolo scorso vennero scoperti enormi giacimenti di gas nel mar del nord, a largo di Groenigen – è necessario ricordare che la provincia di Groenigen è tra le più povere del paese?

    L’afflusso di valuta estera fece rivalutare moltissimo il fiorino – la moneta in vigore nei Paesi Bassi prima dell’euro – e tutto d’un tratto le esportazioni di tulipani e di altri prodotti subirono un enorme calo perché diventati troppo cari sul mercato internazionale. Questo fenomeno oggi è visibile in tantissimi paesi esportatori. Il nuevo sol peruviano ha guadagnato il 25% sul dollaro in soli dieci anni, rendendo ogni esportazione di prodotti il cui prezzo non è in dollari praticamente impossibile. Lo stesso discorso vale per il franco congolese e per il naira nigeriano. In Nigeria da quando è stato scoperto il petrolio negli anni ’60 del ‘900 le esportazioni agricole sono calate di quasi il 90%.  
  • Conflitti. Le risorse possono finanziare guerre civili o rafforzare regimi autoritari. La stragrande maggioranza dei conflitti odierni è alimentata dalle risorse. Lo vediamo nei conflitti su larga scala come l’invasione Russa del Donbass – zona storicamente mineraria – o il conflitto tra Stati Uniti e Iran, oppure l’invasione-lampo degli Stati Uniti in Venezuela – proprio la settimana scorsa hanno firmato i primi accordi per l’estrazione petrolifera nel paese – o le varie guerre verso l’Iraq a cavallo tra gli anni ’90 e i primi anni 2000.

    Ma lo vediamo anche, o forse soprattutto, su piccola scala: nei conflitti interni ai paesi. L’est della Repubblica Democratica del Congo è devastato dalla guerra ormai da quasi quarant’anni ed è proprio lì che si trovano le più grandi riserve minerarie del paese e in alcuni casi del mondo; il conflitto in Sudan, che gira tutto intorno a delle miniere d’oro; le guerre per i diamanti della Sierra Leone o della Liberia nei primi anni 2000 e anche diversi conflitti interni in diverse zone dell’India.  
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  • Danno ambientale. Il danno ambientale si trasforma facilmente in un danno economico. Il modello estrattivista lascia dietro di sé la devastazione ambientale ed ecologica e di fatto impedisce lo sviluppo di qualunque altra attività economica. In Colorado il costo dei danni ambientali provocati dalla corsa all’oro dell’800 in termini di perdite economiche ammonta oggi a oltre 420 milioni di dollari l’anno. Il totale dei passivi ambientali nel 2023 ammontava a 600 miliardi di dollari, che su una popolazione di 6 milioni di abitanti è un passivo di praticamente 100.000 dollari per persona.

    Nel delta del Niger, in Nigeria, si stimano 758 milioni di dollari all’anno per i danni ambientali causati dall’estrazione petrolifera e circa 12.000 morti premature ogni anno, che corrispondono a una perdita economica di 3,8 miliardi di dollari all’anno. A Cerro de Pasco, in Perù, a causa dell’estrazione mineraria, la popolazione ha un quoziente intellettivo di circa 12 punti inferiore alla media. Alcuni studi mettono in relazione la perdita di un punto di quoziente intellettivo con circa il 2% in meno di reddito potenziale di un individuo. Quindi a Cerro de Pasco si può stimare una perdita di circa un quarto della potenzialità economica di una intera città. Moltiplicando questo valore per tutte le oltre 600 città minerarie del Perù e si arriva facilmente a capire quanto questo possa incidere sulla crescita del paese.  

I sostenitori delle politiche economiche estrattiviste portano sempre come esempio contrario la Norvegia, che però rappresenta più l’eccezione che conferma la regola che non altro. Basare un intero modello economico su un solo paese di appena cinque milioni di abitanti e con tutte le condizioni favorevoli – che meriterebbero un articolo a sé – significa o essere estremamente superficiali o essere in malafede e di solito, quando si parla di economisti di fama mondiale, è più probabile la seconda.  

Questo articolo fa parte della rubrica “Questione di risorse“, curata dal team di Source International ETS. Uno spazio in cui si parla di risorse – dall’energia all’acqua, dal cibo ai minerali – ma anche di giustizia e diritti, di cambiamento climatico e di equilibri geopolitici.