L’oncologo Giuseppe Curigliano: “La speranza non è un’illusione, è una cura”
Il presidente degli oncologi europei racconta a Italia Che Cambia perché curare un paziente significa offrirgli «una prospettiva di futuro», non soltanto una terapia. E perché la speranza resta uno degli strumenti più potenti contro il contagio della disperazione, nella medicina come nella vita.
“Perché il futuro non deve farci paura”. Se ho scelto questo sottotitolo per il mio primo libro – La fine del mondo (non) è vicina, la scintilla che ha dato vita a questa rubrica – non è certamente un caso. Tra guerre, catastrofi climatiche, pandemie incombenti e crisi economiche, le narrazioni apocalittiche che ci inondano ogni giorno sui media hanno trasformato l’avvenire in una minaccia da temere, più che in un orizzonte da costruire.
La grande assente dal dibattito pubblico è diventata la speranza, cioè la capacità di immaginare e progettare un domani diverso, addirittura migliore di oggi. Una speranza che intendo non tanto come auspicio fatalistico in un destino benevolo, bensì come spinta all’azione, motivazione a tirarsi su le maniche per realizzare da soli la nostra via d’uscita dalle sabbie mobili.
Per questo sono sobbalzato sulla sedia quando, recentemente, sulle pagine del Corriere della Sera, il mio occhio è caduto su un’intervista firmata dal bravo Aldo Cazzullo intitolata nientemeno che “La speranza è un motore”. A parlare era il professor Giuseppe Curigliano, 58 anni, presidente degli oncologi europei, ordinario alla Statale e vicedirettore scientifico dello Ieo di Milano, dove è stato allievo di Veronesi.

La sorpresa è duplice: non solo le colonne di un grande giornale nazionale hanno riscoperto questo concetto apparentemente anacronistico – eppure in realtà oggi più prezioso che mai –, ma a tirarlo fuori è un medico che cura tutto il giorno i malati di cancro, coloro che nella percezione comune avrebbero già la data di scadenza stampata in fronte. E allora perché mai dovrebbero prendersi la briga di sperare?
La risposta è semplice: perché un paziente che spera non ha la garanzia di guarire, ma un paziente che smette di sperare ha la certezza di spegnere la luce. Quella luce di cui invece ha tanto bisogno per illuminargli la strada verso la cura. Appena finita di leggere l’intervista, ho scritto una e-mail al professore, che cortesemente e compatibilmente con la sua fitta agenda di impegni, mi ha concesso una chiacchierata in videochiamata in una mattinata d’inizio estate. È stata l’occasione per approfondire il suo concetto di speranza – «sperare significa avere una prospettiva del futuro», dice – e la sua idea di medicina oncologica che non può prescindere dall’elemento sentimentale e umano del malato.
«Il paziente non combatte una battaglia, perché non c’è nessuno che vince né che perde, semmai va accompagnato», mi spiega Giuseppe Curigliano. «Aprire una finestra sul suo futuro gli consente di vedere un percorso davanti a sé, che non includa solo la malattia. Il cancro non va vissuto come un’interruzione della propria esistenza, bensì come un incidente da affrontare e, quando c’è la possibilità, superare».
La vita insomma non si conclude il giorno della diagnosi, per quanto grave e traumatica essa sia: «Dei dettagli tecnici della terapia ai pazienti non importa proprio niente. Tutti ti pongono sempre la stessa domanda: “C’è speranza di guarire?”. Anche nelle condizioni più drammatiche, non possiamo non mettere in campo tutta la nostra sensibilità, umanità ed esperienza, per assecondare questa speranza. Ucciderla significherebbe negare la possibilità stessa di curarsi. Se non c’è più niente da fare, non vale la pena di sottoporsi ad alcuna terapia».

Proprio questo è il rischio strisciante che si nasconde dietro al seduttivo richiamo del pessimismo. Non nutrire aspettative nel futuro può apparire rassicurante, perché chi non si illude evita di rimanere deluso. Ma il confine è sottile: e se invece convincersi che siamo spacciati si trasformasse in una profezia che si autoavvera? «L’ansia del paziente è comprensibile, ma se non le si mette un argine rischia di degenerare nella disperazione, nel delirio», mette in guardia l ’oncologo. «Purtroppo l’opinione pubblica nazionale continua a concepire il cancro come una malattia incurabile, irreversibile, nonostante i nostri tentativi di lanciare delle prospettive positive».
L’atteggiamento dell’informazione gioca un ruolo fondamentale nell’immaginario di ciascuno di noi, nel suscitare o inibire qualsiasi speranza. Analogamente, anche il modo in cui comunica il medico è cruciale per orientare l’approccio del paziente alla sua malattia. «Proprio in questo momento ci può essere uno scienziato, dall’altra parte del mondo, che sta portando avanti una ricerca in grado di cambiare il decorso di qualsiasi malattia. Non è una suggestione, è la pura verità», sottolinea Giuseppe Curigliano.
Un paziente che spera non ha la garanzia di guarire, ma un paziente che smette di sperare ha la certezza di spegnere la luce
«Tutte le scoperte a cui ho assistito negli ultimi vent’anni non sono mai state il risultato di qualcosa che già conoscevo. Il sapere che il medico mette a disposizione del singolo paziente, il più delle volte, non viene dal medico stesso, bensì dalla conoscenza collettiva. E il paziente non se ne rende nemmeno conto. Il momento più bello è quando gli puoi rivelare dei risultati di cui magari sei venuto a conoscenza con sei mesi di anticipo: significa offrirgli una terapia sicuramente migliore di quella precedente».
Da questo discorso del professor Curigliano traggo due lezioni. La prima: la vita ci può riservare sorprese terribili, come la diagnosi di un tumore, ma anche stupende, come un nuovo farmaco appena inventato a Singapore o a Hong Kong. La seconda è l’umanità: quando collabora tutta insieme è capace di raggiungere risultati che superano ogni aspettativa – magari addirittura, chissà, di trovare la cura per il cancro. Quella che lo stesso Giuseppe Curigliano, nell’intervista a Cazzullo, ha definito «il suo sogno fin da piccolo».
Forse qualche buon motivo per sperare dopotutto ci rimane. E se ci riesce un paziente oncologico, che si trova alle prese con uno degli ostacoli più duri che l’esistenza gli possa mettere davanti, magari possiamo farcela anche noi, di fronte alle nostre grandi e piccole avversità quotidiane.









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