30 Giugno 2026 | Tempo lettura: 7 minuti

Mob in Med, quando muoversi nel Mediterraneo non è uguale per tutti

“Mob in Med”, promosso da Réseau Euromed France e Jeunesses Med in collaborazione con Mana Chuma Teatro, ha raccolto testimonianze, video e strumenti di advocacy sulla mobilità giovanile nel Mediterraneo.

Autore: Paolo Cignini
Incontro del progetto Mob in Med a Reggio Calabria sulla mobilità giovanile nel Mediterraneo
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Quando si parla di mobilità giovanile nel Mediterraneo, è facile immaginare scambi internazionali, viaggi di formazione, incontri fra giovani di Paesi diversi. È una parte vera del racconto, ma non basta. Per alcune persone partecipare significa organizzare il viaggio e arrivare; per altre fare i conti con visti, costi, controlli, attese, documenti, frontiere diseguali.

La campagna “Mob in Med” nasce dopo l’organizzazione del Forum Med Youth a Reggio Calabria nel 2024, dalle difficoltà emerse attorno alla mobilità giovanile nel Mediterraneo. A ospitarla è Mana Chuma Teatro, realtà calabro-sicula nata a Reggio Calabria nel 1995 e cresciuta tra nuova drammaturgia, teatro civile, memoria del Sud e relazioni mediterranee. Di Mana Chuma abbiamo raccontato la storia e i trent’anni in questo articolo di presentazione. Questo nuovo pezzo nasce dentro la collaborazione tra Mana Chuma e Italia che Cambia. Da qui resta una domanda: chi riesce davvero a muoversi, formarsi, incontrarsi oltre i confini?

Partecipanti a un laboratorio di Mob in Med sulla mobilità giovanile nel Mediterraneo
Un laboratorio di Mob in Med a Reggio Calabria, tra testimonianze, materiali e confronto tra partecipanti. Foto di Marco Costantino

La mobilità non è uguale per tutti

La mobilità non è solo uno spostamento. Dipende dal passaporto, dalle risorse disponibili, dalle procedure da affrontare, dal contesto politico da cui si parte. Nel Mediterraneo queste differenze spesso decidono chi può esserci e chi resta fuori.
Elizabeth Grech, coordinatrice del progetto per Mana Chuma Teatro, parte da una definizione precisa: per Mana Chuma la mobilità non è «soltanto una necessità pratica», ma «un diritto e una risorsa fondamentale per la crescita culturale e personale».

Nel contesto calabrese pesano infrastrutture inadeguate, trasporto pubblico limitato e carenza di opportunità, che rendono più difficile connettersi, esplorare altri contesti, immaginare un futuro oltre i margini geografici e sociali. Quando le chiedo quali ostacoli siano emersi con più forza dal percorso, Elizabeth non si ferma all’elenco: costi dei viaggi, procedure lunghe per ottenere un visto, attese, incertezza amministrativa. Il dato più forte, per lei, è un altro: «La consapevolezza di quanto il diritto alla mobilità sia distribuito in modo diseguale nel Mediterraneo».

Molti giovani condividono desideri simili: studiare, partecipare a uno scambio, incontrare coetanei di altri Paesi, contribuire a progetti culturali o sociali. Eppure le possibilità cambiano a seconda del passaporto, del contesto politico e delle risorse economiche. La mobilità non è soltanto una questione logistica, ma riguarda l’accesso ai diritti, alle opportunità e alla partecipazione.

Partecipante di Mob in Med scrive su una lavagna parole legate alla mobilità e agli ostacoli nel Mediterraneo
Durante il percorso di Mob in Med, le parole chiave emerse dal confronto tra i partecipanti hanno riguardato libertà, movimento, connessioni e ostacoli. Foto di Marco Costantino

Reggio Calabria e lo Stretto

Uno degli incontri chiave di “Mob in Med” si è svolto a Reggio Calabria e non si tratta di un dettaglio solo geografico. Reggio guarda lo Stretto, ha la Sicilia davanti, vive il Mediterraneo come presenza quotidiana e non come immagine astratta. È un luogo di passaggio, di partenze e ritorni, ma anche un territorio che conosce il peso dell’isolamento e la difficoltà di costruire connessioni stabili.

Elizabeth parla dello Stretto come di uno spazio simbolico, un crocevia attraversato da persone, idee, lingue e commerci. Poi introduce il paradosso che attraversa tutto il progetto: nonostante questa posizione centrale, Reggio Calabria resta relativamente poco connessa, sia dal punto di vista logistico sia negli scambi umani e culturali con le altre sponde, dal Nord Africa al Medio Oriente fino al sud Europa.

Per questo “Mob in Med” ha avuto un valore particolare. Per alcuni giorni, dice Elizabeth, «Reggio è tornata a essere ciò che, in fondo, è sempre stata: un luogo di incontro tra giovani provenienti da diverse parti del Mediterraneo». Non solo uno spazio dove parlare di mobilità, ma un luogo in cui misurarla concretamente: nelle difficoltà di arrivo, nelle storie condivise, nel riconoscimento di ostacoli diversi ma legati da una stessa domanda di accesso. Lo Stretto non resta sullo sfondo del racconto: mostra quanto il Mediterraneo possa essere vicino sulla mappa e distante nelle possibilità reali di attraversarlo.

Dai racconti agli strumenti

A conclusione del percorso restano un booklet illustrato di testimonianze, quattro video territoriali realizzati in Palestina, Libano, Reggio Calabria e Seine-Saint-Denis, raccomandazioni politiche e una guida agli strumenti di advocacy. Sono materiali pensati per non chiudere il progetto in una restituzione, ma per continuare a farlo circolare.

Partecipanti di Mob in Med durante un confronto sulle testimonianze dal Mediterraneo
Un momento di confronto tra partecipanti di Mob in Med, nel percorso dedicato alla mobilità giovanile nel Mediterraneo. Foto di Marco Costantino

Advocacy significa portare un tema nello spazio pubblico e politico in modo organizzato: usare testimonianze, immagini, dati e proposte per sensibilizzare, costruire alleanze e chiedere cambiamenti concreti a istituzioni, reti sociali, organizzazioni culturali e decisori pubblici. Yasmine Taleb, coordinatrice del progetto Jeunesses Med, allarga il discorso su ciò che resta oltre la chiusura formale del progetto. Il primo lascito è concreto: «Un kit di strumenti costruito collettivamente», con testimonianze, esperienze di terreno e raccomandazioni politiche pensate per essere riprese e usate da altre realtà. La loro forza, spiega Yasmine, sta anche nell’accessibilità: sono risorse accompagnate da indicazioni per adattarle e farle vivere in altri contesti.

Ma non tutto si misura nei documenti prodotti. Yasmine insiste sulle relazioni nate tra i partecipanti, sugli scambi, sulle collaborazioni, su quella «intelligenza collettiva» maturata durante il percorso. Mob in Med lascia due eredità complementari: strumenti per continuare ad agire e una comunità di giovani che ha imparato a lavorare insieme.

Anche su questo il legame con Mana Chuma non è accessorio. Elizabeth descrive una metodologia vicina al lavoro della compagnia: mettere al centro le persone, ascoltare le storie, condividere difficoltà e aspirazioni, trasformare esperienze individuali in narrazioni collettive. Tra le immagini del progetto, una in particolare le è rimasta impressa: la testimonianza del partecipante palestinese che ha realizzato uno dei video territoriali. In un contesto segnato dall’occupazione, racconta Elizabeth, anche uno spostamento interno può significare checkpoint, controlli, limitazioni quotidiane. Eppure quel partecipante, attore e uomo di teatro, continua a creare occasioni di incontro attraverso l’arte.

Elizabeth Grech durante un momento di confronto con i partecipanti di Mob in Med a Reggio Calabria
Elizabeth Grech insieme ad alcuni partecipanti e partecipanti di Mob in Med a Reggio Calabria. Foto di Marco Costantino

Cosa resta

Alla fine “Mob in Med” lascia una questione aperta sul modo in cui parliamo di Mediterraneo. Ogni discorso su uno spazio comune deve fare i conti con una domanda semplice: chi riesce davvero ad attraversarlo? Le produzioni finali, spiega Yasmine, sono rivolte a giovani, organizzazioni giovanili, società civile, enti territoriali e attori pubblici. L’obiettivo è sensibilizzare, ma anche rafforzare fiducia e potere d’azione dei giovani, perché possano entrare nel dibattito pubblico e interpellare i decisori.

In questa prospettiva, booklet, video, raccomandazioni e strumenti di advocacy possono diventare materiali per scuole, associazioni, reti giovanili, percorsi formativi e tavoli istituzionali. L’ambizione, secondo Yasmine, è far risalire le realtà del territorio verso i decisori e incidere sulle politiche pubbliche a favore delle giovani generazioni.

Per Elizabeth, il senso del progetto sta anche nel creare occasioni in cui persone provenienti da contesti diversi possano raccontarsi, riconoscersi e rendere visibili realtà ai margini del dibattito pubblico.“Mob in Med” non risolve queste disuguaglianze. Le rende più leggibili e consegna materiali utili a chi lavora con giovani e istituzioni. Non è la soluzione, ma un punto da cui continuare.

Vuoi approfondire?

Materiali, video e buone pratiche di Mob in Med

Sul sito di Mana Chuma Teatro è disponibile la pagina completa dedicata al progetto “Mob in Med”, con il booklet illustrato, i video territoriali, le raccomandazioni politiche, gli strumenti di advocacy e le buone pratiche emerse dal percorso.

La raccolta può essere utile a scuole, associazioni, reti giovanili, realtà culturali e istituzioni che vogliono lavorare sulla mobilità giovanile nel Mediterraneo, a partire da testimonianze, strumenti concreti e percorsi già sperimentati.

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