5 Giugno 2026 | Tempo lettura: 7 minuti

Non tutti i nodi devono essere sciolti: quando la cura per i disturbi alimentari passa dal mare

Dal 26 al 30 maggio, nove persone in cura per disturbi alimentari sono salite a bordo della Nave Italia per un’esperienza di guarigione in mare. Il progetto I sea you ha trasformato cinque giorni di navigazione in un percorso di consapevolezza e scoperta di sé.

Autore: Valentina D'Amora
Animenta I sea you
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Su una nave i nodi servono a fissare una vela, a mantenere la rotta, a garantire stabilità anche quando il mare diventa imprevedibile. È stata proprio l’osservazione dei nodi marinari a suggerire una delle riflessioni più significative emerse durante I sea you, il progetto di Animenta – associazione che da anni si occupa dei disturbi alimentari nella loro complessità – e Fondazione Tender to Nave Italia. Nove persone in cura per disturbi alimentari hanno vissuto cinque giorni di navigazione e adventure therapy tra Reggio Calabria e Crotone.

«Ho sempre pensato ai nodi come a qualcosa da sciogliere. Qui ho scoperto che alcuni servono invece a tenere insieme». Questa riflessione nasce durante uno dei laboratori nautici svolti durante il viaggio. I nodi delle vele diventano così una metafora dei nodi emotivi che ciascuno porta dentro di sé. E proprio lì prende forma una consapevolezza inattesa: alcuni nodi possono essere legami che sostengono, permettono di non andare alla deriva. È questa una delle tante immagini che raccontano il senso di un viaggio che ha unito mare, relazioni e percorso di cura.

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Un progetto per guardarsi oltre il disturbo alimentare

Il progetto nasce molti mesi prima della partenza, quando l’associazione Animenta decide di partecipare al bando della Fondazione Tender to Nave Italia con una proposta che intreccia percorso terapeutico, vita di gruppo e contatto con il mare, il tutto seguendo il filone dell’adventure therapy, un intervento psicopedagogico ed esperienziale che integra il contatto con la natura, le attività all’aria aperta e il supporto psicologico. Questo approccio invita le persone a uscire dalla propria zona di comfort attraverso sfide strutturate e supervisionate, con l’obiettivo di potenziare autoefficacia, resilienza e competenze relazionali.

Dopo l’assegnazione del bando, la sfida diventa trasformare l’idea in realtà e selezionare i partecipanti giusti, tra le oltre cento candidature arrivate. Al termine della fase di preparazione, il gruppo viene costruito con nove partecipanti e una équipe multidisciplinare formata da psicologi, un medico e dei volontari. Nelle settimane precedenti all’imbarco si svolgono alcuni incontri online per rompere il ghiaccio e il 26 maggio il gruppo si ritrova a Reggio Calabria per salire a bordo di Nave Italia e iniziare la navigazione verso Crotone. Anzi, quasi.

Il primo insegnamento arriva infatti ancora prima di lasciare il porto: un problema tecnico costringe la nave a rimandare la partenza di un giorno. Un imprevisto che diventa subito parte integrante del percorso. «Avevamo già preparato il gruppo all’idea che il mare non offre le stesse certezze della terraferma», racconta Laura Montanari, psicologa clinica e counselor, vicepresidente di Animenta e responsabile del progetto. «E in effetti la prima lezione è stata proprio questa: imparare a stare dentro l’incertezza».

A bordo non ci sono pazienti, ma membri dell’equipaggio

Una volta saliti sulla nave, nessuno dei partecipanti ha assunto il ruolo di ospite. Ogni giorno il gruppo eseguiva a turno compiti precisi: preparare la colazione, apparecchiare, lavare i piatti, sistemare gli spazi comuni. Come il resto dell’equipaggio, tutti e nove hanno partecipato alla vita della nave, condividendo responsabilità e tempi. Le giornate si sono alternate tra attività psicopedagogiche e laboratori nautici. Imparare i nomi delle diverse parti dell’imbarcazione, studiare le carte nautiche, aprire il sistema velico insieme ai marinai.

Si è lavorato così sulla costruzione del gruppo, sulla gestione delle emozioni, sul rapporto con il proprio corpo. «Abbiamo scelto volutamente di non concentrare il lavoro su cibo, peso e apparenza», spiega Montanari. «Abbiamo cercato di affrontare ciò che spesso sta sotto al disturbo alimentare: la difficoltà di esprimere le emozioni, di stare in relazione con gli altri, di affidarsi». Così il corpo smette di essere qualcosa da osservare e giudicare e torna a essere uno strumento di esperienza.

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Il corpo come alleato

Tra le attività più significative c’è stata la salita sulle vele. Con imbracature e sistemi di sicurezza, i partecipanti si sono arrampicati lungo le reti che salgono verso gli alberi della nave e per poi lasciarsi calare dai marinai. Alcuni hanno affrontato una sfida simile per la prima volta. «Quell’esercizio ha permesso di vedere il corpo come un alleato», racconta la psicologa. «Un corpo che permette di fare cose che magari non si pensava di poter fare. Ma anche un’occasione per lavorare sulla fiducia e sul lasciar andare il controllo».

Non a caso fiducia, affidamento, cooperazione sono state le parole che sono tornate spesso nel racconto dell’esperienza. Anche gli inevitabili cambi di programma dovuti al vento o alle condizioni del mare sono diventati occasioni per sperimentare una diversa relazione con l’imprevisto. Non tutto può essere controllato. Eppure la rotta si trova comunque.

Uno spazio non giudicante

Prima ancora di salire a bordo, il gruppo aveva istituito insieme alcune regole di convivenza. Tra queste la più significativa è stata evitare commenti su peso, corpo e aspetto fisico. Può sembrare un dettaglio, ma ha rappresentato una delle fondamenta dell’intero progetto. «Lo spazio non giudicante è stato l’anticamera della realizzazione di un percorso nell’ambito dei disturbi alimentari», sottolinea Montanari.

In quei giorni le persone si sono raccontate, condividendo fragilità, paure e speranze. Lo hanno fatto nei laboratori, ma anche nei momenti informali: durante i pasti, sul ponte al tramonto, durante quelle chiacchierate che nascono spontaneamente guardando il mare. Persino il rapporto con i marinai ha superato rapidamente la dimensione organizzativa. Equipaggio e partecipanti si sono ritrovati a condividere storie personali, momenti di svago e occasioni di confronto. «A un certo punto non c’erano più due gruppi distinti», racconta Montanari. «Ci sentivamo tutti parte della stessa esperienza».

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Il mare come luogo di cambiamento

E poi c’era il mare. Non solo come scenario, ma come elemento attivo del percorso. Per la psicologa è proprio la sua vastità a favorire l’introspezione. Lo sguardo si perde e lascia spazio a pensieri che forse a terra faticherebbero a emergere. Se il mare ha rappresentato il contesto dell’esperienza, sono state soprattutto le relazioni a lasciare un segno profondo nei partecipanti. «Mi sono riscoperta amata, vista, riconosciuta», racconta una ragazza, spiegando come la vita di bordo le abbia fatto comprendere il valore delle relazioni autentiche e della possibilità di mostrarsi senza autocensurarsi per paura del giudizio.

Per un’altra partecipante la scoperta più importante è stata invece la capacità di «restare»: restare nelle emozioni, nelle relazioni e nell’incertezza senza cercare immediatamente una via di fuga. Un percorso che ha portato molte persone del gruppo a rileggere anche il significato dei propri nodi interiori. «Ho sempre pensato ai nodi come a qualcosa da sciogliere», racconta una partecipante. «Sulla nave ho scoperto che i nodi servono anche a permettere alle vele di restare al loro posto».

«Ho imparato che posso mostrare le mie emozioni e che, se lo faccio, le altre persone non mi faranno sentire sbagliata», racconta una ragazza. È una consapevolezza che riassume uno dei principi alla base del progetto: la cura non passa soltanto dal lavoro individuale, ma anche dalla possibilità di sentirsi parte di una comunità. «Ho provato amore in mille modi diversi per le persone del gruppo», aggiunge un’altra persona. Un’esperienza che molte persone descrivono come una riscoperta della propria autenticità e della forza che può nascere dall’affidarsi agli altri.

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Quando il mare diventa una culla

Se per alcuni l’immagine che meglio racconta il viaggio è quella del mare aperto o di una lacrima condivisa, per un’altra persona tutto può essere racchiuso in una sola idea: «Il principio di tutto non è un Io assoluto, ma è la Relazione». Una relazione con sé stessi, con gli altri e con il mondo circostante che, per cinque giorni, ha trovato nel mare uno spazio privilegiato in cui manifestarsi.

Ma il mare non è soltanto apertura. Per molti il movimento lento della nave ancorata è diventato una sorta di abbraccio rassicurante. Un ritmo capace di accompagnare. Tra onde, vento e orizzonti aperti, il viaggio ha offerto la possibilità di sperimentare nuovi modi di stare con sé stessi e con gli altri. Ora il percorso continuerà attraverso incontri di follow-up e un lavoro di raccolta dati che permetterà di valutare gli effetti dell’esperienza nel tempo. Perché, come ogni navigazione insegna, l’approdo non coincide mai davvero con la fine del viaggio.