Alessio Mamo, fotoreporter siciliano del Guardian: “fotografo i conflitti per raccontare le persone”
Alessio Mamo racconta guerre, migrazioni e crisi umanitarie mettendo al centro le relazioni e la responsabilità della testimonianza.
Alessio ha appena superato i controlli di sicurezza. Tra poco salirà su un aereo diretto in Polonia, poi proseguirà via terra per raggiungere Kiev. Intorno a lui c’è il brusio tipico di ogni aeroporto: annunci, partenze, persone impazienti di partire. Per lui, invece, partire non è mai una vacanza. Da oltre dieci anni è lavoro o forse, più semplicemente, una scelta di vita. Ma prima di allora c’è un’altra vita per Alessio Mamo.
Oggi fotoreporter apprezzato e pluripremiato, collaboratore di The Guardian, prima del 2013 era un chimico in un’azienda del catanese. Una vita tra formule chimiche e orizzonti racchiusi tra le mura di laboratori. È così che ha iniziato a viaggiare, per cercarne altri di orizzonti, e la macchina fotografica è stata la sua unica compagna in molti di questi viaggi. Il primo in Nepal.
Un cambiamento radicale
Nel 2009 l’azienda in crisi non gli rinnova il contratto, per Alessio è come vincere un terno a lotto. A 31 anni si ritrova ad iniziare una nuova fase della sua vita, frequenta festival di fotografia e poi l’incontro con un fotografo tedesco, Hans Madej, in Sicilia per fare un reportage sulle celebrazioni pasquali nell’isola. «Gli feci da fixer, lo accompagnavo in giro col suo camper un po’ scassato, gli facevo da traduttore e nel frattempo capivo sulla pelle cosa significasse lavorare nel campo della fotografia. All’inizio scattavo fotografie in cui prevaleva l’impatto estetico, anche se erano già legate, in qualche modo, al tema della crisi. Poi una data ha cambiato tutto».

Alessio si riferisce al 3 ottobre 2013, il giorno del naufragio di Lampedusa. «In quel momento capii il senso di questo lavoro: usare la fotografia per denunciare quelle che già allora consideravo grandi ingiustizie. Oggi continuo a raccontarne altre». In seguito a quella tragedia in cui morirono più di trecento migranti a poche miglia dall’isola, iniziò a ricevere i primi incarichi anche da giornali stranieri. Da allora sono iniziate le collaborazioni con diverse testate: in Italia con L’Espresso, all’estero con The Guardian, con cui lavora ancora oggi. Negli ultimi quattro anni ha seguito il conflitto in Ucraina, ha lavorato in Medio Oriente, in Palestina e in Libano.
«È un lavoro che mi appassiona profondamente. Se non fosse così, sarebbe impossibile farlo. Chi sceglie questo mestiere lo fa certamente per la fotografia, ma anche per un interesse autentico verso ciò che accade nel mondo. Documentare tragedie e conflitti significa prima di tutto incontrare le persone». Essere fisicamente presenti in certi luoghi richiede un grande dispendio di energie. Per arrivare in Ucraina, ad esempio, bisogna prendere un volo per la Polonia, poi un autobus fino al confine e infine un treno per dodici ore. Un viaggio nel viaggio che niente ha a che vedere con il lavoro sul campo.
«Ogni situazione è diversa. Quando raccontiamo guerre o catastrofi naturali ci troviamo spesso davanti a immagini di distruzione, edifici sventrati, città devastate o territori colpiti, ma i momenti che ti segnano davvero sono quelli in cui incontri le persone. Può capitare di assistere al funerale di un’intera famiglia uccisa durante un bombardamento o di ascoltare il racconto di una madre che ha perso tre figli. Questa è una delle ultime storie che abbiamo raccolto in Libano».

«In quei momenti convivono tante emozioni, un senso di impotenza, di frustrazione e anche una certa inquietudine. Per fare questo lavoro bisogna entrare nella vita delle persone, spesso nel momento in cui hanno perso tutto, e il compito più difficile è fotografarle». Guardando le sue foto sono tante le emozioni e le sensazioni che traspaiono ma senza per questo cadere nel sensazionalismo.
Gli incontri della vita
«Preferisco i lavori a lungo termine perché mi permettono di incontrare le persone più volte. I primi incontri servono a conoscersi, a costruire una relazione e un rapporto di fiducia. Quando invece si lavora per un giornale, il tempo a disposizione è pochissimo e tutto diventa più complicato, anche dal punto di vista emotivo». Anche lasciare quei luoghi è spesso motivo di sofferenza. Alessio cerca di rimanere in contatto con le persone che incontra, di dare continuità a quelle relazioni e non farle finire con la pubblicazione di un servizio. Il ritorno alla propria vita è spesso accompagnato da un senso di colpa.
«Io ho il privilegio di poter andare e tornare, mentre le persone che fotografo e intervisto spesso non hanno questa possibilità. Non possono scegliere. Il rapporto con le persone è senza dubbio la parte più bella di questo mestiere, è ciò che mi porto dentro ogni volta. Ecco perché tengo così tanto a tornare negli stessi luoghi. Ho chiesto, ad esempio, al Guardian di poter seguire con continuità l’Ucraina e, per fortuna, riesco ad andarci quattro o cinque volte all’anno. Questo mi permette di rivedere persone conosciute nei viaggi precedenti e di seguire l’evoluzione delle loro storie».
E alcune di queste lasciano un segno indelebile. Alessio ha la “fortuna” di poterle condividere con Marta Bellingreri, giornalista e scrittrice, specializzata in Storia dei Paesi arabo-islamici e del Mediterraneo, e compagna di vita, conosciuta a Pozzallo durante il funerale di dodici migranti morti in mare. Era il 2015.
Il desiderio di tornare nei luoghi che racconto è anche un atto politico. C’è chi sceglie di manifestare in piazza, noi, attraverso il nostro mestiere, scegliamo di raccontare ciò che accade
Da allora tanti progetti insieme, dalla Giordania all’Iraq. Uno dei primi lavori a lungo termine l’ha realizzato proprio con Marta ad Amman, per raccontare i dieci anni dell’ospedale costruito da Medici Senza Frontiere. Una delle fotografie scattate nel 2018 ritrae Manal, una bambina di dodici anni rimasta ferita in seguito a un’esplosione vicino a Kirkuk, in Iraq. Oggi Manal ha 22 anni, è una giovane donna, e quel ritratto premiato con il World Press Photo è appeso nella casa di Alessio e Marta. Ogni tanto Dalia, loro figlia, la guarda, la indica e la tocca.
«Un giorno ci piacerebbe raccontarle chi è Manal. Da quando è nata Dalia, ogni volta che parto porto con me un quaderno in cui scrivo pensieri, appunti e riflessioni su quello che sto vivendo. Mi piace immaginare che, quando sarà più grande, possa sfogliare quelle pagine e capire qualcosa di questo lavoro e del senso che ha per me».
La missione sul campo in Ucraina
Convivere con il dolore che racconta non è semplice. Per questo il Guardian offre ai propri inviati, quando necessario, assistenza psicologica e investe molto nella preparazione sul campo. In questo viaggio, ad esempio, i primi giorni saranno dedicati a un corso di sicurezza sugli attacchi con i droni. In Ucraina Alessio sarà inoltre affiancato da un responsabile della sicurezza, incaricato di monitorare costantemente la situazione e indicare come muoversi in caso di attacchi. Il rischio non può essere annullato, ma può essere ridotto.
Nei primi due anni di guerra Alessio Mamo ha lavorato con Lorenzo Tondo, corrispondente del Guardian, anche lui siciliano. Da circa tre anni, invece, collabora con Luke Harding, profondo conoscitore dell’area ex sovietica. «Sicuramente andremo nell’est dell’Ucraina, in Donbass. Una delle idee è documentare come l’Ucraina stia sviluppando e producendo i droni a lungo raggio utilizzati per colpire obiettivi sul territorio russo. L’obiettivo è visitare un impianto in cui vengono costruiti, ma tutto dipenderà dalle autorizzazioni che riusciremo a ottenere. Poi, naturalmente, seguiremo anche l’evoluzione del conflitto giorno per giorno: andremo sul fronte, incontreremo le brigate militari, parleremo con i soldati oppure con i civili evacuati dalle aree più esposte ai combattimenti».

Oggi Kiev è diventata, paradossalmente, una delle città più sicure dell’Ucraina grazie ai sistemi di difesa che sono stati installati. Questo non significa che il pericolo sia scomparso, ma rispetto ai primi anni del conflitto il contesto è profondamente cambiato. In altri contesti è molto più difficile intravedere segnali di fiducia e speranza. A Gaza, così come in Libano, ad esempio, restano molte sofferenze e ingiustizie che, secondo Alessio, non vengono raccontate a sufficienza.
Il fotogiornalismo, la crisi del giornalismo e l’AI
Alessio ha cominciato a fare il fotoreporter di professione in età matura, ha vinto premi (World Press Photo, Premio Ryszard Kapuściński, Premio Maria Grazia Cutuli per citarne alcuni) e importanti riconoscimenti in un momento storico di grande crisi per il giornalismo.
«Il desiderio di tornare nei luoghi che racconto è anche un atto politico. C’è chi sceglie di manifestare in piazza, noi, attraverso il nostro mestiere, scegliamo di raccontare ciò che accade. I media hanno una grande responsabilità, mi considero fortunato perché riesco ancora a fare questo lavoro e perché collaboro con un giornale di cui condivido la linea editoriale. Oggi fare fotogiornalismo è sempre più difficile, la crisi del settore continua ad aggravarsi anno dopo anno e molti fotogiornalisti italiani che lavorano nei conflitti collaborano quasi esclusivamente con testate straniere».

Sono rimasti in pochi, sebbene il fotogiornalismo continui ad avere un ruolo fondamentale. Oggi, forse, ancora più di prima. «Il nostro ruolo non può essere sostituito, potrei essere smentito tra qualche anno, ma continuo a pensare che il valore della testimonianza diretta sia insostituibile. L’intelligenza artificiale può generare immagini e testi perfetti, ma non potrà mai riprodurre la verità dell’incontro, un volto, uno sguardo, le emozioni e le strette di mano delle persone che hanno scelto di fidarsi di te».
Quando ci salutiamo, Alessio è già a bordo, pronto per il decollo. Con sé porta una macchina fotografica, un taccuino pieno di appunti destinati un giorno a sua figlia Dalia e la convinzione che, finché ci sarà qualcuno disposto a guardare negli occhi le persone e a raccontarne la storia, il fotogiornalismo continuerà ad avere un senso.











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