10 Luglio 2026 | Tempo lettura: 6 minuti

Nomade digitale in montagna? In Valle Soana c’è un progetto temporaneo di vita e lavoro nei borghi

Tre Comuni della Valle Soana lanciano VIHTA – Wild Working, una residenza temporanea fuori stagione per lavoratori da remoto e famiglie. L’obiettivo è verificare se la montagna può diventare uno spazio di vita, lavoro e comunità.

Autore: Paolo Cignini
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In una valle alpina la distanza tra una visita e una scelta di vita può essere enorme. Da fuori si vedono i sentieri, i boschi, i borghi, il silenzio. Da dentro compaiono altre domande: dove si lavora? Quali servizi restano aperti? Come ci si sposta? Dove vanno a scuola i bambini e le bambine? Chi tiene vivi i luoghi quando la stagione turistica finisce? La Valle Soana sta provando a partire proprio da queste domande.

Nel versante piemontese del Parco Nazionale Gran Paradiso il territorio ruota attorno a tre Comuni: Ingria, Ronco Canavese e Valprato Soana. È vicino a Torino, ma abbastanza lontano dalle traiettorie più battute del turismo alpino da poter cercare una strada diversa. Quella strada oggi passa anche da VIHTA – Wild Working in Valle Soana, una residenza temporanea di co-living e co-working. Il nome viene dal patois francoprovenzale locale e significa “stai”: fermarsi abbastanza da vedere la valle oltre l’immagine, entrando per qualche settimana nei suoi ritmi quotidiani.

Fuori stagione, fuori dalla logica della vacanza

Il progetto VIHTA si svolgerà dal 20 settembre al 18 ottobre 2026 ed è rivolto a freelance, lavoratori e lavoratrici da remoto, studenti universitari, ricercatori, nomadi digitali e famiglie. Le candidature sono aperte fino al 20 luglio. Si potrà restare due o quattro settimane, con alloggi condivisi, spazi di lavoro nei tre Comuni, connessione internet e momenti di incontro con il territorio.

Valle Soana
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La scelta dell’autunno è il primo elemento politico del progetto. Non si propone la valle nel suo momento più facile, quando l’estate porta già presenze, cammini e seconde case riaperte. La si propone quando il flusso rallenta e si vede meglio che cosa significa restare: usare servizi, incontrare persone, lavorare, attraversare distanze. Anche la formula per le famiglie va letta in questa direzione. Per figli e figlie fino a dieci anni la quota è azzerata ed è prevista la possibilità di frequentare la scuola locale. Se si parla di riabitare una valle, la scuola non è un servizio tra gli altri, ma uno dei luoghi in cui si misura il futuro possibile di un territorio.

Una valle non si riabita con una call

VIHTA non nasce dal nulla e non pretende di risolvere da sola lo spopolamento. Si inserisce nel Piano di Azione per l’Abitabilità della Valle Soana e nel percorso APICE – Giovani, partecipazione e imprese per la Valle Soana, sostenuto da Fondazione Compagnia di San Paolo. Il lavoro dei tre Comuni tiene insieme turismo lento, servizi, nuove attività, lavoro e comunità. «Abitare un territorio come la Valle Soana non significa consumare un luogo o passarci un fine settimana d’estate», spiega Mara Dadone, Junior Communication e Destination Manager della Valle Soana. «Significa creare le condizioni affinché una persona possa strutturare qui la propria quotidianità».

Mara è arrivata in Valle Soana da pochi mesi. Originaria di Cuneo, dopo alcuni anni di lavoro a Torino oggi vive gran parte della settimana a Ronco Canavese. Il suo ruolo tiene insieme sviluppo strategico della destinazione, comunicazione e supporto pratico sul territorio: canali informativi, relazione con visitatori, operatori e comunità, costruzione di un racconto condiviso della valle. Per questo quando parla di abitabilità non cita solo parole generali. Cita servizi essenziali, scuola, negozi, farmacie, attività che possono restare aperte se esiste una comunità viva tutto l’anno. «La montagna non è un museo da visitare, ma uno spazio generativo dove è possibile fare impresa, fare famiglia e costruire il proprio futuro».

Valle Soana

Tre Comuni, tre pezzi della stessa domanda

Per capire il senso di VIHTA bisogna guardare ai tre Comuni come a tre modi diversi di porre la stessa domanda: che cosa serve perché una valle resti viva? A Ronco Canavese la risposta passa anche dalla vita quotidiana. Claudia Turello arriva da Torino e oggi vive qui con la sua famiglia. Racconta un paese in cui servizi come farmacia, panetteria, macelleria, bar, nido, scuola dell’infanzia e primaria non sono un contorno, ma condizioni concrete per restare. «Il bello di queste piccole comunità è che tutti stanno con tutti», racconta. «I bambini e i ragazzi stanno anche con gli anziani, si condividono momenti insieme e se si può ci si dà volentieri una mano».

A Ingria, dove gli abitanti sono poco più di quaranta, il tema cambia ancora scala. Federico Bianco Levrin, amministratore comunale e residente tutto l’anno, lavora in parte da remoto, tra casa e sala coworking comunale, spostandosi a Torino una o due volte alla settimana. Per lui vivere in un paese così piccolo non è un disagio: significa entrare in una rete di conoscenze e amicizie difficile da costruire in città. «Non si è soli: si è in pochi, ma non si è soli», dice. E aggiunge un’immagine semplice: in paese, quando si parcheggia l’auto, «vedi le auto, sai chi c’è e chi non c’è».

Le difficoltà però restano. Federico cita il costo delle ristrutturazioni – che è più alto in montagna per ragioni logistiche – i prezzi dei negozi locali e la mobilità, soprattutto per le persone anziane. «Se si ha un’auto si azzera praticamente ogni problema», osserva. Senza autonomia negli spostamenti invece anche la distanza dai servizi sanitari e dal fondovalle può diventare un limite concreto.

A Valprato Soana il discorso incontra il lavoro di Massimo D’Angelo, nato e cresciuto a Torino ma legato alla valle dalle origini familiari. «Stufo della città ho iniziato a fare sempre più giornate in valle, finché non mi sono trasferito», racconta. Oggi sta lavorando alla nascita di una Cooperativa di Comunità, con l’obiettivo di creare nuove opportunità di lavoro e servizi per chi vive in valle tutto l’anno.

Valle Soana
La festa del pane in Valle Soana

Tra i bisogni più concreti Massimo indica i servizi alla popolazione, soprattutto in una fase in cui i residenti sono sempre più anziani, ma anche mobilità, manutenzione della rete sentieristica e relazione tra abitanti e visitatori. È anche volontario di Pianeta Neve, l’impianto di Piamprato. Tenere vivo un piccolo impianto a 1.550 metri, spiega, è «una completa sfida alle condizioni meteorologiche»: può capitare di preparare tutto e vedere un mese di lavoro rovinato da foehn, pioggia o mancanza di neve. «Ci sono stagioni che per via del clima sono durate due weekend».

Stare abbastanza da capire

Il lavoro da remoto viene spesso raccontato con immagini povere: un computer aperto davanti a una finestra, una connessione stabile, la promessa di poter lavorare ovunque. Ma un territorio non si rigenera con una scrivania e una rete wi-fi. Senza relazioni, servizi e responsabilità reciproche, il rischio è soltanto spostare altrove lo stesso consumo di luoghi. VIHTA prova a usare la residenza temporanea come soglia, non come vetrina.

Mara parla di un «test di realtà»: chi arriva non entra in una bolla turistica, ma in case condivise, nei tre Comuni, fuori stagione, quando la montagna mostra anche il suo lato più esigente. L’obiettivo non è intrattenere, ma permettere alle persone di capire se quella dimensione di vita possa trasformarsi in una scelta più stabile. La call è quindi solo una porta d’ingresso. Il lavoro vero resta quello di lungo periodo: rendere la Valle Soana un territorio capace di accogliere senza snaturarsi, attrarre senza consumarsi, raccontarsi senza diventare soltanto una destinazione. Per candidarsi c’è tempo fino al 20 luglio 2026.

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