16 Luglio 2026 | Tempo lettura: 7 minuti
Ispirazioni / Il filo del pensiero

E se a volte la risposta giusta fosse semplicemente “non lo so”?

Carola Truffelli dell’associazione Filò racconta tre episodi che ha vissuto durante dei laboratori di filosofia che ha condotto. La riflessione si incentra sulla necessità di uno spazio sicuro in cui poter rispondere “non lo so” senza avere paura del giudizio.

Autore: Filò
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Quest’anno, nei percorsi che ho seguito, ho avuto più volte una stessa esperienza, anche se in contesti molto diversi: quella di vedere le persone passare da una posizione di difesa a una di fiducia. Fiducia nello spazio, in sé stesse, nelle proprie idee. Non è qualcosa di immediato, non accade sempre, ma una serie di episodi concreti col tempo hanno iniziato a collegarsi tra loro e mi hanno spinto a riflettere su questo tema. Ne riporto alcuni cercando di collegare quel filo di esperienze e riflessioni che mi ha accompagnato. 

Vietato dare consigli

La prima storia è ambientata in un cerchio di genitori. Al termine di una delle nostre conversazioni è emersa una frase che mi è rimasta impressa: “Abbiamo provato molti approcci, ma in qualche modo ti senti sempre giudicato. Ti dicono cosa fare, ti danno una soluzione e hai sempre la sensazione di non star facendo abbastanza. Qui mi sento più libera”. Nelle parole che seguono a questa prima riflessione, questa mamma racconta di una forte pressione legata al ruolo genitoriale: il bisogno di capire cosa sia “giusto” fare, la difficoltà nel trovare strumenti e il senso di colpa che spesso accompagna queste incertezze.

Quella frase continua a tornarmi in mente. Dentro c’è qualcosa di sottile che cerco di comprendere. All’epoca di questa riflessione il nostro percorso si sta quasi per chiudere. Quattro mesi prima è iniziato con una grande raccolta di temi e domande. Quasi tutti i dubbi del gruppo vengono formulati con domande del tipo: “Come faccio?”, “come posso?”, “come si deve?”. Nell’analisi dialogica il gruppo si accorge di questa ricorrenza e si ride leggeri pensando che alla fine il loro bisogno è quello di una ricetta, di un metodo applicabile sempre.

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Queste persone sono alla ricerca di consigli, mi dico. Chissà quando scopriranno che di consigli io non ne posso dare nel ruolo che incarno. E infatti dopo qualche incontro iniziano a prendermi in giro: “Tu non dici mai la soluzione, eh! Anche quando te la chiediamo direttamente fai solo un’altra domanda, come se le risposte fossero già dentro di noi”. Mi dico che sta funzionando, che in qualche modo il loro bisogno sta venendo soddisfatto nel trovarsi capaci di consigliarsi da soli.

E dopo poco aver fatto insieme questa scoperta ecco l’intervento che dà origine a tutta questa riflessione: “Qui mi sento più libera”. Forse non si trattava affatto di un bisogno di consigli, ma di trovare un luogo in cui questi consigli non fossero una valutazione implicita del proprio modo di agire. E nel dubbio e dialogo, in uno spazio che non può valutare perché è davvero impossibile facilitare un dialogo giudicando, si acquisisce fiducia nel gruppo – posso dire davvero cosa mi passa per la testa, anche se non va bene – e in sé – se mi faccio alcune domande in più so cosa fare.

In quello spazio accade qualcosa di diverso. Non perché i problemi siano spariti o perché qualcuno abbia trovato la soluzione giusta, ma perché è cambiato il tipo di ascolto. Le parole non venivano subito riportate a una risposta o a una spiegazione, ma potevano restare aperte. E questo ha prodotto un effetto particolare: le persone sembravano sentirsi meno in dovere di difendere le proprie scelte, più libere di raccontare anche le incertezze. Come se, per una volta, non fosse necessario dimostrare di stare facendo “la cosa giusta”.

L’importanza di un atteggiamento leggero

La seconda storia si sviluppa in un cerchio di giovani adulti. All’inizio lo stare insieme è attraversato da una certa tensione: per alcuni è difficile partecipare, per altri è difficile accogliere certe presenze. Una persona in particolare non riesce ad esprimersi e si agita visibilmente alle domande che pongo. Insieme alla collega che mi accompagna elaboriamo una strategia: mimare la postura del dialogo. A turno lavoriamo come facilitatici o partecipanti e nel ruolo di partecipante ridiamo dei nostri dubbi, cambiamo idea continuamente, ci contraddiciamo esplicitamente ma con un’atteggiamento leggero. Prendiamo insomma davvero poco sul serio le nostre credenze. 

Ciò che ha fatto la differenza non è stato trovare risposte o soluzioni immediate, ma la possibilità di sospendere il giudizio

Ci accorgiamo che piano piano tutte e tutti iniziano ad assumere quella postura “leggera”: il modo di ascoltare, i tempi del dialogo, la disponibilità a restare anche nel silenzio, la risata sull’idea che non torna sono soli alcuni degli aspetti che iniziano a cambiare. E alla fine del percorso accade qualcosa di magico. Nel ruolo di facilitatrice chiedo alla persona che era più agitata: “Perché pensi questo?”. Mi guarda dritta negli occhi, non ha paura, sorride e dice: “Non lo so davvero”. L’ansia performativa di esprimersi per bene scompare nel sospiro che ne segue. 

Lo studente che teme il voto

Un’ultima esperienza per tirare le fila del discorso e che ha reso questo aspetto ancora più evidente è stata in classe. C’è uno studente – lo chiameremo M. – che per un periodo ha fatto molta fatica a entrare a scuola. Non era una semplice resistenza, ma qualcosa legato a esperienze precedenti che avevano reso quel contesto difficile da abitare. Incontro M. in corridoio mentre entro in classe: è col suo papà che cerca di convincerlo gentilmente a entrare.

Lui si aggrappa alle sue gambe come un naufrago in mare aperto si attacca alla propria zattera. Lo saluto e gli dico: “Se non ti va di entrare con me va bene, io però lascio la porta aperta e una sedia vuota per te, se poi cambi idea puoi unirti quando ti va. E ricorda che in filosofia non si può proprio dire se qualcuno sbaglia. Io i voti non ho mai imparato a metterli quindi non li metto”.

M. ci osserva dalla soglia mentre sistemiamo il cerchio e iniziamo il dialogo. Dopo mezz’ora entra e si siede al suo posto. Non so perché è entrato, ma credo che abbia iniziato a partecipare ai momenti in cerchio proprio perché lì non c’erano voti né valutazioni, nemmeno implicite. Solo uno spazio in cui parlare non significava essere misurati. La differenza, in quel caso, non era nel contenuto delle attività, ma nella percezione dello spazio. Non essendoci la pressione di una valutazione diventava possibile restare, anche con fatica. E da lì, lentamente, anche la partecipazione ha iniziato a prendere una forma diversa.

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Cosa unisce queste esperienze?

Ripensando a questi episodi, mi sembra che ci sia un filo comune molto chiaro. In tutti i casi ciò che ha fatto la differenza non è stato trovare risposte o soluzioni immediate, ma la possibilità di sospendere il giudizio. È come se il pensiero e la parola avessero bisogno di uno spazio non minaccioso per potersi dispiegare davvero. Uno spazio che creiamo anche noi, ognuno con sé, dentro la propria mente. Quando questo spazio esiste, le difficoltà non spariscono, ma possono essere dette in un modo diverso, meno difensivo, più autentico, più leggero. 

Questo mi porta a interrogarmi su cosa significhi davvero fare filosofia in modo pratico: per me non è soltanto discutere idee, ma creare condizioni in cui le persone possano esporsi senza sentirsi immediatamente valutate. Forse la filosofia, in questo senso, non è tanto un insieme di contenuti, quanto una forma di attenzione verso l’altro, una forma di fiducia verso di sé.

Eppure rimane una domanda aperta: se è vero che uno spazio di ascolto può cambiare il modo in cui le persone si esprimono, quanto è difficile portare questa stessa qualità di ascolto fuori da quei contesti? Nella vita quotidiana, dove spesso prevale la fretta di capire o di rispondere, quanto siamo davvero capaci di non trasformare subito l’altro in un problema da risolvere?

Mi rispondo che è complesso, che dopo due ore in cui ascolto così sono distrutta, che se lo facessi tutto il tempo non avrei energie e dovrei dormire molto di più. E poi mi rendo conto che dopo cinque anni di pratica, la fatica si sente meno, è come se quel muscolo cerebrale si fosse allenato. Mi basta tornare lì, a quel passo indietro, a quel fare di “sospensione del giudizio” e mi dico che forse tra altri cinque anni non farò più nessuna fatica.

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