18 Settembre 2026 | Tempo lettura: 7 minuti

Giuseppe Fava, una memoria che continua a interrogare il presente

A cento anni dalla nascita di Giuseppe Fava, il suo sguardo continua a interrogare la Sicilia di oggi. Tra memoria, opere e nuovi progetti, la Fondazione prova a rimettere in viaggio la sua eredità.

Autore: Salvina Elisa Cutuli
giuseppe fava ant
L'articolo si trova in:

Si è concluso il 15 settembre scorso l’anno del centenario della nascita del giornalista Giuseppe Fava. Dopo una mostra, un annullo filatelico, spettacoli teatrali, proiezioni e momenti di dibattito pubblico, l’ultima tappa di questo percorso, voluto dalla Fondazione Giuseppe Fava, si è svolta al Giardino di Scidà, bene confiscato alla mafia e sede, dal 2017, de I Siciliani Giovani, insieme all’Arci e alla stessa Fondazione.

«Abbiamo voluto che questa celebrazione avvenisse qui anche per una ragione personale. Mio padre, Giuseppe Maria Andreozzi, ha curato la conservazione e la digitalizzazione dell’immenso materiale scritto, grafico e giornalistico lasciato da Giuseppe Fava, ha organizzato eventi, mostre e rassegne e per questo ho voluto farla qui, anche per lui», racconta Francesca Andreozzi, presidente della Fondazione Fava.

Una scelta simbolica e non solo, se si pensa che quello che oggi è il Giardino di Scidà – in un prossimo articolo vi racconteremo la storia di questo luogo –, che apparteneva proprio a Nitto Santapaola, il mandante, insieme ad altri esponenti della mafia, dell’omicidio di Giuseppe Fava, reo di aver denunciato coraggiosamente i legami tra Cosa Nostra, la politica e l’imprenditoria catanese. «Si è chiuso un cerchio. Alla faccia dei mafiosi e di Nitto Santapaola, stasera è successa una cosa che non avrebbe mai potuto immaginare: Giuseppe Fava era qui con noi». Sono le parole di Giovanni Caruso, storico fotoreporter che ha lavorato a fianco di Fava al Giornale del Sud e poi nella rivista I Siciliani.

Insieme hanno raccontato e immortalato la Catania di quegli anni difficili, condividendo una visione del giornalismo come militanza attiva e ricerca della verità contro la mafia. Uno sguardo capace di rintracciare dolore, bellezza, violenza, ironia e speranza nelle persone incontrate e nei luoghi visitati. Un’attitudine emersa anche la sera del 15 settembre, durante la proiezione di due dei sei episodi della serie Siciliani di Giuseppe Fava e Vittorio Sindoni, realizzati nel 1980 su richiesta della Terza Rete.

Giuseppe Fava

Una serie oltre gli stereotipi

«Vogliamo proporre al resto degli italiani un’immagine dei siciliani diversa da quella stereotipata che si sono fatti ancor prima dell’Unità d’Italia», dichiarò all’epoca Giuseppe Fava. Era dicembre del 1979 quando la Rai decise di affrontare una nuova sfida: la Sede Regionale per la Sicilia avviò la propria programmazione destinata alla Terza Rete Tv, inaugurando uno spazio dedicato al racconto dell’isola. 

La serie aveva proprio lo scopo di offrire uno spaccato della Sicilia raccontando territori diversi. Fava lo aveva già fatto nel 1967 con una serie di inchieste poi raccolte nel libro Processo alla Sicilia, recentemente ripubblicato da Zolfo e originariamente pubblicate a puntate sul quotidiano La Sicilia. La serie percorreva alcune delle ferite più profonde dell’isola, a partire dall’emigrazione forzata, dalla povertà e dalla mancanza di opportunità. Voci di uomini, donne e bambini segnati o costretti a lasciare la Sicilia per cercare lavoro al Nord o all’estero, come conseguenza di un sistema che offriva poche possibilità di futuro.

Un racconto che si allargava anche alle condizioni di marginalità e disagio vissute dalla società siciliana e alle contraddizioni dell’isola. È il caso di “Opere buffe”, uno dei due episodi proiettati la sera del 15 settembre insieme a “La rivoluzione mancata”, che sposta lo sguardo sullo sviluppo industriale, tra paesaggi deturpati, promesse disattese dell’area del petrolchimico siracusano e la vicenda delle miniere.

Ma anche su territori come quelli dell’Agrigentino dove, ancora oggi, a oltre quarant’anni di distanza, l’erogazione dell’acqua avviene secondo turni o non arriva affatto in alcune zone, nonostante la risorsa sia presente. Un racconto che, a distanza di decenni, conserva una forte attualità per i temi affrontati e per lo sguardo critico con cui Giuseppe Fava osservava la Sicilia, oltre che per le scelte registiche e di sceneggiatura. Uno sguardo tra l’altro mai rassegnato, come si evince anche dalla mostra che l’anno scorso ha dato il via alle celebrazioni per il centenario.

E forse è proprio nella possibilità di continuare a interrogare il presente attraverso le opere e lo sguardo di Giuseppe Fava che la memoria smette di essere soltanto commemorazione e diventa qualcosa di vivo

Perché un centenario su Giuseppe Fava?

La mostra “La cultura e il diavolo – L’arte di Giuseppe Fava tra impegno civile, politico e intellettuale”, che si è tenuta alla Galleria d’Arte Moderna di Catania dal 15 settembre 2025 al 6 gennaio 2026, ha provato a restituire proprio questa sua complessità. Fava non è stato soltanto il giornalista ucciso dalla mafia, è stato anche scrittore, drammaturgo, autore, regista, documentarista e, soprattutto, uno straordinario osservatore della realtà. Nei suoi reportage, nelle sue interviste, nei suoi testi e nei suoi viaggi ha sempre cercato di far risaltare le contraddizioni dell’animo umano

Raccontare Fava significa anche raccontare Catania, la città dove ha scelto di vivere e che ha amato senza indulgenza, descrivendola anche attraverso immagini durissime tra intrecci di mafia, politica e imprenditoria. Qui è stato assassinato e qui, per anni, una parte della città ha provato a rimuoverne la memoria.

È proprio da questa frattura che nasce il senso delle iniziative organizzate per il centenario: non soltanto ricordare Giuseppe Fava insieme a chi lo conosce già, ma portarlo soprattutto a chi non lo ha mai incontrato. Alle ragazze e ai ragazzi nati molto dopo il 1984, che non hanno letto I Siciliani, che non hanno vissuto quella stagione e che magari non si sono mai chiesti chi fosse l’uomo a cui oggi è intitolata una strada di Catania.

A distanza di decenni, alcune delle contraddizioni da lui denunciate restano riconoscibili e forse sta proprio qui il senso più profondo del centenario che smette di essere una semplice ricorrenza. Ricordarlo oggi significa chiedersi che cosa possa ancora dirci il suo sguardo e quanto quella capacità di osservare, denunciare e immaginare un cambiamento possa servire a una città che continua a misurarsi con povertà educativa, disagio giovanile e fragilità sociali. Significa trasformare quella memoria in un’occasione di crescita culturale e civile.

L’ultima intervista a Giuseppe Fava, realizzata da Enzo Biagi

Una memoria che guarda al futuro

A partire dal lavoro realizzato da Giuseppe Fava nella serie “Siciliani”, la Fondazione guarda ora a un possibile nuovo progetto. «La nostra idea oggi è quella di ripercorrere alcune tappe di quei viaggi e provare a raccontarle a modo nostro, attraverso lo sguardo di altri registi. Mi piacerebbe che diventasse un lavoro corale per raccontare quei territori oggi, capire che cosa è cambiato e che cosa no. Tornare sulle tematiche che continuano a essere attuali e vedere come vengono percepite e vissute a distanza di anni», sottolinea Andreozzi.

Un primo gruppo di registi, Giuseppe Gonzales, Marco Pirrello e Carla Virzì, si è già reso disponibile a “ripercorrere” il viaggio iniziato anni fa dal giornalista siciliano. E forse è proprio nella possibilità di continuare a interrogare il presente attraverso le opere e lo sguardo di Giuseppe Fava che la memoria smette di essere soltanto commemorazione e diventa qualcosa di vivo. Come ci ha tenuto a ricordare Giovanni Caruso: «Tutto questo dimostra che non si muore mai. Nel caso di Giuseppe Fava rimangono tantissime cose: le drammaturgie, le sceneggiature, gli articoli. Può morire il corpo, ma quando rimane una traccia, un ricordo, quando rimangono certi documenti come quelli che abbiamo visto stasera, una persona continua a vivere».