Il prezzo della testimonianza in Iran: una madre condannata a morte senza prove
Una donna di 43 anni è stata condannata a morte senza accuse fondate in Iran. Altre due sentenze senza che alcuna prova concreta sia stata pubblicata sono state emesse ai danni di sue connazionali.
La famiglia di Leila Abolhassani racconta che lei era in piedi davanti a un supermercato in fiamme col suo telefono in mano e stava registrando ciò che vedeva. Solo per questo, secondo quanto riferito, è stata condannata a morte. Leila è madre di due figli, ha 43 anni ed è stata arrestata nella notte dell’8 gennaio, durante le proteste che hanno interessato tutto l’Iran, dopo che era scoppiato un incendio in un supermercato Ofogh Kourosh a Shahin Shahr, a nord di Isfahan.
Mesi dopo, un Tribunale rivoluzionario l’ha condannata per moharebeh – «ovvero “inimicizia contro Dio” – e ha stabilito per lei come pena la morte. Itutto ciò nonostante i pubblici ministeri non abbiano presentato alcuna prova pubblica a sostegno dell’accusa secondo cui avrebbe partecipato all’incendio.
Ciò che racconta la sua famiglia
Secondo fonti citate da organizzazioni iraniane per i diritti umani e da Iran International, Abolhasani aveva tirato fuori il telefono per filmare l’incendio ed era stata arrestata quella stessa notte. I suoi familiari hanno sempre fornito la stessa versione: stava documentando la scena, non appiccando l’incendio. IranWire ha citato una fonte informata secondo cui la donna stava fotografando le fiamme quando è stata fermata. Anche l’organizzazione per i diritti umani HANA ha riferito la stessa versione, precisando che la famiglia nega esplicitamente qualsiasi coinvolgimento nell’incendio. L’Iran Human Rights Society ha confermato la condanna a morte e ha riferito che il caso è stato successivamente portato davanti alla Corte Suprema in appello.

A contraddire queste testimonianze c’è soltanto la versione fornita dalla magistratura. A maggio, la Sezione 5 del Tribunale rivoluzionario di Isfahan, presieduta dal giudice Vahid Hemmatnejad, ha riconosciuto Abolhasani colpevole di aver contribuito a incendiare il negozio. Il tribunale non ha pubblicato la sentenza. Non ha reso noto quali prove – ammesso che ve ne siano – colleghino la donna all’incendio doloso né ha divulgato i dettagli della sua difesa. Dall’arresto è detenuta nel carcere di Dowlatabad, a Isfahan. Una condanna a morte emessa senza prove rese pubbliche, nei confronti di una donna che, secondo la sua stessa famiglia, non faceva altro che filmare la scena: è questo squilibrio a trovarsi al centro del caso.
Uno schema, non un caso isolato
Il procedimento contro Abolhasani rientra in uno schema più ampio che gli osservatori dei diritti umani documentano dall’inizio delle proteste di gennaio. Quella che era iniziata come una protesta per le difficoltà economiche si è trasformata in manifestazioni più ampie contro il governo, seguite da arresti di massa e da un’ondata di condanne a morte. Leila Abolhasani non è l’unica donna a rischiare l’esecuzione per il proprio coinvolgimento nelle proteste, ci sono casi analoghi addirittura nella stessa città.
Human Rights Activists in Iran ha riferito il 31 agosto che anche la ventenne Taraneh Rahimi è stata condannata a morte in un procedimento legato agli stessi disordini. Rahimi era una dei sedici imputati processati insieme nel caso ormai noto come “il caso di Shohada Square”, a Isfahan. Le prime sentenze sono state emesse il 30 agosto dalla Sezione 1 del Tribunale rivoluzionario di Isfahan. Insieme a lei è stata processata la sorella gemella, Romina: mentre Taraneh rischia l’esecuzione, Romina è stata condannata a 25 anni di carcere.
Le analogie con il caso di Abolhasani vanno oltre la semplice accusa contestata. Secondo fonti di Radio Farda, non vi erano prove indipendenti che collegassero le imputate al delitto. L’accusa si basava quasi interamente sulle loro stesse confessioni – dichiarazioni che, in seguito, hanno raccontato essere state estorte dopo percosse e scariche elettriche, sotto la minaccia di violenza sessuale.
Come nel caso di Abolhasani, le prove alla base del procedimento contro le sorelle Rahimi non sono state rese pubbliche. Sono state divulgate soltanto le confessioni sulle quali lo Stato ha basato le condanne, confessioni che le imputate stesse sostengono essere state estorte con la coercizione. Le organizzazioni per i diritti umani hanno ripetutamente denunciato il fatto che, in questi procedimenti, agli imputati e ai loro avvocati viene spesso negato un accesso effettivo alle prove utilizzate contro di loro – la stessa opacità che ora circonda il caso di Abolhasani.

L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, è andato oltre accusando le autorità iraniane di utilizzare le esecuzioni per incutere paura e reprimere il dissenso e sottolineando le violazioni delle garanzie procedurali e le denunce di confessioni ottenute sotto tortura. Citando l’Abdorrahman Boroumand Center, Iran International ha riferito alla fine di agosto che dall’inizio del 2026 l’Iran ha eseguito 950 condanne a morte, tra cui quelle di donne e di persone arrestate durante le proteste. In questo contesto, una condanna a morte fondata su prove non rese pubbliche appare meno come un’anomalia e più come una prassi ormai consolidata.
Quando una telecamera diventa un capo d’accusa
Abolhasani non è l’unica persona la cui stessa registrazione è diventata una prova utilizzata dallo Stato contro di lei. Il suo caso ricorda quello di Yalda Moaiery, fotogiornalista iraniana condannata a 15 anni di carcere, come riferito da Reuters il 12 agosto. Il procedimento contro Moaiery si basa su due accuse: aver parlato con organi di informazione stranieri considerati ostili da Teheran e aver realizzato fotografie che sarebbero poi finite nelle mani di gruppi che lo Stato collega agli Stati Uniti e a Israele.
Secondo Reuters, Moaiery ha raccontato che il reparto di intelligence del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica ha fatto irruzione nella sua abitazione durante le proteste di gennaio sequestrando il telefono, il computer portatile e altre apparecchiature. Successivamente gli agenti sarebbero tornati per portare via altro materiale, comprese alcune macchine fotografiche che conservava fin dall’infanzia.
Un sistema giudiziario che non è tenuto a mostrare le proprie prove prima di togliere la vita a una persona continuerà a produrre casi come questo
In entrambi i casi una macchina fotografica è diventata una prova all’interno di un procedimento penale, senza che lo Stato abbia chiarito che cosa, nello specifico, i filmati o le fotografie dovessero dimostrare. Entrambe le donne sono state arrestate in relazione alle proteste di gennaio e, in entrambi i casi, le autorità hanno tenuto nascosto il materiale alla base delle accuse, impedendo all’opinione pubblica di capire su cosa si fondi realmente l’imputazione.
Una domanda a cui solo il tribunale può rispondere
Che cosa sostengono esattamente gli investigatori che Abolhasani abbia fatto? Esistono filmati che la collocano sulla scena prima che iniziasse l’incendio? C’erano testimoni o materiale recuperato direttamente dal suo telefono? Che cosa ha sostenuto la sua difesa? IranWire ha riferito che nulla di tutto questo – le prove, lo svolgimento del processo o la strategia difensiva – è mai stato reso pubblico.
È questa la domanda che il caso di Abolhasani lascia senza risposta – e non riguarda soltanto lei. Taraneh Rahimi è nel braccio della morte per un procedimento costruito su confessioni che, secondo quanto dichiarato, sarebbero state estorte con la tortura. Yalda Moaiery sta scontando 15 anni per fotografie che lo Stato non ha mai giustificato pubblicamente come prova di un reato. Ciò che accomuna le tre donne non è l’accusa, ma il silenzio che la circonda: una condanna, una sentenza e nessuna prova che l’opinione pubblica abbia mai potuto vedere.
Un sistema giudiziario che non è tenuto a mostrare le proprie prove prima di togliere la vita a una persona continuerà a produrre casi come questo. Finché non sarà chiamato a rispondere di questa situazione, le figlie di Abolhasani resteranno in attesa di conoscere il destino della loro madre.
Vuoi approfondire?
Leggi gli altri articoli di Erfan Efatinasab, il nostro corrispondente per l’Iran.










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