Educazione incidentale a Officina del Crescere, dove le cose si imparano (anche)…. per caso
Nel nostro viaggio attraverso l’approccio libertario all’educazione parliamo di Officina del Crescere e di come l’educazione incidentale, fondata su occasioni di apprendimento casuali, si possa applicare nella quotidianità.
Immaginate uno spazio educativo – sarebbe forse improprio chiamarlo “scuola”, concetto che evoca banchi, verifiche, compiti a casa e in generale un approccio didattico ben preciso – in cui i tempi sono dilatati per consentire a bambini e bambine di esplorare l’ambiente in cui si trovano e di approfittare degli spunti più svariati che esso offre – uno scroscio di pioggia, una lampadina fulminata, un fumetto nella vetrina di un’edicola – come occasioni d’apprendimento. L’educazione incidentale è infatti parte integrante del percorso educativo proposto dall’approccio libertario. In Italia ci sono diversi progetti che lo portano avanti, buona parte dei quali fa parte della Rete di Educazione Libertaria.
Uno di essi si trova a Genova, si chiama Officina del Crescere ed è nato una quindicina di anni fa dall’iniziativa di una mamma che voleva far percorrere ai propri figli e alle proprie figlie un cammino diverso rispetto a quello offerto dalla scuola convenzionale. Nell’approccio libertario non ci sono gerarchie, non ci sono sono rigidi programmi didattici da seguire. Vengono valorizzati i talenti, le predisposizioni e le iniziative di bambine e bambini e, nel corso della giornata, sono previsti molti momenti vuoti, proprio per favorire l’educazione incidentale e lasciare spazio a occasioni di apprendimento non previste che però rappresentano una ricchezza per i piccoli.
«Incidentalità non vuol dire fare tutto a caso», chiarisce Benedetta Cappellini, adulta che accompagna i bambini e le bambine dell’Officina del Crescere nel loro percorso – quella che a scuola convenzionalmente si chiamerebbe insegnate o educatrice. «All’interno di un sistema complesso con adulti e bambini, noi cerchiamo di stare insieme in un modo libertario provando a scardinare le gerarchie precostituite».

Dei ruoli ci sono, ma si cerca di fare in modo che non diventino né vincolanti né immobili, fissi, rigidi. A volte i maestri sono gli stessi bimbi, che possono insegnare ai grandi e gli altri bimbi. «Ci impegniamo ad accogliere quello che le bambine e i bambini scoprono, su cui si interrogano e verso cui mostrano intenzione. Non bisogna dimenticare che anche l’adulto è lì e che accetta, esalta, sottovaluta, nega l’attenzione. Non sempre si riesce o può accogliere quello che ci arriva, per questo è importante una riflessione critica sul nostro agire».
La giornata
Chiedo a Benedetta di raccontarmi com’è strutturata la giornata per capire bene come si applica l’approccio didattico dell’educazione libertaria. Ma c’è da fare una premessa importante: lo spazio gestito da Officina del Crescere APS ospita bimbi e bimbe dai 3 ai 10 anni di età. «Avere un buon gruppo di pari intorno è meglio, ma non cerchiamo di selezionare i bambini in base all’età», mi spiega Benedetta quando le chiedo come influisce sul percorso educativo avere un range anagrafico così ampio.
La giornata inizia alle 9, ma fino alle 9:30 c’è il momento dell’accoglienza, a cui possono partecipare anche i genitori. Una volta che questi hanno lasciato l’Officina si passa alle attività laboratoriali: «Quest’anno abbiamo diverse “materie” come cucito, origami, falegnameria e altre. Per il gruppo dei più piccoli questi laboratori occupano tutta la mattinata, i grandi invece a un certo punto si staccano per dedicarsi ai laboratori pensati per l’età della primaria».
Ma non c’è nessun obbligo: se qualche grande vuole continuare a dedicarsi al cucito, ad esempio, può farlo e viceversa se qualche piccolo vuole provare un laboratorio dei grandi ne ha facoltà. «Se qualcuno chiede di non seguire il programma di attività glielo lasciamo fare – spiega Benedetta – ma comunque lo accompagniamo nella scelta, chiediamo a cos’è dovuta, se c’è qualcosa che non lo convince. Insomma, nella libera scelta c’è un grande accompagnamento alla responsabilità». Anche perché, accanto a quelli più manuali, sono previsti laboratori di materie classiche come matematica, italiano e lingue – a Officina del Crescere si imparano inglese, francese e spagnolo.

Alle 10:30 c’è una pausa merenda di una mezz’oretta. Non ci sono campanelle: «I tempi sono lunghi per rispettare i ritmi dei bimbi. Facciamo sempre attenzione a ricordare in anticipo che sta per finire la pausa e a prepararli per riprendere le attività, che sono organizzate in modo che la spiegazione sia all’inizio. Questo consente ai bimbi di essere autonomi, di interrompere e poi riprendere i laboratori più avanti durante la giornata». Alle 12:30 c’è il pranzo comunitario: si apparecchia e sparecchia tutti insieme, ognuno ha il proprio piatto e il proprio cibo.
Quando tutti hanno finito, fino alle 14 c’è un momento molto ampio di pausa: c’è chi riprende le attività del mattina, chi gioca, chi va in bici, chi – fra i più piccoli – dorme. Alle 15:30 finiscono le attività, insieme si mette a posto, si pulisce e si chiudono gli spazi. «Ogni lunedì pomeriggio facciamo un cerchio per decidere o proporre le attività, risolvere i conflitti e programmare l’uscita settimanale, che cade sempre in giorni diversi. Le destinazioni? Andiamo al mare, a teatro, al museo, a fare una passeggiata nel bosco… l’educazione incidentale è basata sulla possibilità di fermarsi e approfondire estemporaneamente e le uscite sono occasioni perfette».
Il venerdì la giornata è divisa in un primo momento in cui si fa orticoltura e uno successivo dedicato a progetti di studio individuale o a coppie su un argomento che viene liberamente scelto dai bimbi all’inizio dell’anno. «I temi sono i più svariati, dal diplodoco ai fumetti della Marvel, e insieme durante l’anno cerchiamo materiale per approfondire, a volte magari andiamo in biblioteca per trovare libri sul tema o noi educatrici facciamo delle ricerche e creiamo materiali adeguati alle diverse esigenze. Il progetto si conclude con un elaborato e con una restituzione; in questo percorso vengono affrontati anche i metodi di studio oltre ai contenuti».
Educazione libertaria e scuola convenzionale
Inevitabilmente la discussione chiama in causa anche la scuola convenzionale, formale, istituzionale, che se ci pensiamo è forse l’ambiente in cui bambini e bambine passano la maggior parte della loro giornata dai 6 fino ai 18 anni. Le considerazioni di Benedetta hanno un tono laico, non percepisco l’arroccamento dietro a una barricata, anche se le differenze fra i due approcci sono evidenti.

L’educatrice ne individua due principali: «Per prima cosa, è difficile che nei progetti con un approccio libertario il bambino abbia un rigetto molto forte per una materia come può succedere a scuola, perché cerchiamo di sviluppare l’amore per la conoscenza, non diamo compiti eccessivi o non ne diamo proprio e calibriamo le nozioni e le attività rispetto alle capacità del singolo. In questo aiuta anche la possibilità di scegliere e privilegiare le loro passioni, senza giudizio».
Il secondo aspetto riguarda la cura delle relazioni e del gruppo, la possibilità di sentirsi ascoltati e imparare ad ascoltare. «Spesso limitiamo il tempo della parte didattica affinché ne rimanga a sufficienza per risolvere i conflitti, ascoltare i dubbi, esprimere i propri sentimenti. Il riscontro di questo lavoro lo notiamo quando i bimbi vanno alle medie nella scuola pubblica: qui dimostrano grandi capacità di esprimersi e di avere cura del gruppo – la classe, amici, docenti –, empatia e ascolto. Tutto ciò non solo nel contesto scolastico, ma anche nella vita quotidiana». Ma ci sono apertura e la volontà di contaminare positivamente anche contesti lontani dall’approccio dell’educazione libertaria: «C’è chi porta avanti i principi libertari anche nella scuola statale», assicura Benedetta.
«Il fatto è che tutti i progetti che fanno parte della Rete di Educazione Libertaria non hanno un vertice: sono il gruppo e ogni singolo individuo che partecipa a ogni singolo progetto, nel qui e ora, che decidono e questo nella forma istituzionale rigida della scuola pubblica è inapplicabile. So anche di docenti che cercano di evitare il voto come metro per misurare la preparazione dei loro studenti, ma è difficile perché la scuola lo prevede. Però ci sono aspetti, come per esempio la modalità di gestione dei conflitti, che possono essere applicati anche alla scuola pubblica e molti insegnanti lo fanno».
Incidentalità non vuol dire fare tutto a caso
Come si favorisce l’educazione incidentale?
Per definizione l’educazione incidentale è spontanea, casuale, improvvisata, legata a quello che il contesto ci presenta. Ma nel costruire la giornata e nel fare programmi è importante considerare questa cosa, mantenere apertura mentale, saper accogliere l’imprevisto, anche in momenti di didattica classica: «Anche quando facciamo materie come italiano cerchiamo di tenere una porta aperta, accogliendo le proposte di bimbe e bimbi. Per esempio, se qualcuno dice “a me piace tanto il fumetto”, l’educatore cerca di capire come integrare fra le attività che propone anche la proposta del bambino».
Un’attività che si presta molto a momenti di educazione incidentale sono le gite: «Incidentalità vuole dire anche passione e interesse, ma soprattutto tempi morbidi, non avere un programma rigido e stabilito a priori», sottolinea Benedetta. «Questo permette anche di accogliere gli input incidentali che arrivano dall’esterno. Per esempio, durante una gita recente, ci è capitato di trovare un cocco caduto da una palma e ci siamo soffermati tanto su di esso, l’abbiamo studiato, ne abbiamo parlato». Ne è nata una lezione di botanica imprevista ma altamente educativa.
Benedetta invita comunque a non perdere il contatto con la realtà. «Non raccontiamoci favole: l’adulto c’è, è presente e ha un ruolo importante. Il suo compito è capire se e come può cogliere gli spunti o meno: posso decidere di saltare il laboratorio di italiano perché i bambini vogliono parlare di un pappagallo che hanno visto in un parco, ma se stiamo rientrando da una gita e dobbiamo prendere il treno, probabilmente farò notare che ci sono esigenze inderogabili, momenti in cui non si può deviare dal programma. Lo stesso se, ad esempio, c’è una lezione di grammatica che noi tutti insieme – bimbi ed adulti – avevamo deciso che fosse importante concludere».

Adultocentrismo
Uno dei pilastri dell’educazione libertaria è il rifiuto delle rigide gerarchie “adultocentriche”. Anche in questo caso tuttavia Benedetta fa notare quell’ampia tonalità di grigi che separa il bianco dal nero: «Cerchiamo di lavorare affinché il progetto sia a misura di bambino, ma noi adulti ci siamo, non scompariamo, anche con le nostre emozioni e le nostre personalità», spiega.
«È proprio qui che dobbiamo stare attenti a come influenziamo l’incidentalità, che dipende molto da noi: per esempio un bimbo può chiedere di spiegargli qualcosa su una pianta di cui io non so nulla e posso sempre proporgli di studiarlo insieme o di chiedere insieme a qualcuno che ha più conoscenze in materia, oppure essendo un’appassionata di storia a partire da una domanda su di un edificio storico in città ne può nascere un’avvincente conversazione».
Benedetta insiste sull’importanza di essere sempre pronti a fare autocritica: «In Officina del Crescere abbiamo un’equipe di sei persone e ci confrontiamo, ci facciamo aiutare anche con una supervisione, non sempre abbiamo una risposta Questo è un cammino di crescita anche per noi. Il nostro punto forte è la possibilità di essere in relazione: possiamo sbagliare, possiamo non ascoltare, ma abbiamo capacità di fare autocritica, mutuo supporto e la disponibilità a tornare sui nostri passi e imparare dagli errori. Questo favorisce molto l’educazione incidentale».








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