Educazione libertaria: quali sono i possibili punti critici?
Insieme a due persone che lavorano quotidianamente in un ambiente scolastico, analizziamo quali sono le criticità e i punti da migliorare dell’educazione libertaria.
L’educazione libertaria rappresenta uno dei tanti approcci alternativi all’istruzione formale che abbiamo esplorato su Italia che Cambia nel corso degli anni, dando voce a progetti, educatori ed educatrici, insegnanti. Qui potete trovare tutto il materiale prodotto, arricchito dagli articoli usciti nel corso del mese di ottobre che si sono concentrati proprio sull’approccio libertario.
Abbiamo esplorato i suoi pilastri, abbiamo raccontato alcuni progetti, abbiamo provato a collocarla nel contesto più ampio di una scelta educativa ampia e consapevole. Sempre senza giudizio e con occhio attento, ricettivo ma neutrale. Per questo motivo, l’ultima tappa del nostro viaggio all’interno dell’educazione libertaria è dedicata a uno sguardo critico, ma in senso costruttivo, finalizzato a lasciarci con nuove domande, nuove sfide, nuove possibilità.
Per farlo ho chiacchierato con due persone che, percorrendo strade diverse, sono in cammino lungo il sentiero della missione educativa. La prima è Luana Ronzoni, che fa parte della Rete di Educazione Libertaria e, fino al 2021, di una scuola libertaria che ha contribuito a fondare – Fucina Buenaventura a Modena. Oggi continua a contribuire al progetto REL ed è insegnante di scuola statale, anche se le piacerebbe proseguire nella scuola libertaria. La sua prospettiva offre preziosi spunti da insider. L’altra voce è quella di Alessandro Piacentini, insegnante in una scuola primaria statale e parte del Movimento Cooperazione Educativa.

I progetti di educazione libertaria sono inclusivi?
I progetti di educazione libertaria hanno un’identità molto forte: rifacendosi al pensiero anarchico, rifiutano l’idea che la funzione educativa sia gestita dallo Stato e questo le colloca anche su un piano diverso rispetto ad altre scuole non istituzionali, come chiarisce Luana: «Le scuole libertarie aderenti alla REL non sono attività di servizio ma sono atti di autodeterminazione sociale in senso libertario. Un gruppo di adulti si attiva per creare una risposta diretta ai bisogni educativi e formativi riappropriandosi della gestione diretta dell’educazione senza delegarla allo Stato o a terzi, dando luogo a progetti di autogestione che hanno pro e contro».
Da un lato infatti l’autonomia economica e di gestione totale che questi progetti hanno è un punto di forza che permette di creare percorsi di autodeterminazione, «una scuola come la vogliamo senza imposizioni esterne», sottolinea Ronzoni. Questi percorsi autogestiti sono pratiche che costruiscono una collettività, una condivisione, una progettualità comune. Si creano comunità educanti coese con legami profondi e le persone che ne fanno parte sono coinvolte in percorsi di riappropriazione del senso della vita e di consapevolezza politica.
Non è dello stesso avviso Alessandro Piacentini che, pur condividendo molti principi libertari e in generale approcci pedagogici non standardizzati – come spesso sono quelli della scuola pubblica –, è convinto che «il sistema vada cambiato, ma dall’interno. Diversamente, il rischio è fare una cosa a metà: offriamo certi principi ma solo a chi se lo può permettere». A questo proposito, chiedo a Luana se è corretto definire i progetti di educazione libertaria elitari dal punto di vista culturale ed economico. «Il problema della possibilità di accesso a esperienze che di fatto sono poche e poco conosciute esiste e va assunto», osserva.
«Ciò che ci impegniamo a fare è diffonderne il più possibile la conoscenza e sostenere i gruppi che vogliono avviare nuovi percorsi». Luana ci tiene ad aggiungere una precisazione: «Se per elitario si intende non inclusivo, il fatto che le nostre realtà siano autonome e autogestite permette a tutti – adulti, adolescenti e bambini coinvolti – di modellare il progetto educativo in base ai propri bisogni, caratteristiche, risorse, competenze, volontà. Inoltre rivendico con forza il loro carattere pubblico, cioè aperto a tutti e tutte senza discriminazioni di alcun tipo. L’unico vero “requisito” fondamentale è la scelta consapevole».

Autogestione: pregi e difetti
Attenzione però al rovescio della medaglia: «La volontà di essere totalmente autonomi – mette in guardia Luana Ronzoni – implica il fatto che le scuole si reggano principalmente sul contributo economico dei genitori e su altre forme di autofinanziamento». Negli anni, mi spiega, sono state adottate diverse strategie per mantenere accessibile la partecipazione integrando i contributi diretti delle famiglie con azioni di autofinanziamento, come mercatini o feste, ma l’aspetto economico resta un criticità, anche perché «vogliamo fortemente che le nostre scuole rimangano aperte a tutti, anche a chi non può permettersi di pagare una quota».
L’altra criticità dovuta all’autogestione, inquadrata dal punto di vista degli adulti, è che comporta un grande impegno, che può essere vissuto anche con frustrazione: «I nostri progetti sono totalmente autonomi, quindi sono gli adulti che si fanno carico della pulizia della struttura, preparazione dei pasti,delle assemblee organizzative e decisionali e altre incombenze. Questo richiede tempo, energie e risorse economiche», spiega Luana.
Tali incombenze sono però parte integrante del percorso di autogestione. «E non sarebbero un problema di per sé, anzi occuparsi direttamente dell’esistente dedicando tempo e energie in ciò in cui si crede è estremamente motivante e gratificante, il problema è conciliarlo con tutte le incombenze alienanti di cui ci obera questa società. Questo può creare frustrazione, specialmente in famiglie che si approcciano alle nostre scuole come un servizio, perché a volte il pagamento del contributo economico può portare a fraintendere il senso, che viene visto come attività di servizio e non come progetto autogestito».
Alessandro la prende ancora più alla lontana, esprimendo la sua perplessità nei confronti di chi costruisce progetti al di fuori della scuola pubblica, che a suo arrivo rimane l’ambito in cui bisogna muoversi e, se necessario, lottare: «Io penso che qualsiasi esperienza tu possa fare nella vita sarà normata dallo Stato. S vuoi cambiare il sistema scolastico per me devi farlo da dentro, io infatti sono critico nei confronti di chi abbandona la scuola pubblica».

Il ruolo degli adulti
Nell’educazione libertaria gli adulti vengono chiamati accompagnatori, non insegnanti. Questa precisazione aiuta a chiarire anche dal punto di vista concettuale una differenza di approccio con la scuola pubblica. Ma come la vivono, appunto, gli adulti? Alessandro smentisce almeno in parte la narrazione diffusa dell’insegnante pubblico disinteressato e cocciutamente fedele a indicazioni e programmi ministeriali: «Oggi la scuola pubblica non è più quella fortemente autoritaria che frequentavamo noi da bambini. Certo, ci sono ancora colleghi che lavorano sulla paura, sulla logica della fotocopia, però c’è innovazione, ci sono un sacco di insegnanti che applicano principi pedagogici innovativi».
E nei progetti libertari? Tra gli adulti, gli accompagnatori sono quelli sui quali ricade l’impegno maggiore: oltre a occuparsi della gestione del progetto insieme agli altri adulti – «non è solo e semplicemente un lavoro, alla base ci sono vocazione e condivisione di intenti», sottolinea Luana – hanno in carico tutta la parte della preparazione dei percorsi educativi a cui dedicano molto impegno e attenzione, per costruire percorsi di qualità, personalizzati, che si adeguino continuamente alle risposte, agli interessi, alle richieste e inclinazioni dei bambini e delle bambine.
Dal punto di vista della comunità educante si cerca sempre di rendere sostenibile il lavoro degli accompagnatori, anche se nonostante ciò i compensi restano generalmente bassi e la posizione lavorativa è instabile, soprattutto considerato l’impegno profuso. A volte questa situazione diventa insostenibile e costringe gli accompagnatori a cercare un secondo lavoro o addirittura ad abbandonare i progetti.
Un altro aspetto critico è quello di adulti/genitori che non hanno fatto un percorso di scelta consapevole dell’educazione libertaria. Come spiega Luana, questo dipende anche dal momento storico che stiamo attraversando: «Anche noi dopo la legge Lorenzin e nel periodo post-pandemico abbiamo avuto un aumento delle richieste, ma questo non è stato sempre un bene. A volte sono arrivate persone che si approcciavano alle nostre come a scuole alternative fra le tante offerte dal mercato senza condividerne i principi. La partecipazione di questa categoria di genitori era molto faticosa, specialmente se erano coinvolti nelle assemblee decisionali. Questo fraintendimento può portare a un approccio di delega, non di autogestione».

Gerarchie e rapporto paritario
Uno dei pilastri dell’educazione libertaria è il concetto di “decidere insieme”. Come ci ha spiegato Iratxe Pineiro del progetto di educazione libertaria Il Faro, adulti e bambini non sono dei pari, ma il rapporto che instaurano fra di loro è paritario. Ne parlo con Alessandro, chiedendogli cosa ne pensa sia dal punto di vista pedagogico che da quello pratico.
«Condivido fino a un certo punto il principio sulla gerarchia, poiché penso che nel momento in cui un bambino è formalmente obbligato a frequentare la scuola essa venga meno [secondo la legge l’obbligo non esiste, ma chi non frequenta scuole statali o paritarie deve sostenere al termine di ogni anno un esame presso questo tipo di istituti, NDR]. Capisco il senso, ma non credo che sia realizzabile del tutto perché una gerarchia rimane, seppur implicitamente. Io sono chiamato a favorire l’emergere della tua consapevolezza, del tuo stare al mondo, e quindi è ovvio che c’è un posizionamento asimmetrico fra chi insegna e chi apprende».
Il dibattito potrebbe proseguire a lungo, superando i confini dell’educazione libertaria e della scuola pubblica e allargandosi fino a toccare molti altri ambiti del mondo scolastico ed educativo. Ci fermiamo qua, anche perché l’obiettivo di questo articolo e della serie di contenuti a esso collegati – li potete trovare qui – non è fare le pulci a un approccio educativo piuttosto che a un altro, bensì offrire una panoramica completa e dare a ogni persona gli strumenti per farsi un’opinione, senza pregiudizi e senza censure.







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