28 Ottobre 2026 | Tempo lettura: 11 minuti
Focus / Scuola che cambia

“Quella volta che andammo a pescare”. La storia di Malacatù e di come allenare il pensiero critico

Niente voti, niente divieti calati dall’alto: a Malacatù e in altre scuole libertarie le regole si discutono e si scelgono insieme , anche quando mettono in crisi gli adulti. Con Davide Dell’Anno e Anna Zumbo abbiamo esplorato uno dei pilastri di questo approccio, la consapevolezza critica.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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Qualche anno fa un bambino di Malacatù, scuola libertaria nel  torinese, ha proposto durante l’assemblea settimanale di andare tutti insieme a un laghetto di pesca sportiva. Per gli accompagnatori – così si chiamano gli adulti nelle scuole libertarie – è stato un piccolo shock. Circa otto su dieci sono vegetariani e antispecisti, contrari cioè all’idea che la vita degli animali valga meno di quella umana. «La prima reazione è stata: no, non vi ci porterò mai», racconta Davide Dell’Anno, uno degli accompagnatori. Tuttavia, nell’educazione libertaria le cose si decidono assieme e gli adulti non hanno il potere di imporre e vietare. Perciò si è scelto di esplorare la proposta e infine di accoglierla.

«Alla fine al laghetto ci siamo andati, ma a una serie di condizioni discusse e decise insieme: abbiamo chiesto ai gestori di poter usare degli ami piccolissimi, che i pesci fossero rimessi subito in acqua e di poter partecipare senza pescare». Dopo l’esperienza è seguita una lunga discussione su come ciascuno di loro, adulti e bambini, si era sentito. «Nonostante le mie resistenze iniziali, sono convinto che questa esperienza abbia avuto un valore educativo molto maggiore di quello di un divieto imposto dall’altro, che anzi a volte genera la reazione opposta. Di fronte a un divieto i bambini possono reagire aumentando il desiderio di fare la cosa “proibita”. Vivendola senza tabù, invece, abbiamo creato consapevolezza».

La storia di Malacatù

Malacatù nasce sulla prima collina torinese, tra Pino Torinese, Chieri e Pavarolo, non lontano da Superga. Le sue radici risalgono a metà degli anni Dieci, qualche anno prima di aprire le porte, attorno a un tavolo. Due o tre famiglie che portavano i figli al nido cominciano a farsi domande sull’educazione e a trasformarle in aperitivi e cene di discussione, tra letture e scambi di idee. Da lì, circa un anno e mezzo prima della partenza, nasce un progetto scritto, che inizia a circolare. Davide, che era il maestro dei figli di quelle famiglie e partecipava già alla REL, la Rete per l’Educazione Libertaria, ci si riconosce subito. 

Malacatù

Seguono incontri pubblici a Torino e un gruppo di studio, che ospita anche un incontro su Paulo Freire con Anna Zumbo, anche lei parte della REL. All’inizio non c’era nemmeno una sede. «Quando dicevamo che andava cercata insieme, molti ci guardavano come se fossimo pazzi e non tornavano più», ricorda Davide. Con chi è rimasto, sette anni fa, si parte: dieci bambini dell’età della primaria, ospiti di una delle famiglie in un locale della cascina dove vive. Oggi la scuola ha una sede unica e accoglie una cinquantina tra bambini e ragazzi, dall’infanzia alle medie. È ancora autogestita: le decisioni si prendono cercando il consenso di tutti e del gruppo di gestione può far parte chiunque, tra genitori e accompagnatori.

Accogliere il pensiero critico

In episodi come questo prende forma uno dei pilastri dell’educazione libertaria: lo sviluppo della consapevolezza critica. L’educazione libertaria è un approccio che mette al centro la libertà e l’autodeterminazione di bambini e ragazze. Nelle scuole libertarie non ci sono voti né programmi imposti e le decisioni sulla vita comune si prendono insieme, in assemblea. 

Lo sviluppo del pensiero critico è uno degli elementi chiave di queste esperienze e affonda le radici nel lavoro di Paulo Freire, pedagogista brasiliano tra i più influenti del Novecento. Per Freire l’educazione non è mai neutra: può aiutare le persone a trasformare il mondo oppure abituarle ad adattarsi a com’è. Il confine tra le due strade sta nella capacità di sviluppare una coscienza critica, cioè di leggere la propria realtà, il modo in cui ci si sta dentro e il proprio potere di trasformarla. Freire chiamava questo processo “coscientizzazione”.

Secondo Freire, la maggior parte delle persone vive in uno stato di “coscienza ingenua” e accetta come insuperabili le situazioni limite che la vita le mette davanti e reagisce al massimo con la lamentela, la rassegnazione o l’adattamento. La coscientizzazione è il risveglio da questa condizione: riconoscere quei limiti, capirne le cause profonde e scoprire di poter agire. «È un processo continuo e collettivo, che non si esaurisce mai», afferma Anna Zumbo, che oltre a far parte della Rete per l’educazione libertaria è cofondatrice di Nunatak – Apprendere altrove, progetto libertario in provincia di Cuneo frequentato anche dai suoi figli.

Malacatù

Il limite è fornito dal contesto

Una critica classica a questo tipo di educazione riguarda il venir meno della funzione, tipicamente adulta, di fornire limiti e struttura ai bambini. Già nel 1958, nel saggio “La crisi dell’istruzione”, Hannah Arendt sosteneva che sottrarre i bambini all’autorità degli adulti non li rende liberi, ma li consegna a un potere più duro, quello del gruppo dei pari, contro cui il singolo ha ancora meno difese. E una parte della psicologia dello sviluppo, a partire dagli studi di Diana Baumrind, ha associato gli stili educativi permissivi a una minore capacità di autoregolazione.

Il bisogno di limiti, del resto, ha basi concrete. Le cosiddette funzioni esecutive – cioè la capacità di pianificare, di tenere a mente un obiettivo, di controllare gli impulsi – non sono presenti alla nascita, ma si sviluppano gradualmente durante l’infanzia e continuano a maturare fino alla prima età adulta, insieme alla parte del cervello che le governa, la corteccia prefrontale. Un bambino di quattro anni, insomma, non può autoregolarsi come un adulto. 

Chi fa educazione libertaria risponde che il contenimento non scompare. «Si sposta dall’adulto al contesto», spiega Anna Zumbo. Prima ancora che con l’adulto, i desideri di un bambino si confrontano con le reazioni dei compagni, poi con lo spazio, con gli accompagnatori, con i genitori che costantemente allenano con il bambino una relazione. «Il limite è condiviso e riconosciuto come parte della realtà – dice Anna – non è qualcosa contro cui lottare, ma qualcosa di cui impari a riconoscere la natura e rispetto cui assumi responsabilità».

In effetti l’osservazione scientifica mostra anche che l’autoregolazione e la capacità critica non maturano da sole ma si costruiscono con la pratica. Il Center on the Developing Child dell’Università di Harvard spiega che gli adulti possono sostenerle con routine e relazioni affidabili, ma che allo stesso tempo i bambini hanno bisogno di occasioni per guidare le proprie azioni, con una supervisione sempre minore. È l’equilibrio che cercano le scuole libertarie.

La tentazione più forte, come adulto, è intervenire come giudici, soprattutto nei litigi

Inoltre, nelle scuole libertarie – e qui c’è una grossa differenza con approcci più tradizionali – il meccanismo vale per tutti, adulti compresi. A Malacatù, ad esempio, l’assemblea ha deciso che si entra a scuola senza scarpe e se un accompagnatore se ne dimentica i bambini se ne accorgono subito e sanno come richiamare anche l’adulto al rispetto dell’accordo condiviso. «Certo – racconta Davide – quando un bambino di sei anni ti fa notare che hai sbagliato, spesso la prima reazione è far valere il tuo rango di adulto e importi. Poi però ti fermi a pensarci e spesso capisci che ha ragione lui».

Al posto dei voti, l’autovalutazione

Nell’educazione libertaria la coscienza critica non si allena solo osservando insieme il mondo e dialogando insieme sul mondo, ma anche guardando se stessi. Per questo, spiega Anna Zumbo, l’autovalutazione è un elemento chiave del processo. Invece di ricevere un giudizio dall’esterno, bambini e ragazze imparano a leggere da soli i propri progressi, a capire dove possono migliorare e a decidere i passi successivi. Ma come funziona in pratica?

A Malacatù la mattinata alterna lunghi tempi di autogestione e lezioni più classiche: lettura, scrittura, grammatica, matematica, cioè gli strumenti senza i quali nessuna ricerca è possibile. Ogni bambino ha un’agenda settimanale appesa al muro, concordata con un accompagnatore di riferimento. A fine settimana la riprende e valuta cosa ha fatto. L’obiettivo non è giudicare, ma capire perché qualcosa non è andato e come fare diversamente. Il dialogo può essere molto semplice, racconta Davide Dell’Anno: «Non hai fatto grammatica, come mai? Perché mi sono fatto prendere dall’acquerello. Come potresti fare? Magari la prossima volta provo a fare prima grammatica. E così via».

Malacatù

Non sempre va tutto liscio e Davide è il primo ad ammetterlo: «Non abbiamo soluzioni miracolose. I nostri bambini sono ben organizzati, ma non sono soldatini. Per alcuni leggere i propri progressi è più difficile che per altri e certe difficoltà sono oggettive». Ad esempio davanti a un bambino con un disturbo specifico dell’apprendimento, come la dislessia o la disgrafia, aspettare che trovi da solo la motivazione rischierebbe di tradursi in abbandono. «In quei casi – spiega – l’adulto interviene di più, ma senza togliere al bambino il ruolo di protagonista. Si può cercare un compagno che legga mezza pagina con lui o si concorda insieme un tempo in più per esercitarsi». 

Resta l’obiezione più diffusa: senza voti, bambini e ragazzi non avrebbero motivo di impegnarsi e lasciati a loro stessi finirebbero per non fare niente. Per Davide, in questo caso, la risposta è molto semplice: «Sappiamo con certezza che non è così. Le scuole libertarie vanno avanti senza voti da decenni e da lì sono usciti ragazzi che oggi fanno l’università». Il punto, secondo Anna Zumbo, è cambiare la fonte della motivazione: dall’esterno – il riconoscimento altrui, il premio, la punizione – verso l’interno – il piacere di scoprire, la soddisfazione di crescere, il gusto di riuscire.

In questo modo, quando poi il voto arriva, fa meno paura. Chi frequenta una scuola libertaria – secondo le norme che vincolano tutti i ragazzi e le ragazze formalmente schooler – è tenuto a sostenere ogni anno un esame di idoneità in una scuola statale che ne certifica il percorso svolto. Secondo Anna, i ragazzi ci arrivano con pochissima ansia da prestazione, perché sanno già a che livello sono. E quando spesso passano alle superiori pubbliche non si identificano nel voto che ricevono: «Per loro è un’informazione, non un giudizio su chi sono».

Una scuola che cambia anche gli adulti

Tutto questo richiede molto impegno anche a chi accompagna il processo di apprendimento. Secondo Anna Zumbo, gli accompagnatori non possono essere educatori improvvisati: «Non è un mestiere per chi è fresco di laurea o per chi vuole solo lasciarsi alle spalle la scuola statale. Servono adulti ben centrati, che si formano di continuo, si confrontino con le altre realtà libertarie e lavorino in équipe di tre, quattro, fino a otto persone, mai da soli. È una grande sfida, ma è anche molto appagante: c’è molto spazio di libertà e ricerca in cui sperimentarsi come adulti».

Per Davide la tentazione più forte, come adulto, è intervenire come giudici, soprattutto nei litigi: «Non si picchia, non si esclude, fai giocare a calcio anche lui/lei». Così il problema si risolve in fretta, ma non si lavora sul pensiero critico. L’alternativa è fermarsi e chiedere: «Che cosa è successo? Vedo che sei arrabbiato. Che cosa ti ha fatto?». Il dialogo come modo di stare in relazione e le domande maieutiche sono lo strumento principale di questa relazione educativa.

Malacatù

Il cambiamento spesso si estende fino alle famiglie. Quando un primo figlio entra in un progetto libertario, in casa succedono spesso piccole rivoluzioni. Anna racconta di bambini di tre anni e mezzo che chiedono di fare l’assemblea con fratelli e genitori, che chiedono in casa di essere coinvolti in decisioni altrimenti prese senza di loro. Altre volte succede il contrario: a scuola, discutendo di come si costruiscono le regole, i ragazzi fanno emergere le incoerenze che vivono a casa. «In questi casi – spiega Anna – se ne parla con le famiglie, senza giudizio, in un dialogo continuo che trasforma anche i genitori».

Cosa può imparare la scuola pubblica

Anna e Davide sono concordi nell’affermare che la consapevolezza critica è il pilastro più facile da portare nella scuola statale, perché dipende soprattutto dall’approccio di chi insegna, più che da regole o strutture a volte difficili da modificare. Una delle co-fondatrici di Nunatak – la scuola libertaria di cui anche Anna fa parte – è una pedagogista, per anni accompagnatrice nel progetto e oggi insegna in una scuola superiore pubblica. «Lavora con i suoi studenti sull’autovalutazione, trovando sponda anche in altri colleghi. Tutto ciò trasforma moltissimo la motivazione ad apprendere», racconta Anna.

Davide ha conosciuto le insegnanti della scuola statale dove i ragazzi di Malacatù sostengono l’esame. Alcune di loro aderiscono al Movimento di Cooperazione Educativa, una rete di insegnanti che dagli anni Cinquanta sperimenta una scuola democratica e cooperativa, e in classe fanno l’assemblea. «Hanno meno mezzi e meno libertà, ma hanno trovato i loro strumenti», racconta. Certo, le differenze ci sono. «In una scuola libertaria ci sono accordi condivisi, fiducia e valori che, pur diversi, convergono. In una classe statale ci si trova quasi tra estranei, con famiglie dai valori anche molto lontani». 

Proprio per questo però allenare la consapevolezza critica nella scuola di tutti ha un valore particolare. Una classe statale assomiglia molto di più alla società in cui viviamo: è lì che bambini e ragazzi incontrano storie, culture e convinzioni lontane dalle proprie. Imparare a discutere, a dissentire e a trovare accordi in un contesto così eterogeneo è forse l’allenamento più prezioso per vivere insieme in pace in una società plurale.