6 Ottobre 2026 | Tempo lettura: 6 minuti

Paese o paesaggio antropizzato? Una sottile differenza per una nuova idea di aree interne

E se smettessimo di parlare del paese, del borgo, e iniziassimo a parlare di paesaggio antropizzato, cominciando almeno concettualmente a recuperare l’armonia fra opera umana e natura?

Autore: Paolo Piacentini
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Nel dibattito estivo sul futuro dei paesi – scaturito da un post piuttosto tranchant dello scrittore Cristian Raimo – è mancato, come provo a dire da tempo, uno sguardo più ampio sul mondo di cui nessuno sembra avvertirne la necessità. Si potrebbe pensare che parlando di paesi automaticamente il riferimento va a tutto il territorio o ancor meglio ai paesaggi naturali e culturali che lo circondano. 

Purtroppo, nella stragrande maggioranza dei casi, la parte urbana la fa da padrona, anche nelle analisi più profonde e di grande respiro scientifico pubblicate da straordinari studiosi d’aree interne e di montagna. Certo, il dato oggettivo dell’abbandono di una presenza funzionale e “sensoriale” degli spazi extraurbani da parte di gran parte degli abitanti, anche del più piccolo agglomerato urbano disperso tra valli e dorsali della nostra Penisola, non aiuta a cambiare prospettiva. 

Un tempo, prima della contaminazione e colonizzazione della cultura urbana, l’abitare era caratterizzato dall’esperienza quotidiana del lavoro nei campi, nei boschi, nell’allevamento e altrove. Anche le attività artigianali che si svolgevano nel paese avevano in qualche modo un collegamento con le attività del territorio, mentre le produzioni agro-silvo-pastorali erano a servizio, in primis, del fabbisogno delle comunità locali. 

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Il frutteto Archeologia Arborea di Città di Castello (PG)

Ricordo ancora la distribuzione del latte nelle case da parte dei piccoli allevatori della zona e di come la nostra adolescenza fosse vissuta in un rapporto ludico con le risorse del territorio. Combinavamo anche dei danni andando a fare qualche dispetto nelle campagne e beccavamo sonori richiami – per sonoro interno anche qualche sculaccione – da parte dei genitori, a seguito delle fughe per fare il bagno al fiume. Anche il gioco dissacrante nel cimitero per mettere paura al fifone di turno ci legava alla dimensione del mistero che apparteneva ai luoghi della nostra esistenza quotidiana. L’attesa timorosa dei fuochi fatui riempiva le sere d’estate di quella magia che non ho mai dimenticato. 

Mi sono lasciato andare, volutamente, al ricordo nostalgico e lirico del mio piccolo mondo antico, ancora completamente immerso nella realtà analogica in cui il reale era fortemente ancorato alle cose che ci circondavano – nel mondo virtuale le “ non cose” hanno uno spazio eccessivo, citando Byung Chul Han. A ogni attività umana corrispondeva, nella maggior parte dei casi, un valore di senso sia nei giorni ordinari che in quelli della festa, quasi sempre vissuta con una partecipazione attiva della gran parte della comunità.

In qualche scambio molto fecondo con Vito Teti sono riemersi spesso i pellegrinaggi locali da paese a paese o verso le presenze religiose distribuite nel territorio circostante.  Il tutto permeato da segni arcaici trasposti al presente attraverso un sincretismo immerso nel mito. Provocatoriamente propongo di non parlare più di paesi per mettere in piedi una seria politica territoriale, ma di paesaggi antropizzati, che nella loro complessità, fatta di presenza umana e di risorse naturali, necessitano di essere abitati con cura. Non si tratta di recuperare tout court l’antico, ma di averne una memoria attiva e dinamica attraverso, ad esempio, lo strumento delle mappe di comunità.

Ogni volta che mi capita di incontrare i comitati locali che organizzano azioni in difesa del territorio o, durante la presentazione dei miei libri, mi trovo a dialogare su quale futuro possono avere le cosiddette aree interne, provo sempre un certo distacco rispetto alla maggior parte delle analisi. Anche nelle realtà più virtuose ve ne sono sempre di più lungo la dorsale appenninica o nelle vallate alpine, noto sempre una certa difficoltà nel provare a inquadrare il problema comprendendo nelle analisi e proposte tutto il territorio. Farlo soprattutto con le idee chiare rispetto alla gestione sostenibile e cura continua delle risorse. 

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Il paese Torricella in Sabina

Qualche giorno fa il mio girovagare nelle aree interne mi ha portato a Torricella in Sabina, un piccolo centro della provincia di Rieti. A dialogare con me in un incontro molto vivo con le persone del luogo, c’era l’ottima Isabella della Ragione, anima storica e curatrice del famoso frutteto Archeologia Arborea, vicino Città di Castello. Abbiamo parlato molto su come l’agricoltura di montagna che riscopre i vecchi alberi da frutto autoctoni possa contribuire al mantenimento della biodiversità insieme alla ripresa di tante coltivazioni abbandonate e ad una gestione attiva ma corretta del patrimonio forestale. È stata una bella occasione per ascoltare alcuni giovani del luogo che si stanno muovendo in questa direzione. 

A proposito di buon cibo, agricoltura di montagna e contrasto all’abbandono, è interessante il rilancio di attenzione di Slow Food presentato nella recente edizione di “Terra Madre” che sintetizzo con le parole del vice presidente Federico Varazzi: «Non si tratta di tornare al passato, ma di rendere contemporanei mestieri antichi, trasformando la cura del territorio in lavoro, il lavoro in comunità e le comunità in futuro», sottolinea Federico Varazi, vicepresidente di Slow Food Italia.

Da Terra Madre prende il via il percorso di Slow Food Italia dedicato alle Terre Alte: una campagna di sensibilizzazione e una scuola per under 40 per rimettere al centro territori, biodiversità e tradizioni, guardando al futuro. Insomma buoni segnali all’orizzonte continuano ad arrivare, ma ci sarebbe bisogno di un nuovo paradigma culturale che possa dare impulso a una politica più visionaria che riesca a pianificare azioni di cura diffusa e permanente del territorio. Una prima intuizione sembra arrivare, nel silenzio più assoluto dei palazzi della politica, dei mass-media e degli stessi addetti ai lavori, da una recente proposta di legge. 

Provocatoriamente propongo di non parlare più di paesi per mettere in piedi una seria politica territoriale, ma di paesaggi antropizzati

La proposta di legge n 2980 presentata alla Camera dei Deputati il 24 giugno 2026, da alcuni parlamentari del gruppo politico AVS, dal titolo “Disposizioni per il finanziamento e la perequazione pubblica dei servizi ecosistemici e ambientali comunali”, rappresenta una grande novità verso un approccio territoriale e paesaggistico di tipo sistemico. I meccanismi individuati per la distribuzione delle risorse economiche sono agganciati all’effettiva cura del territorio per un’effettiva preservazione e uso corretto del “ capitale naturale”  come inquadrato dai Servizi Ecosistemici e altre misure nazionali ed europee finalizzate alla tutela della biodiversità.

Se questa proposta di legge dovesse miracolosamente arrivare all’approvazione potremmo avere uno strumento coerente con la suggestione che ho provato ad accennare nella mia riflessione. Ai proponenti della suddetta ottima legge, chiedo di riflettere su alcune contraddizioni tra gli incentivi per la cura dei territori montani e una posizione politica che risulta essere troppo schiacciata sui grandi impianti da rinnovabili, troppo spesso fortemente impattanti sulle stesse risorse che andrebbero preservate a vantaggio del sistema Paese. Insomma una maggiore coerenza non sarebbe male.