4 Settembre 2026 | Tempo lettura: 4 minuti

Tra borghi e paesi la realtà è… dipende!

Paesi, borghi, cittadine, aree interne. Tanti concetti che possono essere interpretati da diversi punti di vista. Ma c’è un errore ricorrente: generalizzare.

Autore: Daniel Tarozzi
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Sono seduto al tavolino di un bar di un centro con circa 150 abitanti: sarà un borgo? Non ho mai capito cosa differenzia i paesi dai borghi. Mentre scrivo, un giovane e gentile ragazzo mi porta un caffè. A pochi metri da me c’è un altro bar, aperto anch’esso, dove tre giovani donne stanno preparando il lavoro della giornata. I bambini che in questo momento popolano la piazza, liberi dal rischio di essere investiti o molestati, ogni mattina durante l’anno scolastico vengono prelevati da un pulmino che li accompagna a scuola – io quando vivevo a Roma dovevo fare 30 minuti di auto, tra traffico e parcheggio, solo per arrivare nella “comoda e vicina” scuola.

Nel mio piccolo paese hanno continuato e continuano ad arrivare coppie con figli negli ultimi anni. Ci sono tre ristoranti aperti in estate e due tutto l’anno, una cioccolateria, una falegnameria, un’azienda agricola. C’è un ufficio postale. Mancano molte cose ovviamente. Ma abbiamo anche una corriera che passa tre volte al giorno e ci collega con la più vicina stazione del treno e soprattutto ci si aiuta veramente quando si ha bisogno. Senza bisogno di grandi convenevoli. Si coltivano orti, si trova cibo buono, si saluta tutti quelli che si incontrano.

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È un paese reale, non mitologico, non inventato. Certo, è un paese fortunato, posizionato non troppo lontano dal mare, ben esposto rispetto al sole, bello e accogliente. Ma è anche un paese “normale”. Io sono cresciuto a Roma e negli ultimi 15 anni ho girato e rigirato tutta Italia e di paesi simili al mio ne ho visti un po’. Non dico che siano la maggioranza, ma nemmeno eccezioni isolate.

Ho visto paesi ricchi di neo-residenti, paesi che si stanno spopolando, paesi che sono rinati. Ho visto tante difficoltà. Lo “scontro” tra “nativi” e “foresti”, le differenze storiche e culturali, la difficoltà di alcune minoranze etniche nell’integrarsi o essere integrate, ma ho anche visto accoglienza, aiuto concreto, bambini crescere liberi da pregiudizi. “Foresti” che pian piano si radicavano nel luogo, imparando dai “nativi” e “nativi” che pian piano riuscivano a tollerare quegli strani individui che vengono da lontano.

Non esistono città, borghi, aree interne o esterne. Esistono esseri umani, processi in atto nelle società, archetipi, complessità, sfide

Ho visto questi processi in tutte le regioni italiane. Processi e percorsi che non negano e non contrastano il macro-fenomeno di abbandono dei centri storici o delle cosiddette aree interne, ma che segnano e mostrano esempi e forme di un altro modo di vivere. Eppure sui nostri media tutto deve essere macchietta, schema, semplificazione. Per cui si passa dall’idolatrare e mitizzare “l’italianità”, le aree interne e le loro magnifiche sorti e progressive, al descrivere questi luoghi come tristi, misogini e in abbandono totale.

Il punto è che non esistono città, borghi, aree interne o esterne. Esistono esseri umani, processi in atto nelle società, archetipi, complessità, sfide. Esistono modi di osservare, vedere e interpretare il mondo. Chi cerca trova. Se cerchi il bello, trovi il bello, rischiando seriamente di non vedere ciò che non funziona. Se cerchi il decadente trovi il decadente, con lo stesso rischio di cui sopra.

Parlare di “borghi” o “paesi” come se fossero riassumibili in un unico concetto è per me un esercizio semplicemente inutile. Ci sono troppe variabili. In che regione? A che altitudine? A che distanza da una città o dal mare? Con quale reddito medio regionale? Con quale tipo di agricoltura, connessione internet, presenza mafiosa, diffusione boschiva, tradizioni culinarie? Chi ci vive? Che tipo di contesto lavorativo e culturale li circonda? Che clima c’è in piena estate o nel profondo inverno?

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Per quale motivo dobbiamo pensare che ci sia più maschilismo in un baretto di un paesino che in una periferia complessa di una città o nei salotti bene della finanza e della cultura? Se io raccontassi “le città contemporanee” dopo aver attraversato il quartiere più degradato e sofferente di Milano, Roma o Palermo, cosa starei raccontando? La semplificazione funziona molto sui media, sui social network e anche nei nostri cervelli sempre più stanchi e distratti. Cerchiamo conferme di fronte alle nostre convinzioni, qualunque esse siano.

E allora proviamo a fare così: parliamo di quello specifico borgo, città o bar. Sveliamo il nostro specifico punto di vista, inevitabilmente soggettivo. E apriamoci alla disperata voglia di scoprire “l’altro da noi”. Ora devo andare. Nei prossimi giorni nel mio piccolo paese abbandonato ci sarà una serie di eventi imperdibili con professori universitari, concerti, camminate, bambini, cani. Mi convincerò così che nei piccoli paesi si vive divinamente. E di nuovo dimenticherò che è la mia storia, il mio punto di vista, il mio contesto. Parziale, soggettivo, autentico, specifico.