Il clima cambia e con esso la geopolitica. Ecco cosa sta succedendo nel mondo
Ghiacci che si sciolgono, dighe per alimentare le riserve idriche e produrre energia, nuove rotte commerciali che si aprono. Il clima sta cambiando il mondo e gli equilibri a cui siamo abituati si stanno ridisegnando.
Il clima sta cambiando e questo ha conseguenze reali e concrete su tutto il mondo. Per decenni, secoli, in alcuni casi addirittura millenni, le civiltà si sono sviluppate in uno scenario tutto sommato abbastanza stabile. Adesso però non è più così: una diga può cambiare le sorti di paesi interi e di milioni di persone se si trova in un’area soggetta a forte rischio desertificazione. Così come lo scioglimento dei ghiacci può aprire nuove rotte commerciali, fino a oggi impossibili da percorrere. Ecco quindi alcuni casi di come il commercio, la produzione di energia, gli equilibri geopolitici cambiano di pari passo con il clima.
La grande diga sul Nilo
Il 9 settembre 2025 il Primo ministro dell’Etiopia Abiy Ahmed ha inaugurato la Grande Diga del Rinascimento Etiope, una monumentale opera idroelettrica che, sfruttando il corso del Nilo Azzurro, genera quasi 16.000 Gwh di potenza all’anno. Fonte di forti tensioni tra l’Etiopia e gli Stati a valle dell’infrastruttura – Egitto e Sudan – fin dalle prime fasi di progettazione, essa rappresenta la proiezione al massimo livello della competizione per le risorse primarie generata negli ultimi decenni dalla crisi climatica, che avrà una sostanziale accelerazione nel breve e medio futuro.
Oggi come nel passato, la sopravvivenza degli egiziani dipende esclusivamente dall’approvvigionamento idrico garantito dal Nilo, presso le cui sponde e delta si raccoglie oltre il 95% della popolazione. Parimenti, le necessità della crescente ed energivora economia etiope – Stato esteso e con una curva demografica in continua ascesa – rendono fondamentale la creazione di infrastrutture come la GERD, peraltro utile a rendere sostenibile una pur massiccia produzione di energia.

I numerosi accordi sottoscritti in passato fra le parti sono stati prima ridiscussi e infine stralciati e i conflitti attivi nell’area – guerra civile sudanese e guerra per l’autonomia federale del Tigray – hanno deviato l’attività diplomatica e fatalmente aggravato la crisi umanitaria della popolazione – soprattutto del Darfur – che è costituita al contempo da rifugiati bellici e profughi climatici, in fuga da una regione che, a causa della incipiente desertificazione, nega le risorse fondamentali per la vita ai suoi occupanti.
Un nuovo canale in Indocina
Non del tutto dissimile è un’altra circostanza in atto in un quadrante geografico del tutto diverso: il governo cambogiano prevede di terminare nel 2028 il completamento del Funan Techo, un ampio canale navigabile che collegherà direttamente il Mekong con il Golfo del Siam, permettendo alle imbarcazioni dirette in mare aperto di evitare di percorrere il fiume fino al suo delta, che si sviluppa interamente in territorio vietnamita.
Il prevedibile contraccolpo negativo per l’attività dei porti del Vietnam e le preoccupazioni della stessa Hanoi per la riduzione del flusso idrico in direzione del Delta – grave fattore di rischio per le siccità – ha messo a dura prova la qualità dei rapporti intrattenuti dai due Stati negli ultimi cinquant’anni. La determinante presenza del governo cinese, corposo finanziatore del progetto, non è inoltre ben vista dal Vietnam, impensierito dalla possibilità – oggettivamente poco verosimile – che il canale sia usato da Pechino per movimenti militari.
La rotta artica
Ma se il cambiamento climatico può innescare una drammatica competizione per le risorse come in questi e in altre innumerevoli circostanze, allo stesso modo può aprire scenari altrimenti inconcepibili. E si può partire proprio dal settore indocinese per affrontare una interessante speculazione sullo sviluppo della Northern Sea Route (NSR), ovvero la rotta artica.

Il traffico navale rappresenta attualmente il mezzo di trasporto commerciale d’elezione – più del 70% delle merci per valore e dell’80% per volume sono affidate al commercio marittimo. La direttrice più importante è molto probabilmente quella che collega i giganteschi porti cinesi – Shenzen, Ningbo, Shangai ed altri – all’Atlantico occidentale, attraversando diversi stretti di capitale rilevanza strategica – i cosiddetti chokepoints, in ordine da est a ovest: Taiwan, Malacca, Bab-el-Mandab, Suez, Gibilterra e infine Hormuz per i beni provenienti dal Golfo Persico.
La pervietà di questi stretti è sempre stata una irrinunciabile condizione di esercizio e sviluppo del traffico navale, ma le recenti forti tensioni hanno compromesso la navigabilità di alcuni di questi passaggi strategici, obbligando spesso le compagnie di navigazione ad allargare le rotte fino al Capo di buona speranza, con conseguenze disastrose sui tempi e sui costi del trasporto. Fermo restando questa delicata situazione congiunturale, è oggetto di attenta valutazione l’effetto che l’innalzamento della temperatura ambientale e dei mari esercita sulla solidità del ghiaccio artico.
Il passaggio lungo i 24.000 chilometri di coste russe, oltre il circolo polare, è sempre stato impraticabile per tutto l’anno, ma in conseguenza del progressivo scioglimento dei ghiacci, i canali navigabili oltre una certa latitudine stanno diventando sempre più ampi e longevi, ma soprattutto percorribili in una finestra temporale sempre più estesa.
Abituarsi a questa trasformazione, se non precederla, diventerà un requisito fondamentale di sopravvivenza e prevalenza
Il pragmatismo cinese, come spesso accade, detta i tempi dello sviluppo di nuove scelte strategiche e nel White Paper del 2018 Pechino – convenientemente definitosi un near-Arctic State, ovvero stato in prossimità dell’Artico – cita in maniera esplicita la Polar Silk Road, una Via della seta glaciale che descriverebbe un nuovo e vantaggioso canale commerciale navigabile che, costeggiando il territorio russo, collegherebbe i grandi hub cinesi ai principali porti europei. Questo garantirebbe un considerevole risparmio di tempo – si parla di una ventina di giorni in ideali condizioni di navigazione a fronte di tempi quasi doppi passando per le convenzionali rotte dei mari caldi.
Il dibattito se la Northern Sea Route possa rappresentare una credibile alternativa al canale di Suez e al sistema di stretti e rotte con esso integrate è aperto, pur essendo consapevoli che una scelta del genere è soprattutto figlia di condizioni contingenti che potrebbero variare radicalmente nel medio futuro, rendendo l’adozione di questa rotta commerciale superflua oppure, al contrario, necessaria.
Il ruolo della Russia
D’altronde non si può ignorare il fatto che non stiamo parlando di una rotta convenzionale, ma con caratteristiche a dir poco estreme, che vincolano la navigabilità all’esistenza – e alla proporzionale implementazione in caso di aumento dei volumi di traffico – di servizi e infrastrutture che sono tutt’ora inesistenti o largamente sottodimensionate. A tal proposito non si può evitare di ragionare sul ruolo della Russia. Recentemente Mosca ha presentato un ambizioso piano integrato di sviluppo e potenziamento della rotta transartica, che prevede l’allargamento di diversi hub già esistenti e la creazione di infrastrutture viabili ed energetiche che permettano, entro dieci anni, di sostenere il transito di 150 milioni di tonnellate di merci.

Il ruolo della Russia è assolutamente determinante, non solo perché detiene la sovranità delle terre prospicienti il percorso, ma anche perché è opportuno, se non necessario, che ogni nave in transito venga scortata da una rompighiaccio in grado di aprire canali navigabili in caso di difficoltà di passaggio o di manovra. La flotta artica russa, composta in parte da sofisticate rompighiaccio con motore elettrico alimentato da reattori nucleari, è di gran lunga la più cospicua e avanzata del mondo e diventerebbe un vero e proprio fattore nel caso in cui la NSR divenisse una rotta abituale.
Le conseguenze sull’ecosistema
Ma se da un lato il risparmio di tempo contribuirebbe anche a una consistente riduzione di emissioni a livello globale, la contaminazione di un sistema delicato come il bioma artico potrebbe avere conseguenze nefaste, incrementando il rischio di sversamenti e, a causa del deposito di microparticelle generate dalla combustione dei motori, aumentando la temperatura superficiale del ghiaccio e accelerandone di conseguenza lo scioglimento.
In un’epoca in cui gli equilibri stanno variando in maniera repentina e imprevedibile, i rapporti di potenza fra Stati sono in rapida ridefinizione e i cambiamenti – a trazione antropica e non – creano problematici scenari con cui è inevitabile venire a patti. Abituarsi a questa trasformazione, se non precederla, diventerà un requisito fondamentale di sopravvivenza e prevalenza. Chi lo capirà per primo avrà un bel vantaggio.







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