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2 Febbraio 2026
Podcast / Io non mi rassegno

Dalla guerriglia di Torino al pacchetto sicurezza: è spirale della repressione? – 2/2/2026

A Torino la manifestazione contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna degenera in scontri con feriti e arresti, mentre il governo rilancia il “pacchetto sicurezza”.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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Questo episodio é disponibile anche su Youtube

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Sabato a Torino c’è stata una sorta di guerriglia urbana – così l’hanno definita molto giornali – durante la manifestazione contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna. Non so se ricordate la storia: il 18 dicembre scorso la polizia aveva sgomberato uno dei centri sociali storici di Torino, l’Askatasuna appunto, con una operazione imponente e anche abbastanza opaca. Imponente perché fin dall’alba aveva circondato e blindato il quartiere, chiudendo scuole e bloccando residenti, usando in seguito idranti e facendo cariche.

Opaca perché il centro sociale in questione aveva un patto di collaborazione con il comune, non era del tutto irregolare, e i poliziotti erano entrati in teoria (in teoria) non per sgomberare ma per cercare degli indagati per un’altra vicenda quella dell’assalto della redazione del quotidiano La Stampa da parte di alcuni attivisti pro-Palestina. E poi, una volta dentro, avrebbero rilevato delle violazioni, delle persone che si trovavano in luoghi non agibili, e avrebbero quindi dato il via allo sgombero. 

In realtà è una versione che non sta in piedi, proprio in virtù del dispiegamento di forze fin dall’inizio dell’operazione e delle scuole chiuse fin dall’alba. E molti hanno visto nell’operazione la volontà di mandare un segnale di repressione verso i centri sociali “antagonisti” da parte del governo.

In risposta, sabato, a un mese e mezzo di distanza, c’è stata una manifestazione gigantesca. Leggo su Domani: “A Torino è guerriglia urbana dopo duri scontri avvenuti tra un gruppo di antagonisti e le forze dell’ordine durante il corteo nazionale indetto in segno di protesta contro lo sgombero del centro sociale di Askatasuna dello scorso dicembre.

Secondo quanto riportano le agenzie stampa sono stati lanciati lacrimogeni e bombe carta dopo che un gruppo è entrato in corso Regina Margherita, dove al civico 47 c’era la sede del centro sociale, deviando con violenza dal percorso previsto.

Le forze dell’ordine hanno anche utilizzato gli idranti per disperdere il gruppo. Alcune vie della città sono state messe a ferro e fuoco, con cassonetti incendiati e lancio di sassi e bottiglie. Incendiata anche una camionetta della Polizia. 

E poi c’è un video che ha fatto il giro di giornali e telegiornali, e che è diventato un po’ un casus belli. Nel video si vede un poliziotto accerchiato da manifestanti a volto coperto e preso a calci e pugni. Si tratta di un agente del reparto mobile rimasto isolato e colpito ripetutamente anche a martellate mentre si trova a terra, con il casco che gli si è slacciato. L’agente è rimasto ferito ma a quanto pare non è in gravi condizioni.  

Gli scontri sono proseguiti oltre un’ora e hanno causato undici feriti. I giornali riportano anche l’aggressione a una troupe Rai. E diversi arresti. 

Comunque, è il video, quel video in particolare, ad aver generato una serie di conseguenze, a cascata. Domenica Meloni ha detto: «Ora è fondamentale che anche la Magistratura faccia fino in fondo la propria, perché non si ripetano episodi di lassismo che in passato hanno annullato provvedimenti sacrosanti contro chi devasta le nostre città e aggredisce chi le difende», aggiunge la premier. «Questi non sono dissenso né protesta: sono aggressioni violente con l’obiettivo di colpire lo Stato e chi lo rappresenta. E per questo devono essere trattate per ciò che sono, senza sconti e senza giustificazioni».

Mentre il vicepremier Salvini ha definito “delinquenti quelli di Askatasuna” ma anche aggiunto che “peggio di loro c’è solo chi li difende, coccola, giustifica o protegge” e ora “avanti tutta con arresti, sgomberi e nuovo pacchetto sicurezza” mentre il vicepremier Tajani ha condannato l’aggressione all’agente: “Questi sono i figli di papà, i facinorosi e vigliacchi dei centri sociali”. 

Va bene, facciamo giusto un inciso: che roba è questo pacchetto sicurezza evocato più volte dal governo negli ultimi giorni? Come racconta Annalisa Camilli su Internazionale, “Le misure, che arrivano solo sei mesi dopo la conversione in legge del primo decreto sicurezza del governo Meloni, contengono sessanta misure con restrizioni ulteriori all’immigrazione, ma anche disposizioni per arginare la violenza tra minorenni (come il divieto di portare con sé dei coltelli), per tutelare le forze dell’ordine e per limitare le proteste.

L’Italia è uno dei paesi più sicuri al mondo – scrive la giornalista – con circa trecento omicidi all’anno su una popolazione di 59 milioni di persone. Anche se secondo i dati dell’Istat e del ministero dell’interno i reati e la criminalità sono stabili e addirittura in calo da anni, il governo da tempo annunciava la volontà di proporre una nuova misura sulla sicurezza, sulla scia di fatti di cronaca che hanno attirato l’attenzione dell’opinione pubblica, come alcune violente aggressioni alla stazione Termini di Roma, due omicidi a Bologna e Milano, l’accoltellamento e l’uccisione di un ragazzo di 18 anni in una scuola di La Spezia”.

Poi l’articolo fa un lungo elenco di tutte le cose previste da questo pacchetto, e sono tante, se volete approfondire ve lo lascio fra le fonti, qui vi leggo solo i pezzetti che riguardano le manifestazioni e le forze dell’ordine.

“I nuovi testi prevedono una serie di misure che limitano le proteste. Per esempio, il potenziamento del divieto di accesso nei centri urbani, attualmente previsto per i condannati con sentenza definitiva o confermata in appello negli ultimi cinque anni per reati contro la persona o il patrimonio. La misura colpirà coloro “che risultino denunciati o condannati, anche con sentenza non definitiva nel corso dei cinque anni precedenti” per reati per cui è previsto l’arresto obbligatorio in flagranza “commessi in occasione di manifestazioni”. 

È estesa la possibilità di perquisizioni durante “manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico ed anche al fine di accertare l’eventuale possesso di strumenti o oggetti atti ad offendere”. Una novità è l’introduzione della possibilità per gli ufficiali e gli agenti di polizia di fare dei fermi per massimo dodici ore di persone ritenute “pericolose” durante manifestazioni in luogo pubblico o aperte al pubblico. Le forze dell’ordine avranno la possibilità di trattenere nei propri uffici per non più di dodici ore “persone sospettate di costituire un pericolo per il pacifico svolgimento della manifestazione e per la sicurezza”. 

Il fatto che abbiano il volto coperto o indossino dei caschi può rappresentare un fattore considerato “pericoloso”. Quando una manifestazione non è comunicata e autorizzata dalla questura si rischia una sanzione amministrativa fino a ventimila euro. E anche se l’itinerario della manifestazione o del corteo cambia rispetto a quello comunicato si applica una sanzione che va da diecimila a ventimila euro. 

La disobbedienza all’ordine di scioglimento dell’assemblea o della riunione prevede una sanzione fino a ventimila euro. Inoltre, è introdotto il divieto di partecipare a pubbliche riunioni o di prendere parte a pubblici assembramenti, disposto dal giudice per persone già condannate, anche se non in via definitiva, per alcuni delitti commessi con violenza contro persone o cose in occasione o a causa di riunioni o assembramenti pubblici”.

Quindi si riduce il margine per chi protesta o manifesta, e al tempo stesso si aumentano le tutele delle forze del’ordine. “È il cosiddetto scudo penale. Il pubblico ministero non provvede all’iscrizione degli appartenenti alle forze dell’ordine nel registro delle notizie di reato quando il fatto è stato compiuto in presenza di una giustificazione, per esempio: legittima difesa, adempimento di un dovere, uso legittimo delle armi, stato di necessità. Inoltre, si prevede la tutela legale per il personale delle forze di polizia, delle forze armate e del corpo nazionale dei vigili del fuoco. Le polizie straniere presenti sul territorio nazionale avranno maggiore libertà di portare e usare armi”.

Insomma capite che c’è questa legge in ballo e i fatti di Torino, in particolare quel video, adesso sembrano l’occasione perfetta per il governo per spingere in quella direzione. 

Ora, la questione è delicata. Perché io ho visto il video, e fa abbastanza effetto vedere una persona a terra malmenata da un gruppo di persone col viso coperto, anche presa a martellate. Chiunque abbia un po’ di dimestichezza con i video sa che però un singolo video mostra una frazione di realtà, e ne esclude tanti altri pezzi. Lo dico non a caso, perché mi sono imbattuto in una ricostruzione dell’accaduto da parte di una giornalista che si chiama Rita Rapisardi. Scrive per il manifesto, l’Espresso, Radio Popolare. E che sulla sua pagina FB riporta una versione più ampia in cui si va a inserire quell’episodio. Ve ne leggo alcuni estratti.

Dopo aver fatto una premessa, dice: “Fortuna vuole che quella scena – quella del poliziotto pestato – l’abbia vista con i miei occhi, ero a cinque metri, ancora più vicina del videomaker che si trovava alle mie spalle, in mezzo al corso, diviso dalle barriere del tram. A quel punto della serata gli scontri stavano andando verso la conclusione, i manifestanti si erano dileguati da corso Regina, quello di Askatasuna, dove si sono svolti per la maggior parte, per scappare verso il lungo Dora attraverso i giardinetti che portano al Campus Einaudi.

Migliaia di persone si sono riversate in quel poco spazio e pian piano sono riuscite ad arrivare dall’altra parte, sulla Dora appunto, anche perché le forze di polizia arrivavano da entrambi i lati e la paura era quella di essere chiusi contro i cancelli, motivo per cui alcuni hanno aperto un varco tra le grate. Il tutto per fortuna si è svolto abbastanza tranquillamente, in molti urlavano di fare piano, con calma e non agitarsi. Nel frattempo continuava incessante il lancio dei lacrimogeni.

In corso Regina ormai erano in pochi. Sono tornata indietro per controllare, si parla di 20-30 persone al massimo. Mi affaccio e arrivano lacrimogeni ad altezza uomo (cosa vietata), una ragazza di fianco a me viene colpita, un’altro batte sull’angolo del muro e mi sfiora. Indietreggiamo, capisco che da lì sono un bersaglio, quindi torno sul corso e mi nascondo tra le auto.

A questo punto vedo arrivare da sinistra una squadra di venti agenti in antisommossa che corrono per manganellare quei dieci più vicini, ormai deboli di numero. Sono pronta ad urlare “stampa”, convinta le avrei prese anche io, abituata a vestirmi sempre di nero poi.

Uno di questi, esce dallo schieramento, parte da solo e si allontana di 15 metri, per inseguire un paio di persone, mi pare una avesse un’asta in mano. Le inizia a manganellare, uno finisce a terra. Altri manifestanti arrivano in soccorso prendono il poliziotto e lo sbattono via, lui cade a terra e da lì ci sono quei secondi immortalati dal video ormai virale. Perde il casco non allacciato e poi i due colpi di martelletto (non martello).

Mi giro e guardo la squadra, nessuno arriva a salvarlo, eppure l’hanno visto. Intanto da dietro arrivano delle urla, “basta, basta, lasciamolo stare”. I militanti si allontanano e finalmente arriva un collega. In due poi lo trascinano via. Doppia ritirata, a quel punto mi allontano anche io, non era rimasto più nessuno.

Cosa capiamo quando vediamo un video? Dov’è la nostra capacità di analisi? Quali domande ci facciamo? Cosa è successo prima, come interpreto quei pochi secondi, saranno tagliati ad arte? Ieri sera leggo “il poliziotto assaltato, circondato, preso e isolato”.

Ci sono numerosi video di persone a terra circondate e manganellate quando sono a terra (anche fotografi, che non finiranno in home page), ho visto teste aperte, labbra spaccate, persone intossicate dal lacrimogeni che hanno vomitato in strada. Almeno in trenta sono andati negli ospedali torinesi, allertati la sera prima, l’ultima volta l’emergenza era stata data nel periodo Covid, per capirci. Molti altri curati sul posto, non si avvicinano ai pronto soccorsi per paura di denunce”.

Insomma, se prendiamo per buona questa versione, non è che giustifichi il fatto che un agente sia stato picchiato, però inserisce quella scena in un contesto in cui c’è un utilizzo ampio della violenza da parte perlomeno di entrambi gli schieramenti, una violenza generalizzata, che le forze dell’ordine non sembrano voler smorzare ma anzi a cui prendono abbondantemente parte: sembrano farvi ricorso sempre più facilmente. Anche grazie a un’impunità sempre maggiore.

Ecco, io penso – è la mia opinione ovviamente – che in un contesto del genere non abbia molto senso immaginare che la soluzione sia ancora più potere e impunità alle forze dell’ordine e più repressione del dissenso. Perché si genera una spirale di violenza, non di sicurezza. peraltro in un problema che non ha assolutamente il problema della violenza. 

Voglio farvi ascoltare una testimonianza che non c’entra con i fatti di Torino, ma che al tempo stesso c’entra eccome. Una testimonianza che arriva da un nostro ex collaboratore, Guglielmo Rapino, che è un cooperante, attivista per i diritti umani e giornalista, forse lo ricorderete perché lo abbiamo intervistato in una puntata di INMR+ sull’Afghanistan o per una serie di bellissimi articoli sempre sull’Afghanistan, dove ha vissuto. Questa testimonianza però arriva dall’Italia. Sentite qua:

Contributo disponibile all’interno del podcast

Grazie Guglielmo. Ecco, questo era già ben prima di Torino il clima per chi protesta, in Italia. Non è granché. E vi dirò, è un po’ preoccupante. Perché in questo contesto internazionale, con quello che sta succedendo negli Usa, insomma, c’è il rischio che l’idea che un governo possa reprimere con la forza qualsiasi forma di dissenso possa non suonare più così strano. E che un governo di destra radicale come quello italiano, che diciamo culturalmente non disprezza il ricorso alla violenza, possa farsi ingolosire. 

Come ha detto Sigfrido Ranucci, intervistato da Massimo Gramellini, “In questo contesto (il pestaggio del poliziotto) perché finisce col giustificare quella democrazia del controllo e della sorveglianza che è tanto cara in una parte degli Stati Uniti, che è la tecnodestra americana, e che ci ha invaso già da anni e che questo governo sta portando avanti in maniera esemplare”.

Ora, quindi, che fare? Perché se in un contesto del genere, è piuttosto facile finire in una spirale di violenza, anche da parte di chi si vede negata la possibilità di protestare, dall’altra questa spirale di violenza finisce per giustificare politiche sempre più repressive. Senza poi considerare le ipotesi di infiltrazioni fra i manifestanti. 

Vedo vari possibili modi in cui questa storia va a finire: o questa repressione crescente finisce per fiaccare presto le proteste e scoraggiare il dissenso, anche se in genere non funziona così; o al contrario c’è un’escalation di violenza, che a sua volta però può finire solo con la vittoria di uno dei due schieramenti, cioé o la caduta del governo o la repressione violenta e definitiva delle proteste.

Infine, una terza via potrebbe essere una sorta di resistenza nonviolenta generalizzata, in cui si diffonde una certa cultura del dissenso, una cultura molto informata, consapevole del proprio margine d’azione, anche rispettosa se volete ma assolutamente ferma. Ieri su Domani – scusate il paradosso temporale – il sociologo Francesco Ramella portava ad esempio l’organizzazione delle proteste a Minneapolis, dove chi resiste ai raid dell’Ice ha strutturato tutto un sistema di informazione e azione collettiva. Vi lascio l’articolo fra le fonti, perché è interessante, però non penso ci sia bisogno di arrivare fin là. Perché ci sono già molti movimenti, soprattutto molti movimenti climatici, come XR, Ultima generazione, che hanno già quella cultura lì nel loro dna.

In conclusione di questa puntata fiume, e a proposito di nonviolenza, e quindi di pace, voglio farvi ascoltare un altro piccolo contributo. Anzi più che un contributo, è un pezzetto dell’ultima puntata di Soluscions, che parla proprio di Pace vera, non retorica. Si chiama “Faccia a faccia col tuo nemico: per una pace che vada oltre il conflitto” e vi consiglio di ascoltarla. 

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