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31 Dicembre 2025
Podcast / Io non mi rassegno

Speciale: le migliori notizie del 2025 – 31/12/2025

Puntata speciale di fine anno. Passiamo in rassegna le migliori notizie del 2025, dai diritti, ai progetti di rinaturazione, alla transizione energetica, al cambiamento degli stili di vita per arrivare ad accordi e trattati internazionali.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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Questo episodio é disponibile anche su Youtube

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Trascrizione episodio

Partiamo con il tema dei diritti, tema su cui il 2025 ha offerto diverse notizie interessanti. Il 22 settembre è stato liberato Alaa Abd el-Fattah, attivista egiziano e simbolo globale della lotta per la libertà di espressione. È successo grazie a una grazia presidenziale, dopo anni di lotte e pressioni della società civile, e anche grazie all’impegno e alla perseveranza della madre, Laila Soueif, che aveva messo in gioco la propria vita con lunghi e ripetuti scioperi della fame.

Alaa era stato uno dei protagonisti della primavera araba, che portò nel 2011 alla caduta di Mubarak. È un blogger, informatico e attivista per la democrazia egiziano. È diventato famoso per aver fondato, insieme alla moglie Manal, l’aggregatore egiziano di blog Manalaa, che ha vinto nel 2005 il premio Weblog Awards di Reporter senza frontiere.

Era stato arrestato nel 2019 per aver, fondamentalmente, espresso le proprie opinioni. Condannato a cinque anni nel 2021 per “diffusione di notizie false” – un’accusa che in Egitto viene usata abbastanza generosamente contro chiunque dissenta rispetto al governo autoritario di Al-Sisi – avrebbe dovuto uscire nel 2024, considerando anche i due anni passati in detenzione preventiva. Ma era ancora dentro. Da mesi.

Nel frattempo Alaa è diventato un simbolo vivente della repressione – ma anche della resistenza – nel mondo arabo. E sua madre, docente di matematica, attivista, femminista, è diventata a sua volta simbolo di una persistenza e una tenacia capaci di scalfire anche il potere più autoritario.

La sua liberazione è arrivata anche in un momento strategico per Al-Sisi, il leader che governa l’Egitto in modo autoritario dal 2013 dopo aver preso il potere con un colpo di stato. E che adesso sta provando a ripulirsi un po’ l’immagine. Ma questo non toglie niente al valore della notizia.

Altre notizie sul lato dei diritti umani: l’11 marzo le autorità filippine hanno arrestato l’ex presidente delle Rodrigo Duterte, ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità dopo che aveva di fatto causato l’uccisione di migliaia di persone durante la sua politica di “guerra alla droga” tra il 2011 e il 2019. Persone per lo più povere e marginalizzate, uccise dalle forze di polizia o da killer legati a queste ultime. Il 12 marzo Duterte è stato trasferito alla Corte.

In generale è stato un anno importante per i diritti delle popolazioni indigene. Soprattutto nella forma di terre riconosciute e poteri legali rinforzati: in Canada una lunga battaglia giudiziaria ha portato al riconoscimento del titolo della Saugeen First Nation su un tratto di spiaggia a Sauble Beach, chiudendo un contenzioso secolare. In Nuova Zelanda un accordo sul caso storico dei “Nelson Tenths” prevede la restituzione di circa 3.068 ettari a discendenti Māori (con riserve e porzioni di aree oggi molto frequentate). In Australia il riconoscimento del native title su circa 915.000 ettari a Cape York ha consolidato diritti tradizionali su una delle aree più simboliche del Paese per storia di espropriazioni. In Perù una sentenza ha affermato i diritti territoriali Kichwa dentro un’area protetta, rafforzando l’idea “conservazione con diritti”, e un’altra decisione ha definito incostituzionale l’inerzia dello Stato su una politica nazionale di titolazione dei territori indigeni. Infine in Brasile la Corte Suprema ha riaffermato che i diritti territoriali indigeni sono tutele costituzionali non comprimibili da una “data limite” (il dibattito sul marco temporal), dando nuovo ossigeno ai processi di demarcazione.

Il 29 ottobre, in Francia, dopo il voto favorevole dell’Assemblea nazionale di sei giorni prima, il Senato ha definitivamente approvato un testo di legge che introduce nel codice penale una definizione di stupro basata sul consenso. La Francia è così il sedicesimo stato dell’Unione europea ad avere una legge in materia di stupro conforme alla Convenzione del Consiglio d’Europa per la prevenzione e il contrasto alla violenza contro le donne e alla violenza domestica. Nelle settimane successive un processo simile è iniziato anche in Italia, su iniziativa bipartisan di maggioranza e opposizione, ma poi soi è arenato per un ripensamento da parte della Lega.

È stato un anno interessante anche per  progetti di rinaturazione. In Italia, ad esempio, è entrato nel vivo uno dei progetti più estesi mai progettati di rinaturazione, quello dell’area del Po. 

Non si tratta di un unico intervento ma di un pacchetto enorme di azioni (ben 56) sparse lungo l’asta del fiume e nel Delta, che coprono 4 regioni in tutto e finanziato con fondi del PNRR per 357 milioni di euro. Nel suo complesso l’intervento si muove su 3 direttrici:

1) Ridare spazio e dinamica al fiume. Qui l’idea è di ridurre l’“artificialità” dell’alveo rimuovendo tutte quelle opere e configurazioni che negli anni hanno ingabbiato il Po (pennelli, difese, tratti troppo “canalizzati”). In pratica si interviene, ad esempio, rimuovendo o modificando opere nell’alveo del fiume per farlo tornare più simile al suo aspetto e alle sue funzioni ecosistemiche originarie.

2) Ripristino ecologico “classico”. Che è la parte più “naturalistica”: riforestazione diffusa con specie adatte, riqualificazione di lanche e rami abbandonati e contenimento delle specie invasive. 

3) Infine, dove serve, anche sicurezza idraulica. In alcune aree (per esempio quella del Delta) sono previste anche opere di adattamento climatico per aumentare la sicurezza rispetto alle piene, sia rispetto alle esondazioni che alle cosiddette filtrazioni, cioè quando l’acqua del fiume passa sotto l’alveo e riemerge poi nelle campagne circostanti.

Questo progetto non è nato quest’anno, ma quest’anno ha mosso passi importnti. È partita tutta la fase di monitoraggio pre-interventi, per capire poi meglio anche gli impatti, e sono partiti gli incontri pubblici per spiegare alla popolazione i singoli interventi e raccogliere i loro feedback.

Questo è comunque solo uno fra tanti interventi di rinaturazione che hanno caratterizzato quest’anno, sia in Italia che nel mondo. Nella regione dello Yorkshire Dales (UK), le cosiddette “ghost woodlands”, delle antiche foreste scomparse sono tornate a vivere, con centinaia di migliaia di alberi e accordi tra allevatori e conservazionisti che hanno riportato uccelli e fiori.

E sempre nel Regno Unito è nata una “Celtic rainforest” con migliaia di alberi piantati per ricreare una rarissima foresta temperata-atlantica.

Ogni anno, da quando esiste INMR e da quando esiste quindi la puntata speciale di fine anno di INMR, uno dei punto è dedicato alla crescita delle rinnovabili. Quest’anno non fa eccezione, e questa cosa di per sé è una buona notizia. Ma vi dirò di più: questo 2025 è stato particolarmente eclatante per le rinnovabili, al punto che la rivista Science ha dedicato proprio alle rinnovabili il suo classico breakthrough of the year, la svolta dell’anno 2025. 

Science racconta che nel 2025, per la prima volta, le rinnovabili hanno superato il carbone a livello globale nella produzione globale di elettricità nella prima parte dell’anno, e che solare ed eolico stanno crescendo così in fretta da coprire praticamente tutta la nuova domanda elettrica in diverse aree del mondo. La combinazione fra capacità industriale (con la Cina leader mondiale), concorrenza interna e produzione su scala ha fatto crollare i costi delle rinnovabili, rendendo in molti posti solare ed eolico la scelta più economica.

L’articolo di Science sottolinea che la crescita delle rinnovabili ha contribuito a frenare quasi del tutto la crescita delle emissioni in Cina e dice che, se questo trend regge, un picco globale delle emissioni globali diventa più vicino e più credibile.

Negli ultimi anni i pediatri, i neuroscienziati e alcune organizzazioni internazionali stanno lanciando l’allarme sui rischi legati alla sovraesposizione agli schermi, soprattutto nell’età dello sviluppo. 

L’uso eccessivo di schermi — soprattutto smartphone e social media — nei più giovani è collegato a difficoltà nello sviluppo cognitivo, emotivo e relazionale. La Società Italiana di Pediatria ha aggiornato le sue raccomandazioni e dice che, sotto i 13 anni, ogni ora in più di schermo si associa a ritardi nel linguaggio, peggioramento dell’attenzione, disturbi del sonno e maggiore ansia nei bambini e negli adolescenti; per i più piccoli si parla addirittura di raddoppio del rischio di ritardo nel linguaggio ogni 30 minuti di schermo al giorno.

E non è solo un discorso italiano: nel mondo crescono movimenti — come Smartphone Free Childhood, nato nel Regno Unito e ora attivo in oltre 60 Paesi — che spingono a ritardare il primo smartphone almeno fino a 14 anni e a rimettere al centro tempo libero, gioco reale e relazioni faccia a faccia.

Così arriviamo alla prima grande tendenza del 2025: governi e scuole stanno iniziando a vietare l’uso di smartphone in contesti chiave. Paesi come Corea del Sud, Francia, Paesi Bassi e anche alcune regioni australiane stanno introducendo divieti scolastici o limiti d’età per device e social per rispondere alle evidenze di dipendenza digitale e distrazione. 

Ma il trend forse ancora più interessante è quello che arriva dall’altra parte. Cioè che indipendentemente dalle istituzioni, stanno cambiando anche i comportamenti dei giovani stessi. Un articolo del Guardian di luglio raccontava che sempre più adolescenti, da soli, si impongono di staccare da smartphone e social per preservare la salute mentale e la concentrazione, secondo sondaggi recenti. 

Altri trend interessanti di questo 2025 sono stati la crescita esponenziale dei cammini, cioè dei sentieri culturali, storici e naturali che in Italia stanno diventando una vera e propria fenomeno sociale e turistico. Negli ultimi anni sono aumentati sia i cammini disponibili sia il numero di persone che li percorrono, e questo movimento non riguarda solo la Via degli Dei o la Francigena, ma una rete sempre più vasta di percorsi che attraversano il Paese, coinvolgendo territori, comunità e piccole economie locali. 

E la possibile affermazione della settimana lavorativa di quattro giorni, rilanciata anche grazie all’uso dell’intelligenza artificiale e incoronata dal WEF. Esperimenti in aziende e governi di mezzo mondo stanno mostrando che lavorare meno, ma meglio, è possibile senza tagliare gli stipendi. In parallelo, l’AI sta aumentando la produttività, soprattutto nelle mansioni ripetitive, aprendo la possibilità di usare il tempo guadagnato non per lavorare di più, ma per lavorare meno — e vivere meglio.

Il 19 settembre 2025 il Trattato sull’altro mare ha raggiunto la soglia fatidica delle 60 ratifiche da parte di altrettanti paesi del mondo. ciò significa che, secondo le regole delle nazioni unite, il trattato entra ufficialmente in vigore. O meglio entrerà in vigore a metà gennaio 2026 (120 giorni dopo la 60ª ratifica).

Il testo risale al 2023, ma quest’anno c’è stata ua grossa accelerazione delle ratifiche in occasione della terza Conferenza sugli oceani delle Nazion Unite tenutasi a Nizza. 

È una roba abbastanza grossa. Parliamo di alto mare, cioè quelle acque “di nessuno” fuori dalle giurisdizioni nazionali: un’enorme fetta di oceano dove finora le regole erano frammentate e spesso troppo deboli. 

Questo accordo crea finalmente un quadro legale globale condiviso per istituire aree marine protette in alto mare, imporre valutazioni di impatto ambientale per attività potenzialmente distruttive (pesca industriale, nuove infrastrutture, ecc.), e rafforzare cooperazione scientifica e strumenti di tutela della biodiversità. Ed è considerato un pezzo fondamentale dell’obiettivo ONU “30×30” (proteggere il 30% di terre e mari entro il 2030). 

Un altro passaggio molto importante del 2025 è il parere della Corte Internazionale di Giustizia del 23 luglio in cui la Corte ha detto che non agire sul clima può configurare una violazione degli obblighi di diritto internazionale. Non solo dei trattati climatici (tipo l’Accordo di Parigi), ma anche quelli di diritto consuetudinario, come il dovere di prevenire danni significativi e di regolare le aziende che emettono gas serra sotto la propria giurisdizione. Il parere, di per sé, non è vincolante (perché è consultivo), ma può essere un punto di svolta da qui in avanti per cause climatiche, politiche pubbliche e perfino decisioni su licenze fossili, sussidi e piani energetici che avranno un “ombrello” giuridico molto più forte, e la Corte apre anche alla possibilità di responsabilità e riparazioni (compensazione, ripristino, ecc.) per i danni climatici.

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