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12 Ottobre 2026
Podcast / Io non mi rassegno

Riparare invece di buttare: sta per cambiare tutto? – 12/10/2026

Dal 22 ottobre in vigore in Italia il diritto alla riparazione; in India oltre 2mila arresti per bloccare la protesta del Cockroach Janta Party; negli Usa una condannata sopravvive all’iniezione letale e il Pentagono annuncia una fucilazione pubblica.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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Trascrizione episodio

Sta per entrare in vigore anche in Italia il diritto alla riparazione ed è un passo molto importante. In pratica, se la lavatrice si rompe, o lo smartphone smette di funzionare, avremo più strumenti e più incentivi per farli aggiustare invece di essere spinti a buttarli e ricomprarli.

C’è voltuo un po’ eh! Nel senso che la direttiva europea sul diritto alla riparazione è del 2024, e gli Stati dovevano recepirla entro il 31 luglio di quest’anno. L’Italia non l’ha fatto ed è finita in una procedura d’infrazione. Solo la scorsa settimana, il 7 ottobre è arrivato in Gazzetta Ufficiale il decreto legislativo che la recepisce, modificando il Codice del consumo. Fra l’altro, essendo arrivate dopo tempo massimo, le nuove regole varranno retroattivamente per tutti i contratti conclusi dal 31 luglio in poi.

Comunque, provo a spiegarvi cosa cambia. Innanzitutto, quali oggetti riguarda questa norma sulla riparabilità? Un discreto numero di oggetti, perlopiù elettrodomestici o dispositivi digitali. Nello specifico riguarda lavatrici, lavastoviglie, asciugatrici, frigoriferi, aspirapolvere, smartphone, tablet, televisori, monitor, ma anche monopattini elettrici ed e-bike. 

Su questi prodotti il fabbricante non potrà rifiutarsi di ripararli, a meno che la riparazione sia davvero impossibile. E dovrà farlo o gratis o comunque a un prezzo ragionevole, e in tempi ragionevoli. E vengono vietati anche quei trucchetti, contrattuali ma anche hardware e software, che oggi rendono di fatto impossibile aggiustare un oggetto. 

Vi faccio qualche esempio. Attualmente alcuni produttori di smartphone “accoppiano” i componenti al singolo telefono tramite il numero di serie. Così, se cambiate lo schermo o la batteria con un pezzo originale ma preso da un altro telefono, il dispositivo vi mostra un avviso di “componente sconosciuto”. Oppure disattiva alcune funzioni, come il riconoscimento facciale o l’indicatore della batteria. Qualcosa di simile succede con le stampanti, che dopo alcuni aggiornamenti smettono di accettare cartucce compatibili non originali.

Fin qui è roba di software, poi ci sono i trucchetti hardware: batterie incollate, viti con forme particolari che si svitano solo con attrezzi proprietari, componenti saldati invece che avvitati. 

Oltre a ciò ci sono del trucchetti contrattuali. Alcuni dispositivi hanno un adesivo con scritto “la garanzia decade se rimuovi questo sigillo”. Oppure in altri casi i ricambi sono venduti solo ai centri autorizzati e non ai riparatori indipendenti. Insomma tutte queste cose messe assieme rendono il riparare gli oggetti molto difficile, faticoso, costoso. Tant’è che immagino sarà capitato anche a voi la classica scena del tizio che guarda il vostro smartphone o quello che è e vi dice “questo vi conviene ricomprarlo nuovo”.

Tutto questo economicamente, dal punto di vista delle aziende è molto sensato perché è uno dei modi con cui alimentano sempre una nuova domanda, ma è un disastro dal punto di vista ecologico e dell’efficienza nell’utilizzo delle risorse. 

Prendiamo uno smartphone. La gran parte del suo impatto ambientale non dipende da quanto lo usiamo o da quanto lo ricarichiamo ma dalla sua produzione. Dentro ci sono decine di materiali diversi, tra cui metalli come cobalto, litio, oro e terre rare. Vanno estratti da miniere spesso in paesi lontani, con un enorme consumo di acqua ed energia, spesso in condizioni di lavoro durissime, in condizioni di sfruttamento e con impatti sulla salute devastanti. Poi vanno raffinati, lavorati, assemblati e trasportati dall’altra parte del mondo. Quindi, ogni volta che buttiamo un telefono che si poteva aggiustare, tutta quella fatica, energia, sofferenza, la ripetiamo da capo per produrne uno nuovo. E tutti quei componenti preziosi contenuti nel vecchio telefono vanno perlopiù persi, bruciati.

Considerate che nel mondo produciamo ogni anno oltre 60 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici, e meno di un quarto viene raccolto e riciclato correttamente. Il resto finisce in discarica, viene bruciato o spedito in paesi come il Ghana o il Pakistan. Lì viene smontato a mano, spesso da ragazzini, tra fumi tossici e metalli pesanti. E si prevede che i tassi di riciclo caleranno ulteriormente, perché i rifiuti elettronici sono troppi. 

La Commissione europea ha calcolato che buttare oggetti che si potevano riparare genera in Europa ogni anno circa 35 milioni di tonnellate di rifiuti e 261 milioni di tonnellate di emissioni di CO2. E alle famiglie costa circa 12 miliardi di euro all’anno. Numeri che non vi diranno niente, ma fidatevi che sono tanti.

Ecco, con le nuove regole tutto questo diventa vietato, salvo casi eccezionali e giustificati. E il produttore non potrà impedire l’uso di ricambi compatibili, di seconda mano o stampati in 3D, purché rispettino gli standard europei. Quindi stop a tutti quei trucchetti di cui sopra. E se il produttore non ha sede in Europa, quindi non è sottoposto alla normative Ue, l’obbligo passa a chi lo rappresenta nell’Ue, oppure all’importatore, o infine al distributore.

I pezzi di ricambio dovranno avere prezzi che non scoraggino la riparazione. Inoltre, mettiamo che mi si rompa il telefono, o la lavatrice, e io vada a farlo riparare, chi ripara dovrà darmi gratuitamente un modulo europeo con tutte le informazioni su quanto costa, quanto tempo ci vuole, che tipo di intervento serve e se nel frattempo posso avere un oggetto sostitutivo. Quel preventivo resta valido per 30 giorni, così ho il tempo di confrontarlo con altre offerte. 

Se invece per capire il guasto serve una diagnosi preliminare, del tipo che il riparatore deve smontarmi la lavastoviglie per capire cosa ha fatto, quella prestazione può essere fatta pagare, ma il riparatore deve dirmelo prima. 

E c’è un ulteriore incentivo alla riparazione. Se il prodotto è ancora in garanzia e scegliete di ripararlo invece di sostituirlo, la garanzia si allunga di dodici mesi.

Infine, il decreto istituisce anche un Osservatorio nazionale sulla riparazione presso il Ministero delle Imprese. Ed entro luglio 2027 la Commissione europea dovrà lanciare una piattaforma online gratuita per mettere in contatto chi ripara e chi ha qualcosa da riparare. Per chi non rispetta le regole sono previste multe da 5mila a 50mila euro, raddoppiabili nei casi gravi, e a controllare sarà l’Antitrust.

Insomma, almeno sulla carta è un passo importante contro la cosiddetta obsolescenza programmata e per ridurre la montagna di rifiuti elettronici che produciamo ogni anno. Resta da capire quanto queste regole cambieranno davvero le nostre abitudini, e se magari a partire da qui inizieremo ad applicare questo principio a tutto il resto degli oggetti, non solo quelli elettronici.

Sabato a New Delhi doveva andare in scena la manifestazione più grande e partecipata contro il governo indiano degli ultimi mesi. Doveva, appunto, e non è stato così. Ora capiamo perché. 

L’aveva organizzata il Cockroach Janta Party, il Partito popolare degli scarafaggi. Ne abbiamo già parlato: è un movimento nato online, per protesta, qualche mese fa, quasi come una provocazione e con un enorme seguito soprattutto tra i giovani e sui social. All’inizio gli scarafaggi indiani protestavano soprattutto contro la cattiva gestione di alcuni esami pubblici di accesso all’università. 

Poi però i suoi obiettivi si sono allargati, e oggi è una delle principali forze di opposizione al primo ministro Narendra Modi e al suo governo, pur restando una forza ativa soprattutto nelle piazze e sul web, ma fuori dal Parlamento e dalle istituzioni.

Il bersaglio di questa nuova e – nelle dichiarazioni – gigantesca protesta era la Commissione elettorale, e in particolare il suo presidente, Gyanesh Kumar. Dall’estate del 2025 infatti Kumar ha guidato una revisione straordinaria degli elenchi elettorali. Ufficialmente serviva a togliere le persone morte, aggiornare chi aveva cambiato Stato e correggere altri errori. 

Considerate che la macchina del voto in India è una roba complessa, parliamo di un paese con 1 miliardo e mezzo di persone, molte delle quali vivono in aree rurali sperdute, non ci sono gli uffici anagrafe comunale e i censimenti si fanno porta a porta. 

Il risultato di questo lavoro è stato che, su circa 970 milioni di iscritti, più di 130 milioni sono stati cancellati. Alcuni perché morti, altri perché trasferiti, altri ancora, circa 30 milioni, perché non reperibili. E pare ci siano stati molti errori. I cancellati possono chiedere di essere reinseriti, ma con una procedura lunga e complicata. E considerate che si tratta per lo più di persone delle classi più povere e non indù, in maggioranza musulmani. 

E secondo l’opposizione, questa operazione favorisce pesantemente il partito di Modi, al governo dal 2014. Le proteste contro la Commissione vanno avanti da settimane e hanno coinvolto tutta l’opposizione. Negli scorsi giorni è stato fermato anche Rahul Gandhi, il leader del Partito del Congresso e principale avversario di Modi. Per tre volte di seguito è stato portato in una stazione di polizia, denunciato per vari reati e poi rilasciato.

Però, in tutto questo clamore e proteste, quella di sabato organizzata dal partito degli scarafaggi era la manifestazione più attesa e potenzialmente più grande. E infatti le autorità hanno fatto di tutto per impedirla e l’hanno resa di fatto impossibile. 

Il centro della capitale è stato blindato da migliaia di agenti. Le stazioni della metropolitana sono state chiuse e internet da mobile è stato staccato, per impedire ai manifestanti di comunicare tra loro. Il punto di ritrovo era il Jantar Mantar, un complesso monumentale nel cuore di New Delhi, ma nessuno è riuscito a raggiungerlo: ogni gruppo che provava ad avvicinarsi veniva respinto con la forza o arrestato. Dalle prime ore del mattino la polizia ha cominciato a fermare le persone in modo arbitrario, caricandole sugli autobus e portandole via. Tra loro anche alcuni giornalisti arrivati per raccontare la giornata. Alla fine gli arresti sono stati più di duemila.

I tre leader del movimento, tra cui il fondatore Abhijeet Dipke, in piazza non ci sono mai arrivati. Sono stati arrestati all’aeroporto di New Delhi, appena atterrati da Mumbai.

La maggior parte dei manifestanti è stata rilasciata già sabato sera. I tre leader invece sono usciti domenica mattina. Ma a una condizione: secondo il responsabile legale del partito, devono impegnarsi a “non infrangere la pace per un anno”. 

Una richiesta abbastanza vaga. Ma potrebbe essere un modo per impedire loro di partecipare a nuove manifestazioni. Insomma, questo è il clima che si respira in India, un clima decisamente repressivo. Indice anche, va detto, che il governo di Modi ha paura di questa nuova opposizione così diversa dalle altre. 

Il Guardian ha pubblicato ieri un lungo articolo di Ed Pilkington che pala della pena di morte negli Usa, di come sia tornata ad essere molto utilizzata sotto Trump, ma come al tempo stesso sia sempre meno popolare fra le persone, soprattutto fra i più giovani. 

Il punto di partenza è la storia incredibile che forse avrete sentito negli ultimi giorni. Quella di Christa Pike, 50enne, condannata per un omicidio commesso nel 1995, quando ne aveva 18. 

Il 30 settembre lo stato del Tennessee ha provato a giustiziarla con un’iniezione letale ma il farmaco non è entrato nel sangue, probabilmente si è disperso nei tessuti del braccio. E Pike è sopravvissuta. È la prima persona in assoluto a sopravvivere a un’iniezione letale completa. Dopo giorni di incoscienza così profonda che i suoi avvocati temevano la morte cerebrale, si è risvegliata e ora parla, cammina, e ieri è stata riportata in carcere. L’episodio ha acceso una serie di polemiche negli Usa, alcune molto tecniche, ad esempio il fatto che ad eseguire le iniezioni non è personale medico, perché andrebbe contro l’etica professionale, al tempo stesso c’è il “rischio” che non venga fatta bene.

Ma l’articolo del Guardian ne approfitta per inquadrare la questione in maniera più ampia. Fino a pochi anni fa – racconta il giornalista – la pena di morte negli USA sembrava avviata verso un lento declino: dalle 98 esecuzioni del 1999 si era scesi a 11 nel 2021. Poi c’è stata un’inversione di rotta. L’anno scorso le esecuzioni sono state 47, il numero più alto da 16 anni, e quest’anno potrebbero arrivare a 38. Il Guardian individua in Trump la figura chiave di questa ripresa: dopo che Biden le aveva di fatto congelate, appena rientrato alla Casa Bianca ha firmato un ordine esecutivo per “ripristinare” la pena di morte.

E gli ultimi giorni sono stati caratterizzati da una particolare atrocità. Giovedì il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha annunciato che Nidal Hasan, l’autore della strage nella base militare di Fort Hood del 2009, verrà fucilato il 3 dicembre da un plotone di soldati, proprio a Fort Hood. E l’esecuzione sarà pubblica, anzi trasmessa in streaming. Hegseth ha detto “vogliamo che la gente possa guardarla, perché deve capire che certe azioni hanno conseguenze serie”.

Considerate che negli Stati Uniti non si teneva un’esecuzione pubblica dal 1936. Quasi novant’anni fa. Le Nazioni Unite hanno mandato a Washington lo stesso avvertimento che di solito riservano all’Afghanistan e all’Iran: un’esecuzione mostrata al pubblico in questo modo equivarrebbe a una forma di tortura.

Dietro questa ripresa delle esecuzioni, secondo il Guardian, c’è anche una componente religiosa, ovvero i cosiddetti nazionalisti cristiani, un movimento evangelico e conservatore molto vicino al mondo MAGA.

Doug Wilson, un pastore dell’Idaho che vorrebbe trasformare gli Stati Uniti in una teocrazia e ha legami stretti con il segretario alla Difesa Hegseth, chiede di accorciare i tempi dei ricorsi, così da eseguire le condanne più in fretta. Un altro pastore texano, Joel Webbon, propone di estendere la pena di morte alle donne che fanno false accuse di violenza sessuale. E il giorno dopo l’esecuzione fallita di Christa Pike ha scritto ai suoi 120mila follower su X che non si può essere contro l’aborto senza essere a favore della pena di morte. Insomma, la vita va protetta solo in forma fetale. 

Intanto, però, il sostegno popolare alla pena di morte è sceso dall’80% del 1995 al 52%, e tra i giovani sotto i 35 anni è ormai minoritario. Ventitré Stati l’hanno abolita, altri quattro l’hanno sospesa. Quindi nella maggior parte degli stati non si pratica. Ma quelli che la praticano, la praticano molto.

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