Scaffali vuoti e vetrine rotte: cosa dicono davvero le proteste di questi giorni – 20/10/2026
Al Sud Italia proteste di autotrasportatori e agricoltori contro caro carburanti e crollo del prezzo dell’olio; studenti in piazza per il No Meloni Day e scontri a Milano e Bologna; manifestazioni contro il carovita in tutta Europa.
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Fonti
#ProtesteSud
Il Post – Le proteste di autotrasportatori e agricoltori si sono estese a tutto il Sud
Il Post – Le proteste che stanno bloccando le strade in Puglia
QuiFinanza – Carburante esaurito e scaffali vuoti, l’Ilva blocca il Sud: rischio stop nazionale
Balarm – Caro gasolio, camion e tir fermi per 5 giorni in Sicilia: scorte a rischio nei supermercati
BusinessOnline – Quanto potrebbe durare l’emergenza in Puglia, Calabria, Basilicata: supermercati vuoti e carburanti finiti
ItaliaOggi – Sciopero autotrasportatori: Calabria verso il blocco totale
Quotidiano.net – Perché i blocchi dei Tir sono al Sud
Sky TG24 – Sciopero scuola e proteste autotrasportatori al Sud Italia. Diretta news
Contropiano – Napoli. No al carovita. Usb: la protesta dei carrelli vuoti al supermercato
#Olio
Il Post – Le proteste degli agricoltori pugliesi per il prezzo dell’olio
L’Espresso – Puglia paralizzata dalle proteste contro il caro carburante
Il Sole 24 Ore – Olio, con i prezzi in picchiata i produttori minacciano di lasciare le olive sugli alberi
Distribuzione Moderna – Oil: record stocks in the Italian supply chain. Producer prices fall
WineNews – La Tunisia verso il sorpasso sull’Italia come secondo produttore di olio al mondo, dopo la Spagna
ANSA – Il prezzo del gas sui massimi dal dicembre del 2022 a 89 euro
#NoMeloniDay
Il Post – Migliaia di studenti stanno manifestando in diverse città
Orizzonte Scuola – Proteste degli studenti, Meloni: “Bene la mobilitazione, ma mai violenza”
La Notizia – No Meloni Day, gli studenti invadono le piazze mentre i tir bloccano il Sud. Ma dal governo l’unica risposta è la condanna
L’Espresso – Proteste studenti, cortei in tutta Italia
#ItaliaInPiazza
ANSA – Rabbia e violenza, l’ombra dell’internazionale del disordine della Gen Z
Il Fatto Quotidiano – Milano dopo la guerriglia urbana: 60 fermati di cui la metà ragazzini e 25 feriti. A Bologna danni e 75 feriti, a Torino tre arresti
Il Resto del Carlino – Guerriglia di Bologna, il giorno dopo. Danni oltre il mezzo milione. Arrestati 5 violenti, 4 sono minorenni
Avvenire – Movimento 17 ottobre: così la rivolta dei ragazzini corre sui social
Open – Movimento 17 ottobre, le chat Telegram dopo gli scontri di Milano: i manuali di protesta, l’anonimato e le manifestazioni ogni sabato
#Europa
Al Jazeera – Tear gas and unrest as hundreds of thousands protest for reforms in France
People’s Daily – Cost-of-living anger fuels protests across Europe amid deepening social-economic strains
Euronews – Protesters take to the streets in Portugal over rising living costs and housing prices
Wikipedia – 2026 European unrest
QuiFinanza – Prezzo del petrolio mai così alto, +59% con lo Stretto di Hormuz chiuso
Trascrizione episodio
Distributori con il cartello “carburante esaurito”. Scaffali senza frutta né verdura. Trattori sugli svincoli, camion fermi nei porti, olive che rischiano di marcire sugli alberi. E poi, nelle città, migliaia di studenti in piazza. E il giorno dopo, ragazzini di dodici anni che spaccano vetrine in centro a Milano. L’Italia ribolle di proteste in questi giorni ma non solo l’Italia, tutta l’Europa ribolle. Proviamo a capirne le ragioni profonde e afarci le domande giuste.
Col rischio di diventare un po’ monotematico, ma mi sa che tocca parlare di nuovo delle gigantesche proteste che stanno scuotendo il nostro Paese e mezza Europa. Delle loro cause, delle loro conseguenze, di come tanto il governo, quanto i giornali stiano continuando a inquadrare ila questione nella maniera sbagliata.
Questa è la homepage di Repubblica in un momento x della giornata di ieri. Se state ascoltando questo podcast vi leggo i titoli.
Contributo disponibile nel podcast
E tant’è! Capite che è una lettura parziale sia nel tipo di proteste che vengono raccontate, ad esempio di da un peso smisurato alle proteste al Nord Italia, perlopiù studentesche, rispetto a quelle al Sud, perlopiù condotte da trasportatori e agricoltori. Sia al fatto di dare un peso smisurato agli scontri e alle vetrine rotte, ignorando altre forme di protesta altrettanto importanti e forse anche più interessanti e ignorando completamente le cause di tutto ciò.
Repubblica è abbastanza esemplificativa di tutta una serie di giornali e Tg mainstream. Non di tutta la stampa per fortuna. Comunque voglio provare a raccontarvi le cose da una prospettiva un po’ diversa.
Innanzitutto, rovesciamo l’Italia come abbiamo fatto con la nostra mappa su ICC e partiamo dal Sud, dove secondo me si stanno intreccando e mischiando almeno tre proteste diverse, con tante connessioni fra loro. È al Sud che stanno succedendo le cose più interessanti, meno raccontate, e anche dalle conseguenze più pesanti.
Forse avrete letto o ascoltato che in molti paesi della Puglia e della Calabria è letteralmente finito il carburante, ci sono centinaia di foto di stazioni di rifornimento con scritto “carburante esaurito”. E in tanti supermercati gli scaffali della frutta e della verdura sono vuoti. Ma sapete come mai?
Frutta e verdura iniziano a mancare per via dello sciopero dei trasportatori, che protestano contro il caro-carburanti. Considerate che per un’impresa di autotrasporto il gasolio pesa per il 35-40% dei costi. Quindi, quando il diesel sale sopra i 2,20 euro al litro, molti camionisti lavorano praticamente in perdita. In Calabria nel 2025 c’erano circa 1.200 aziende di autotrasporto, oggi sono intorno alle 900. significa che ¼ delle aziende è fallito.
Chi è ancora in piedi non può comunque più permettersi di lavorare in perdita e allora protesta nell’unico modo che ha a disposizione, ovvero fermandosi. In Sicilia i camion sono parcheggiati nei piazzali, e le merci arrivate con le navi nei porti dell’isola non vengono ritirate.
Dal canto loro, i supermercati sono dei sistemi molto efficienti ma molto poco resilienti. Accumulano buona parte dei profitti della fileira alimentare, ma non sono pensati per reggere agli shock. il sistema è pensato per massimizzare i profitti e quindi per evitare spese quasi nessuno ha magazzini per lo stoccaggio a lungo termine e la merce viene rifornita ogni giorno. Il sistema funziona – si dice – “just in time”: la merce arriva quando serve, non prima. I primi a mancare sono i prodotti freschi, frutta e verdura, ma anche per gli altri se non si sblocca qualcosa manca poco.
Oltre al caro-carburanti, però, c’è un altro pezzo che si va ad aggiungere. Ovvero che negli ultimi giorni non è solo che il carburante costa molto, ma proprio che non c’è. E qui c’entra, pensate un po’ l’ex Ilva di Taranto. Dal 12 ottobre, infatti, gli operai dell’ex Ilva di Taranto protestano contro lo spegnimento degli impianti e hanno bloccato la raffineria Eni. O meglio, protestano per come è stata gestita – male – tutta la vicenda dello spegnimento dell’Ilva, che si sapeva ormai da tempo che era una questione di settimane o mesi, e per fortuna, ma nessuno si è preoccupato di creare un piano B per i lavoratori. Che in quanto ultimo anello della catena si sono presi sulle spalle gli effetti negativi di una decisione di per sé sacrosanta, come quella di spegnere gli altoforni dell’ex ilva.
Comunque fatto sta che la raffineria Eni bloccata rifornisce buona parte di Puglia, Basilicata e Calabria. Così anche i camionisti che non scioperano hanno i serbatoi vuoti e fanno fatica a consegnare. Ovviamente, sia nei supermercati che ai distributori, il senso di scarsità spinge le persone a fare provviste e quindi aumenta la scarsità stessa.
Già qui vediamo messe in mostra le fragilità di un sistema basato sulle merci che si spostano da un luogo all’altro del Paese, in molti casi del mondo, sfruttando un carburante che a sua volta arriva da altre parti del mondo. Basta che qualcosa vada storto e si ferma tutto, e rischiamo di rimanere senza cibo, praticamente.
Oltre ai trasportatori, al Sud protestano anche gli agricoltori. Perché per gli agricoltori del Sud, e in particolare per gli olivicoltori pugliesi, si continua ad aprire la forbice fra costi di produzione e prezzo di vendita. Perché i primi continuano a salire, persino il gasolio agricolo agevolato ha raggiunto livelli insostenibili, e ai carburanti si sommano i costi dei fertilizzanti, che sono fatti soprattutto con l’urea che, indovinate un po’, anche quella è ferma nello stretto di Hormuz e in più i fertilizzanti azotati si fanno a partire dal gas, e il prezzo del gas è appena tornato ai livelli più alti da dicembre 2022.
Dall’altro lato, il prezzo a cui vendono il loro prodotto è crollato. A ottobre l’olio sulla piazza di Bari è sceso a circa 4,3 euro al chilo, mentre nel 2025 si arrivava intorno ai 9 euro. Un po’ perché nei frantoi e nelle cooperative c’è ancora l’olio invenduto della scorsa stagione, e i silos sono pieni proprio mentre comincia la nuova raccolta. In più molto olio arriva da paesi extraeuropei, prodotto con costi più bassi e quindi venduto a prezzi con cui molti produttori italiani non riescono a competere.
E quindi molte aziende che si chiedono se valga la pena raccogliere le olive, perché la raccolta e la molitura costano più di quanto riuscirebbero a ricavare dalla vendita dell’olio. E una parte consistente della produzione rischia di restare sugli alberi. E in tutto ciò, ho scoperto da un articolo su una rivista di settore, un articolo di settore, distribuzionemoderna.info, che mentre il prezzo pagato ai produttori crollava, il prezzo dell’olio italiano sugli scaffali è rimasto invariato, e questo significa che qualcuno là in mezzo si sta arricchendo e non poco, mentre gli agricoltori non arrivano a fine mese.
Trasportatori e agricoltori hanno spesso manifestato insieme al Sud Italia, e in alcuni casi ci sono state convergenze interessanti. Ad esempio, a Corato, in provincia di Bari, la mobilitazione degli studenti si è incrociata con quella di olivicoltori e autotrasportatori. Leggo su AD NEWS: “A Cerignola, nel Foggiano, agricoltori e autotrasportatori sono scesi in strada con trattori e mezzi pesanti. Alla mobilitazione si sono uniti cittadini e studenti; in alcuni momenti anche le attività commerciali hanno abbassato le saracinesche. La protesta, partita dai costi diventati insostenibili per chi produce e trasporta, si è allargata fino a coinvolgere l’intera comunità”.
Ad Afragola, vicino a Napoli, attivisti e lavoratori del sindacato USB sono entrati in un supermercato con i carrelli e ne sono usciti senza comprare nulla, per mostrare in modo simbolico che con il carovita molte famiglie non riescono più a permettersi nemmeno i beni di prima necessità.
Quindi vediamo in azione sia la crisi di un sistema globalizzato di trasporto di energia e merci, che come era successo anche col covid mostra le sue gigantesche fragilità e rischia di lasciare le persone senza cibo, sia osserviamo delle convergenze interessanti fra proteste diverse, inclusa quella degli studenti.
Già, perché l’altra faccia di questi giorni sono le proteste nelle città, più raccontate, ma secondo me mediamente raccontate male. Anche perché spesso vengono messe tutte nello stesso calderone, mentre in realtà anche qui ci sono stati livelli e proteste diverse.
Venerdì c’è stato il No Meloni Day, la mobilitazione degli studenti contro le politiche del governo sulla scuola. Le richieste erano il ritiro del decreto scuola, contestato in particolare per il tetto del 30% di studenti stranieri per classe, 13 miliardi per l’edilizia scolastica, il no alla riforma dei tecnici e professionali e lo stop al carovita.
Lo slogan più ripetuto è stato “soldi alla scuola, non alle armi”, e alla giornata si è unito anche lo sciopero globale per il clima dei Fridays for Future. Gli organizzatori parlano di circa 400mila persone in oltre quaranta piazze. Ci sono state tensioni in alcune città: lanci di sassi a Torino, petardi e cassonetti in strada a Roma, momenti di tensione davanti alla stazione di Bologna. Ma parliamo di poche piazze su più di quaranta, e anche lì di una minoranza dei manifestanti. Lo ha scritto persino la Questura di Torino, che ha chiesto di distinguere quei comportamenti da quelli della maggioranza degli studenti.
Il giorno dopo, però, sabato, la protesta per le strade è proseguita, ma in maniera molto diversa. Si chiamava “Italia in Piazza” ed era una protesta contro il carovita e i salari bassi nata sui social, diffusasi soprattutto fra i giovanissimi, senza partiti né sindacati alla guida. È da questa protesta che sono arrivate le immagini che avrete visto tutti. A Milano il corteo partito da piazza Duomo, circa cinquemila persone, è degenerato in guerriglia, con vetrine sfondate e negozi saccheggiati. A Bologna il corteo è finito in scontri vicino alla stazione, con 75 agenti feriti. E domenica, a Milano, è successo di nuovo, senza nessuna convocazione ufficiale, ma solo un tam tam sugli smartphone che diceva di tornare in piazza Duomo “come ieri”.
In questi ultimi due giorni c’erano soprattutto ragazzini. Secondo le cronache, tra i fermati di Milano circa la metà erano giovanissimi, alcuni di appena 11 o 12 anni, senza leader e senza portavoce, organizzati su TikTok, Telegram e Discord. Da lunedì è comparsa anche una nuova sigla su Instagram, il “Movimento 17 ottobre”, che annuncia proteste ogni sabato alle 15 in otto città italiane.
Gran parte delle cronache come vi dicevo si è concentrata sui danni, che pure ci sono stati eh.
Ma non è nemmeno tanto questo il punto. Il punto è che anche quella violenza è portatrice di messaggi, se solo la osservassimo cercando di capirla, invece di fare questo balletto un po’ goffo e un po’ ipocrita a prenderne le distanze. Perché se a far casino sono ragazzini appena adolescenti, due domande dobbiamo farcele.
In un post su Substack Alessandro Gilioli ipotizza che la rabbia espressa in piazza sia una rabbia di una generazione che ha vissuto una pandemia che ne ha cancellato la vita sociale negli anni cruciali della crescita; che vive la “permacrisi”, cioè il passare da una catastrofe all’altra (pandemia, guerre, impoverimento del ceto medio-basso, crisi climatica) con il messaggio costante che il futuro sarà peggio del presente; in alcuni casi è anche una rabbia delle seconde generazioni, una rabbia “senza radici” si somma ulteriormente a quella dei loro coetanei.
Come scrive il giornalista Ferdinando Cotugno su Facebook, “Chi era in piazza non esprimeva voglia di essere ascoltato, esprimeva voglia di essere visto, che è una cosa diversa, e capire questa differenza è la premessa di una politica con senso di realtà.
Perché siamo oltre ogni patto sociale, e i patti non sono saltati sabato, i patti sono saltati da settimane, mesi, anni, e quella era solo la notifica. La protesta era irrazionale, ma non irragionevole, c’è una montagna di ragioni, e generazioni prive di possibilità e luoghi per articolarle, e allora rimane questo, piazze dove si arriva per istinto, contagio, col corpo prima che con la testa”.
Mi azzardo ad aggiungere un pezzetto. Credo che le proteste anche violente siano il frutto del crollo non solo del patto sociale, quando con patto sociale si intende, quell’idea che se studi, lavori, paghi le tasse e rispetti le regole, avrai un lavoro dignitoso, una casa, dei servizi pubblici che funzionano. Ma anche del patto, chiamiamolo democratico. Dell’idea che se io esprimo la mia voce, quella possa essere ascoltata. Abbiamo visto anni di manifestazioni per il clima, due anni di manifestazioni per Gaza, e la sensazione è che non cambi nulla, e anzi che sempre più viga la legge del più forte nel mondo. E allora capisco che la reazione possa anche essere violenta, irrazionale.
Comunque, se prendiamo tutto questo e lo mettiamo assieme, cosa osserviamo? Innanzitutto che non è una storia solo italiana. Sabato in Francia circa 550mila persone sono scese in piazza contro il caro carburante, l’inflazione e i tagli ai servizi pubblici. E anche in quelle piazze c’erano insieme agricoltori, sindacati, attivisti per il clima e studenti. In Spagna proseguono le mobilitazioni per la casa. In Portogallo migliaia di persone hanno manifestato contro il caro affitti, in Grecia gli studenti protestano per il costo degli alloggi universitari, e ci sono state proteste anche in Belgio, a Berlino, in Albania, in Serbia.
Credo che tutte queste proteste abbiano ragioni specifiche, ma una matrice comune che nasce dall’aumento della pressione sulle nostre società. Anzi delle pressioni. Perché c’è una pressione economica, fatta dell’aumento dell’inflazione, del calo del potere d’acquisto, della crisi energetica, con il blocco dello Stretto di Hormuz che ha fatto salire il prezzo di petrolio e gas e con loro quello di tutto il resto.
Ma c’è anche una pressione sociale. Perché questa crisi non pesa su tutti allo stesso modo. Pesa in modo sproporzionato su chi ha meno margine: il camionista che lavora in perdita, l’olivicoltore che si chiede se valga la pena raccogliere le olive, le famiglie del Sud che trovano gli scaffali vuoti, i ragazzi che non riescono a pagarsi un affitto. Mentre ci sono poche persone che hanno patrimoni maggiori di intere nazioni.
E c’è una pressione psicologica, che riguarda soprattutto le nuove generazioni. Ragazzi cresciuti dentro la permacrisi, che hanno passato gli anni cruciali della crescita in pandemia, che sentono parlare di guerre, di crisi climatica, di un’intelligenza artificiale che potrebbe portarsi via il lavoro che non hanno ancora iniziato a cercare.
Ecco, quando la pressione sale da tutte queste parti insieme, alla fine da qualche parte deve sfogare.
Quindi da un lato mi sembra inevitabile. Dall’altro, c’è un paradosso in tutto ciò, ovvvero che delle società instabili, un’Europa instabile è esattamente quello che vorrebbe più di un attore là fuori. Parlo della Russia, ma anche degli Usa. E anche dei miliardari della tecnologia che negli ultimi anni sono intervenuti apertamente nella politica dei Paesi europei, a favore delle forze più antisistema, perché sognano un sistema caotico in cui le loro aziende possono fare il bello e il cattivo tempo.
Non voglio dire che dietro queste proteste ci sia una regia esterna. Non c’è nessuna prova che sia così, e le ragioni di chi scende in piazza sono reali, concrete. È solo che a volte la realtà è paradossale. E le conseguenze delle nostre azioni vanno ben oltre la nostra volontà.
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