27 Nov 2023

Gli enormi cortei contro la violenza sulle donne – #839

Le enormi manifestazioni del weekend in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne hanno fatto il giro di giornali e tg. Sta forse realmente cambiando qualcosa? Cosa ci dicono i dati? Parliamo anche delle difficoltà che i Paesi Bassi stanno incontrando nel formare il nuovo governo, del Portogallo che per 6 giorni è stato alimentato solo da rinnovabili, di come sta andando la tregua a Gaza e di alcuni altri fatti particolari che stanno succedendo in Venezuela, Sierra Leone e Panama.

Sabato, il 25 novembre, è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Una ricorrenza annuale introdotta dalle nazioni unite per ricordare l’uccisione di tre attiviste politiche dominicane avvenuta nel 1960.

Solo che quest’anno, in Italia, la ricorrenza è arrivata in un periodo particolarmente caldo da questo punto di vista, con l’ultimo caso di femminicidio, quello di Giulia Checchettin, ancora vivo nelle menti di tante persone. Un caso che a differenza di molti altri, per ragioni che abbiamo provato ad analizzare qualche puntata fa, ha fatto breccia nell’opinione pubblica e ha suscitato una reazione molto potente. 

Di conseguenza anche le manifestazioni che si sono tenute sabato in varie piazze d’Italia sono state particolarmente partecipate. 

Come ogni anno i cortei e le manifestazioni principali sono stati organizzati dal movimento femminista Non una di meno. La manifestazione più grande si è tenuta al Circo Massimo di Roma, dove gli organizzatori, leggo sul Post, hanno parlato di 500mila partecipanti. Non una di meno ha organizzato un grosso corteo anche a Messina. Sabato mattino si è invece tenuta un’altra manifestazione molto partecipata a Milano, davanti al Castello Sforzesco.

Altre manifestazioni sono state organizzate in varie città italiane: a Palermo venerdì sera erano sfilate centinaia di persone, a Napoli la CGIL ha organizzato una protesta in piazza del Plebiscito, a Parma sabato mattina c’è stato un corteo molto partecipato che ha sfilato per il centro della città fino a piazza Garibaldi, a Torino erano presenti alcune migliaia di persone alla marcia partita da piazza Carlo Felice.

Un articolo di Internazionale fa anche una rapida panoramica su altre manifestazioni nel mondo. In Brasile una fila di paia di scarpe con nomi di donne sulla spiaggia di Copacabana a Rio ha simboleggiato i 722 femminicidi registrati nel paese nel 2022 (che sono un’enormità, 6 volte tanto quelli italiani, che pure sono molto alti).

Ci sono stati Cortei anche in Francia, Bulgaria e Turchia e venerdì sera in Cile e Guatemala.

Negli Stati Uniti il presidente Joe Biden ha detto che “il flagello della violenza di genere continua a infliggere sofferenze e ingiustizie a troppe persone”.

Sono usciti anche un po’ di report e dati sul fenomeno in Italia e nel mondo, e ci sono due cose che mi hanno colpito particolarmente. Il primo dato è che se osserviamo il fenomeno a livello mondiale quasi, purtroppo il fenomeno è in crescita, e il 2022, dice uno studio delle Nazioni unite, è stato un anno record con 89.000 donne che sono state uccise intenzionalmente in tutto il mondo, il numero più alto registrato annualmente nel corso degli ultimi due decenni.

E l’aspetto particolare, diciamo così, è che l’aumento dei femminicidi si è verificato nonostante un calo del numero complessivo di uccisioni. Quindi la violenza complessiva è diminuita ma quella contro le donne è aumentata. Pur con alcune differenze geografiche. Ad esempio è aumentata in Africa e Nord America, mentre è diminuita in Europa. 

L’altro dato che mi ha colpito, che forse avrete sentito, è che dopo l’uccisione di giulia Cecchettin sono raddoppiate le telefonate al numero antiviolenza 1522 passando dalle 250 di media al giorno a circa 500. Che mi sembra, nella tragedia, un segnale importante. 

Ho letto da più parte una spiegazione che ho trovato, diciamo interessante dell’aumento dei femminicidi, una spiegazione antropologica, che non so dire quanto sia vera, ma mi sembra comunque degna di attenzione. Interpretazione secondo la quale l’aumento dei femminicidi sarebbe una conseguenza della maggiore libertà e autonomia conquistata dalle donne. In questo senso il femminicidio sarebbe l’ultima disperata spiaggia di uomini – inteso sia come singoli uomini che anche un po’ come categoria – che non concepiscono che una donna, che le donne, possano essere individui autonomi, che prendono decisioni autonome, che possono anche scegliere di lasciarli, posso essere “migliori” di loro sul lavoro, avere più successo, fare carriera e così via. 

Non so, ripeto, se sia esattamente così, se sia sempre così, ma credo che ci sia qualcosa di vero in questa interpretazione.

La scorsa settimana ci sono state le elezioni nei Paesi Bassi, e abbastanza a sorpresa ha vinto il partito di estrema destra PVV (Partito per la Libertà), guidato da Geert Wilders. Tuttavia non si capisce ancora esattamente come potrà essere formato un governo. 

Dopo il voto di mercoledì infatti sono riusciti ad ottenere almeno un seggio alla Camera bassa ben 15 partiti. E il partito più votato, quello di Wilders, controlla appena 37 seggi su 150. Per formare una maggioranza ne servono almeno 76, ma al momento nessuno degli altri principali partiti sembra particolarmente incline a governare insieme al PVV. Così come sembra remota una coalizione di tutti i partiti che si considerano distanti dal PVV.

Politico ricorda che nel 2022 la formazione del governo uscente, guidato dal primo ministro Mark Rutte, richiese quasi un anno di negoziati. «Stavolta potrebbe volerci ancora più tempo», sostiene Politico.

Nei Paesi Bassi le consultazioni funzionano con una prassi abbastanza particolare, in da anni. Dopo le elezioni i partiti si accordano per nominare informalmente un politico di lungo corso che nel giro di qualche settimana cerchi di capire se esistono margini per formare una maggioranza. Se dalle conversazioni emerge una possibile maggioranza questa figura, detta informateur, conclude il suo mandato e il suo posto viene preso dal formateur, cioè dalla persona che diventerebbe primo ministro del nuovo governo e che deve concludere i negoziati e farsi infine nominare capo del nuovo governo dal re.

Comunque come dicevamo la formazione di un governo a breve sembra una possibilità remota, l’unico partito che sembra davvero disponibile a governare insieme al PVV sembra il Movimento dei contadini e dei cittadini, il partito di destra populista nato da una serie di proteste nel 2019 e improntato alla difesa degli interessi degli agricoltori, degli allevatori e degli abitanti delle zone rurali. Che però dopo l’exploit di 8 mesi fa alle elezioni provinciali, che aveva vinto quasi ovunque, è crollato in seguito a una seroie di scandali e ha otttenuto solo poco più del 4%, con 7 seggi. 

Comunque, il fatto che il governo sembri al momento lontano, non ci può non far cogliere un segnale che trovo abbastanza preoccupante. Ovvero che il partito più votato nei Paesi Bassi abbia un leader che, in ordine sparso (prendo spunto da un articolo del Guardian), predica una feroce retorica contro i musulmani, vuole estrarre più petrolio e gas dal Mare del Nord e fermare la costruzione di turbine eoliche e parchi solari, vuole abolire la legge olandese sul clima e abbandonare l’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici.

Il suo manifesto afferma che il clima è sempre cambiato e che i Paesi Bassi – il 26% dei quali si trova sotto il livello del mare – possono adattarsi a ulteriori cambiamenti. “Fermeremo la riduzione isterica della CO2, con la quale noi, come piccolo Paese, pensiamo erroneamente di poter salvare il clima”. Tutto ciò in un paese con le emissioni pro capite fra le più alte d’Europa e del mondo. 

Mi sembra evidente che il sistema politico elettorale privilegi, pur a fasi alterne, un certo tipo di discorso pubblico, volto alla negazione del problema. E più la crisi ecologica si aggrava, più la negazione diventa evidente e feroce. Poi magari dopo un Bolsonaro c’è un Lula, che pur con i suoi limiti sta facendo politiche ambientali molto migliori. Però non abbiamo più tempo per continuare a fare scelte sbagliate.  Il punto, a mio modo di vedere, non è tanto che gli olandesi sono impazziti, che gli argentini sono rincoglioniti, e così via. Il punto è che dovremmo decidere assieme, che non vogliamo più decidere così. Che non vogliamo affidarci a delle elezioni, che non vogliamo più assistere alle inevitabili campagne elettorali in cui si fa a gara a chi strilla più forte. C’è già troppo rumore nel mondo.  

Le alternative ci sono. Certo vanno sperimentate, affinate, bisogna provare e sbagliare, ma finché non si inizia, non si cambia.

Ad ogni modo, in questo mondo così complesso, succedono anche cose incredibili che fino a pochi anni fa sembravano traguardi irraggiungibili. In Portogallo ad esempio è stato segnato un nuovo record legato alle rinnovabili. Come scrive Rosita Cipolla su GreenMe: “il Portogallo è riuscito ad alimentarsi per ben sei giorni consecutivi esclusivamente usando fonti energetiche rinnovabili. Il nuovo record è stato raggiunto fra la fine di ottobre e gli inizi di novembre: nell’arco di 159 ore sono state prodotte 1.102 GWh in modo ecosostenibile, grazie agli impianti eolici, fotovoltaici e idroelettrici. In questo modo l’energia prodotta da fonti rinnovabili ha superato il fabbisogno delle industrie e delle famiglie dell’interna nazione.

Il Portogallo ha così superato il suo precedente record risalente al 2019,  quando era riuscito ad alimentarsi al 100% con le rinnovabili nel corso di 131 ore consecutive. 

Scrive la giornalista: “Da diversi anni il Portogallo si sta sforzando concretamente, dimostrando che l’acqua, il sole e il vento rappresentano delle risorse preziose da sfruttare a nostro vantaggio per dire addio – una volte per tutte – all’era dei combustibili fossili”.

Torniamo a parlare, brevemente, della situazione a Gaza. Ieri, domenica, per il terzo giorno consecutivo Hamas ha liberato parte degli ostaggi che aveva rapito e portato nella Striscia di Gaza durante l’attacco in territorio israeliano del 7 ottobre. Gli ostaggi liberati e consegnati alla Croce Rossa Internazionale, che in questi giorni sta agendo da intermediario negli scambi, sono 17: 13 israeliani, un russo-israeliano e tre thailandesi. In cambio Israele ha liberato 39 palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, lo stesso numero di persone liberate anche negli scorsi giorni: non ci sono però ancora conferme ufficiali della loro liberazione.

Le operazioni si sono svolte senza particolari problemi, dopo che sabato la liberazione degli ostaggi era stata ritardata da Hamas, che aveva accusato Israele di avere violato i termini negoziati per lo scambio fra ostaggi e detenuti palestinesi. Complessivamente finora sono stati liberati 54 ostaggi da parte di Hamas e 117 prigionieri da parte di Israele.

Lo scambio fra ostaggi e detenuti dovrebbe proseguire anche oggi, che è l’ultimo dei quattro giorni di tregua previsti dall’accordo. In molti stanno suggerendo la possibilità che questa tregua possa prolungarsi, ma giorni fa il premier israeliano Netanyahu era stato chiaro a riguardo: è una tregua, non un cessate il fuoco. 

Fra l’altro, riporta Al Jazeera che nella giornata di ieri, a tregua in corso, Le forze israeliane avrebbero ucciso otto palestinesi, tra cui un bambino, non a Gaza ma nella città di Jenin, in Cisgiordania.

Altre robe strane che succedono nel mondo, velocemente. Il governo del Venezuela vorrebbe annettere un pezzo di un altro stato, la Guyana. E per farlo ha organizzato il prossimo 3 dicembre un referendum, in cui chiederà ai propri cittadini se incorporare nel territorio nazionale la regione di un altro stato. Senza però chiedere il parere dei cittadini nè del governo dello stato in questione. 

La regione è la Guayana Esequiba, che a sua volta fa parte della Guyana, un piccolo stato che si trova a est del Venezuela: la Guayana Esequiba è un territorio conteso che il Venezuela rivendica come proprio da circa due secoli, ma al momento è governato dalla Guyana e difficilmente lo stato di cose cambierà a breve. Peraltro questo territorio rappresenta oltre la metà dell’intero stato del Guyana.

Ovviamente il referendum non avrà nessun valore legale, a livello internazionale, ma sembra che il presidente venezuelano Nicholas Maduro lo stia promuovendo anche per questioni di consenso interno, e in vista delle elezioni del prossimo anno.

In Sierra leone, invece, nell’Africa occidentale, leggo sul Post che “il presidente Julius Maada Bio ha imposto un coprifuoco nazionale dopo un attacco armato a una base militare e a un carcere avvenuti domenica nella capitale Freetown. Da ore il governo sostiene di avere la situazione sotto controllo, ma diverse testimonianze raccontano di esplosioni, spari e gruppi di uomini armati in città. Al momento le notizie che arrivano sono perlopiù confuse e frammentarie, e non è chiaro se gli attacchi facciano parte di una operazione più ampia contro il governo”. Insomma, potrebbe ess4ere incorso un colpo di stato. Ma ancora non è chiaro.

Infine parliamo di Panama, paese in cui da circa un mese sta andando avanto una protesta enorme, diventata di giorno in giorno più partecipata, che oppone buona parte della popolazione contro il governo e contro una grande multinazionale canadese, per via del rinnovo di una concessione mineraria, per estrarre rame da una enorme miniera a cielo aperto. 

È una vicenda interessante, perché le proteste sono diventate talmente grosse che il governo si è visto costretto ad approvare una moratoria su ogni futura attovtà estrattiva nel paese. E adesso è possibile che anche il contratto con la multinazionale canadese che si chiama First Quantum Minerals, venga rescisso. 

Questa vicenda, davvero particolare e anche paradigmatica, è anche l’oggetto della nuova puntata di INMR+, uscita sabato. Di cui vi faccio ascoltare un estratto in cui Aris Rodríguez Mariota, attivista panamense che sta animando le proteste, mi racconta come queste stesse proteste siano iniziate per chiedere un accordo migliore, visto che quello in essere era molto vantaggioso per la multinazionale e molto poco per lo stato di panama, che prendeva royalties bassissime, e si siano evolute fino a chiedere che non ci sia più nessun accordo, né alcuna miniera.

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