26 Mar 2024

Le elezioni in Senegal, fra addio all’Occidente e nuovi equilibri – #902

Scritto da: Andrea Degl'Innocenti
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Si è votato in Senegal e i risultati potrebbero segnare una svolta nei rapporti del Paese con l’Europa e l’occidente in genere, accentuando una tendenza già in atto, quella di uno slittamento del continente africano lontano dai nostri interessi e dai nostri modelli sociali. Verso dove, però, non è chiaro. Parliamo anche della risoluzione per il cessate il fuoco a Gaza passata per la prima volta in Consiglio delle Nazioni unite, di una interessante sperimentazione sul riuso di un comune emiliano e infine delle distorsioni cognitive indotte dal giornalismo, come quella sulla pericolosità degli aerei, nel glorioso ritorno di Trova il bias!

Domenica in Senegal si è votato per eleggere il nuovo presidente, dopo settimane di proteste contro Macky Sall, capo del governo uscente che è arrivato al secondo mandato consecutivo e non può più ricandidarsi, e dopo tanti rinvii. Ora vediamo come sono andtae, ma prima vi faccio un po’ di contesto, perché erano elezioni molto combattute, considerate le più incerte della storia del paese, che ha una storia democratica molto solida, considerate che è l’unico Stato dell’Africa occidentale a non aver mai subito un colpo di stato dai tempi dell’indipendenza dala Francia nel 1960.

Come racconta un articolo del Post, la campagna elettorale si è svolta tra molte tensioni, anche perché i 19 candidati (anche se ci sono versioni discordanti sul numero di candidati: Avvenire ne riporta 15, Internazionale 17, ma sappiamo che solo una era una donna) hanno avuto meno tempo di quello previsto dal regolamento elettorale per guadagnarsi i voti di elettori e elettrici, visto che la data delle elezioni è stata comunicata solo all’inizio di marzo. Inoltre il Consiglio costituzionale del Senegal ha respinto la candidatura dei due principali oppositori all’attuale governo: Ousmane Sonko, sostituito da Bassirou Diomaye Faye che è uscito dal carcere il 15 marzo a campagna elettorale già avviata; e Karim Wade, del Partito democratico senegalese.

Ousmane Sonko è considerato il più importante politico di opposizione in Senegal: era arrivato terzo alle elezioni presidenziali del 2019 ed è il fondatore di Pastef (Patrioti africani del Senegal per il lavoro, l’etica e la fraternità), partito sciolto lo scorso agosto, poco dopo l’arresto doi Sonko, avvenuto il mese prima, a luglio in seguito a diverse accuse da lui giudicate false e pretestuose.

Dopo la sua esclusione dalle liste elettorali, formalizzata a inizio gennaio a seguito di una condanna per diffamazione, la sua coalizione aveva deciso di sostenere Bassirou Diomaye Faye, un altro leader del partito anche se meno conosciuto e carismatico di Sonko, a sua volta arrestato nell’aprile del 2023 per aver pubblicato sui social network un testo in cui criticava il comportamento di alcuni magistrati.

Sia Sonko che Faye sono stati scarcerati la sera del 14 marzo grazie a un’amnistia generale decisa dal presidente Sall come misura di “pacificazione sociale” per placare le proteste, ma solo il secondo è stato ritenuto candidabile e comunque fino ad allora non ha praticamente potuto fare alcun tipo di campagna elettorale, perché gli è stato vietato di mandare qualsiasi messaggio dal carcere o di far parlare qualcuno in sua vece.

Sempre sul fronte dell’opposizione, anche l’altra forza politica in lizza non se la passa benissimo. Karim Wade, figlio dell’ex presidente Abdoulaye Wade, è stato escluso dalle elezioni presidenziali per la doppia nazionalità francese e senegalese. In base alla Costituzione, i candidati «devono essere esclusivamente senegalesi e godere dei diritti civili e politici. E secondo il Consiglio costituzionale, Wade avrebbe formalizzato la rinuncia alla cittadinanza francese troppo tardi rispetto alle scadenze elettorali. E quindi Wade ha invitato gli elettori del suo partito, Il Partito democratico senegalese, che è rimasto senza candidato, a votare Faye.

L’attuale maggioranza invece, guidata dal presidente Macky Sall che però non può più ricandidarsi, ha deciso di candidare all’ultimo l’ex primo ministro Amadou Ba, 62 anni, che è espressione della continuità con i 12 anni di Sall mentre Diomaye Faye, 43 anni, promette una «rottura» e un panafricanismo di sinistra.  

 In una mossa un po’ azzardata e che è arrivata in un momento in cui la coalizione di governo è al punto più basso della propria credibilità, con ampie proteste antigovernative che si sono diffuse sempre più a partire dal 2021. 

Il governo ha provato a vincere le elezioni barando: oltre a mettere fuori dai giochi i due principali oppositori, ha usato anche altre mosse, tipo fissare all’ultimo momento la data delle elezioni in modo da ridurre il tempo per la campagna elettorale delle opposizioni. 

Ok, ma quindi come è andata? Ha funzionato la strategia del governo oppure no? No. Non ha funzionato. Difatti ha vinto Faye, al primo turno. Come scrive l’agenzia stampa Afp, “La vittoria di Faye potrebbe preannunciare un cambiamento profondo, non solo perché sarà il più giovane presidente del Senegal dall’indipendenza dalla Francia nel 1960. 

Ma anche perché “Faye vuole essere il “candidato del cambiamento” e del “panafricanismo di sinistra”. Il suo programma insiste sul ripristino della “sovranità” nazionale, che secondo lui è stata svenduta alle potenze straniere e coloniali. Ha promesso di combattere la corruzione e di ridistribuire la ricchezza e si è impegnato anche a rinegoziare i contratti minerari, del gas e del petrolio con aziende straniere”. Vedremo cosa riuscirà a fare.

Quello che è certo è che molti paesi sia in Europa che in Asia hanno seguito con attenzione lo spoglio dei voti. In particolare la Francia, ma anche il nostro paese: come racconta Anna Maria Brogi su Avvenire, “l’ex potenza coloniale era preoccupata poiché il Senegal è uno dei pochi paesi della regione che manteneva forti relazioni con l’Occidente, mentre la Russia ha rafforzato le sue posizioni nei Paesi confinanti. 

Il presidente uscente Sall era tra i capi di stato africani (alcuni dei quali molto discussi) invitati da Palazzo Chigi al vertice Italia-Africa in preparazione del cosiddetto piano Mattei di fine gennaio. A febbraio, il governo Italiano e quello del Senegal hanno firmato un Programma di partenariato Senegal-Italia 2024-2026 per un importo complessivo di 105 milioni di euro. Cosa succederà adesso con questo avvicendamento? Staremo a vedere.

In generale, queste elezioni mi pare che confermino uno spostamento del continente africano lontano dall’asse euro-americano, in particolare un allontanamento dalla Francia. Non è ancora chiaro se dietro a questo spostamenti ci sia, diciamo, una sana riappropriazione della propria sovranità sulle risorse, stile Thomas Sankara per intenderci, oppure se si muovano nuovi interessi e nuove influenze geopolitiche, come quella russa o quella cinese. 

In generale mi chiedo se non sia in arrivo un po’ una brutta sorpresa per le società occidentali. Mi chiedo se il fatto di essere molto occidente centricI nei nostri racconti e nella nostra visione del mondo non ci stia mettendo dei paraocchi che ci impediscono di vedere come buona parte della popolazione mondiale si stia allontanando, per diverse ragioni, dalla nostra visione del mondo. Dico nostra per praticità, non per dividere il mondo fra noi e loro, ma giusto per intenderci. 

Non è che stiamo finendo in una grossa operazione a tenaglia su scala planetaria? Non è che si sta delineando una grande alleanza fra Russia-Cina-Paesi africani-alcuni paesi sudamericani, con l’India che sta un po’ lì nel mezzo, che è un grande trappolone per il vecchio occidente? E che non ce ne accorgiamo perché non riusciamo culturalmente a guardare un filo al di là del nostro naso? Io nel mio piccolo, ho messo questa notizia al primo posto oggi. Per riflettere.

Intanto ieri è stata una giornata segnata da un passo in avanti importante sulla questione Israele-Gaza. Infatti dopo cinque mesi di stallo durante i quali gli Stati Uniti hanno bloccato tre risoluzioni per il cessate il fuoco a Gaza facendo valere il loro diritto di veto, mentre la quarta, proposta venerdì scorso dagli Stati Uniti, era stata bocciata dal veto di Cina e Russia, ieri finalmente una risoluzione sul cessate il fuoco è stata approvata con 14 voti favorevoli e l’unica astensione degli Stati Uniti che però, appunto, non hanno messo il veto. 

La sala è scoppiata in un applauso dopo il voto. La risoluzione, legalmente vincolante, presentata dai dieci membri non permanenti del Consiglio.

Il portavoce del consiglio di sicurezza nazionale della Casa Bianca John Kirby ha spiegato poco dopo, in un briefing ai giornalisti, che gli Stati Uniti non hanno votato a favore perché la risoluzione non condanna esplicitamente Hamas, a differenza di quella da loro sponsorizzata venerdì scorso. Ma hanno deciso di non mettere il veto poiché questa risoluzione include cessate il fuoco e rilascio degli ostaggi, ovvero due principi sostenuti dagli Usa per molti mesi.

La reazione del governo israeliano è arrivata subito, rabbiosa. Il premier Benjamin Netanyahu ha definito quello degli Stati Uniti un «cambio di posizione» che «nuoce agli sforzi bellici e a quelli per il rilascio degli ostaggi», e ha subito cancellato la visita della delegazione israeliana a Washington.

L’ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite, Gilad Erdan ha dichiarato: “Il fatto che la risoluzione approvata dal Consiglio di Sicurezza Onu non condanni l’attacco di Hamas del 7 ottobre è una vergogna. Hamas ha iniziato la guerra, da questo testo sembra che la guerra sia iniziata da sola, Israele non voleva questa guerra. Non subordinare il cessate il fuoco al rilascio degli ostaggi danneggia gli sforzi, tutti avrebbero dovuto votare contro questa vergognosa risoluzione.

Fatto sta che la risoluzione è già in vigore quindi adesso la priorità delle Nazioni unite diventa lavorare congiuntamente per un cessate il fuoco duraturo (termine con cui è stato sostituito il precedente “permanente” su proposta degli Usa). Quindi, ecco, su quel fronte per la prima volta da mesi si intravede forse uno spiraglio.

Cambiamo radicalmente argomento. Torniamo in Italia per raccontare di una interessantissima sperimentazione appena partita nel Comune di S.Lazzaro di Savena (BO). Dovete sapere che il comune in questione è uno dei 17 Comuni che hanno aderito formalmente al Manifesto #moNOuso promosso da ANCI Emilia-Romagna per la diffusione e il consolidamento dei modelli del riuso. 

Adesso il Comune si appresta avviare una sperimentazione di un anno che prevede l’utilizzo di contenitori riutilizzabili per gli alimenti e le bevande da asporto. Come saprete il consumo da asporto, che sia nella modalità take away o nella modalità “delivery” ovvero con qualcuno che te lo porta a casa, sta aumentando vertiginosamente e con esso anche lo spreco di confezioni usa e getta.

Che siano in plastica o in materiali biodegradabili poco importa, il monouso è per definizione insostenibile dal punto di vista ambientale ed è molto urgente sperimentare e adottare soluzioni di riuso di imballaggi e contenitori.

La sperimentazione di San Lazzaro funziona così: entro il 22 Aprile i titolari di attività commerciali del comune che svolgono attività di somministrazione di cibo/bevande in modalità asporto o “food delivery” possono chiedere di aderire alla sperimentazione.

Una società partner del progetto, (che si chiama Around) fornirà ai locali aderenti contenitori riutilizzabili da asporto di qualità e dimensioni e forma adeguati ad ogni esigenza (ad esempio sono disponibili anche contenitori per hamburger e pizza) e un’App dedicata che serve al tracciamento dei contenitori senza necessità di cauzioni monetarie.

In pratica i clienti potranno scegliere se ricevere il cibo nei classici contenitori monouso oppure in questi contenitori riutilizzabili. In quel caso, i clienti ricevono dei punti premio, che immagino funzionino in maniera cumulativa e si traducano in bonus e sconti sui futuri acquisti. Dopodiché hanno 7 giorni per riportare il contenitore così com’è al locale, che deve sanificarlo e poi può riutilizzarlo per il cliente successivo. Abbattendo così l’utilizzo dell’usa e getta. 

Questa fase di sperimentazione sarà totalmente finanziata dall’amministrazione, senza alcun costo a carico del locale aderente e senza alcun obbligo di proseguire dopo l’anno di sperimentazione. Devo dire, esperimento molto interessante e da seguire con attenzione. E sarebbe il caso che più comuni iniziassero a fare esperimenti del genere.

Forse saprete che il Post manda una newsletter molto interessante che si chiama Charlie, sul giornalismo e i giornali. Quella della scorsa settimana raccontava una notizia molto interessante, ripresa dal magazine americano Atlantic, che ci offre un ottimo La per una nuova puntata di Trova il bias! 

Leggo direttamente dalla newsletter: Atlantic ha pubblicato una riflessione del suo giornalista Charlie Warzel a proposito della rinnovata capacità della produzione giornalistica di creare “fenomeni” e allarmi relativi che si autoalimentano: rinnovata dai nuovi contesti degli algoritmi digitali.

Il caso citato a esempio è quello degli incidenti che hanno riguardato il volo aereo negli Stati Uniti negli scorsi mesi, il cui racconto ha generato un’impressione di maggiore pericolo per i voli aerei stessi. Ma, dati alla mano, il pericolo del volo aereo è tuttora bassissimo e non è aumentato: la percezione del suo aumento, dice Warzel, si deve alla tendenza dei giornali a creare ondate di sensazioni intorno a singoli fenomeni, e a quella dei social network a sottoporre agli utenti informazioni affini a quelle che hanno già frequentato. E per le persone distinguere tra sensazioni isolate o aneddotiche e realtà dimostrate diventa molto difficile.

“Esistere online significa essere esposto a così tante informazioni che è diventato molto facile venire a sapere di problemi singoli, ma incredibilmente difficile determinare la loro scala o rilevanza generale. Su TikTok si può entrare in contatto con intere categorie di video di paurosi problemi in volo. Anche chi non sia dipendente da questo genere di cose può soffrire di un pregiudizio da algoritmo: più qualcuno si interessa a qualche problema su un aereo, più vedrà storie e commenti sui problemi aerei. Nel frattempo un aumento di interesse nelle storie di problemi aerei genererà un aumento della copertura giornalistica dei problemi aerei, con il risultato che qualunque problema di routine sembrerà accumularsi in un fenomeno eccezionale. Parte di quella copertura giornalistica è del tutto sensazionalistica, e le testate giornalistiche si stanno ora occupando di incidenti che normalmente avrebbero ignorato.

Questa distorsione – tra la percezione pubblica di una questione (gli aerei sono meno sicuri!) e la più banale realtà (sono molto sicuri) – è esacerbata dall’intensità e dalla densità delle informazioni. Capita comunemente di imbattersi in un meme, una teoria, una narrazione e poi vederla in tutti i propri feed. E allo stesso modo le piattaforme tendono a ridurre storie complesse e varie in modi semplificati di vedere il mondo”.

Devo dire che questo fenomeno che Atlantic nota sui voli aerei, possiamo notarlo quasi quotidianamente sui giornali, le cui logiche sono spesso lontane dall’interesse generale e tendono ad autoalimentare bolle comunicative attorno a non notizie. Ecco: in questo fenomeno è presente un bias, anzi più di uno. Non dico nella newsletter del Post, ma nel tipo di narrazione adottata dai giornali. 

I bias sono degli errori logici del nostro cervello, derivanti da come ci siamo evoluti come specie, che ci inducono a falsi ragionamenti e false credenze. Ce ne sono centinaia, suddivisi in varie tassonomie. Ora, la domanda è: quale o quali bias sono presenti in questa dinamica che vi ho descritto? Come sempre, per rispondere dovete iscrivervi alla newsletter di INMR e successivamente mandare una mail ad andrea.deglinnocenti@italiachecambia.org. Attendo vostre.

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