13 Feb 2024

Israele, immigrazione, Sanremo: è una Rai “di governo”? – #878

Il Festival di Sanremo continua ad avere strascichi lunghi di polemiche, legate a Israele e al tema dell’immigrazione, mentre il supporto internazionale all’azione militare su gaza sembra vacillare. Parliamo anche di un pericoloso punto critico delle correnti oceaniche e del cambio di strategia di Ultima Generazione, nelle sue proteste.

Ieri puntata interamente dedicata al Festival di Sanremo. Alcuni di voi mi hanno chiesto aggiornamenti sull’ultimo risvolto, che devo ammettere mi era sfuggito. Negli Usa c’è stato il Superbowl, la finale del campionato statunitense di Football americano, vinta dai Kansas City Chiefs. Ma i migliori placcaggi si sono visti da noi in Italia, in diretta su Rai Uno ad opera della giovane promessa Mara Venier. 

Che prima ha placcato Dargen D’amico che parlava di immigrazione e poi ha stoppato Ghali che ribadiva le sue idee sulla questione israelo-palestinese. In pratica, nella puntata di Domenica In che si è tenuta domenica 11, quindi il giorno dopo la finale di Sanremo, Dargen D’amico stava rispondendo alle domande dei giornalisti sul tema della sua canzone “Onda alta”, quando è stato interrotto e congedato da un intervento a gamba tesa (scusate se michio gli sport) della conduttrice Mara Venier che lo blocca dicendo: “Questa è una festa e non c’è tempo necessario per affrontare un tema così importante”.

Nel frattempo era successo che dopo le esternazioni di Ghali che aveva detto Stop Genocidio dopo la sua esibizione al Festival, l’ambasciatore di Israele aveva protestato formalmente chiedendo che la Rai si dissociasse e accusando il rapper di “sfruttare il palco per diffondere odio”. La dirigenza Rai ha risposto “presente” e l’Amministratore Delegato Roberto Sergio ha fatto leggere a Mara Venier un comunicato, in diretta sempre a Domenica In, in cui afferma: “Ogni giorno i nostri telegiornali e i nostri programmi raccontano e continueranno a farlo, la tragedia degli ostaggi nelle mani di Hamas oltre a ricordare la strage dei bambini, donne e uomini del 7 ottobre. La mia solidarietà al popolo di Israele e alla Comunità Ebraica è sentita e convinta”. Mara Venier ha concluso: “Sono le parole, che ovviamente condividiamo tutti, del nostro Amministratore Delegato Roberto Sergio”.

E dulcis in fundo, quando Ghali, ospite anche lui della stessa scoppiettante puntata, ha iniziato a spiegare il motivo del suo appello, e il suo sostegno da sempre alla causa palestinese, Mara Venier è nuovamente intervenuta deviando il discorso sulla musica e su tematiche più innocue.

Questa serie di interferenze, diciamo così, hanno fatto storcere il naso a più di un osservatore e ieri diversi giornali parlavano di Rai sempre più nelle mani del governo. E niente, anche una volta finito Sanremo, si continua a parlare di Sanremo, e parlando di Sanremo, si continua a parlare di altro. 

Intanto, anche sul fronte della guerra a Gaza ci sono novità interessanti, che mostrano ancora una volta come gli equilibri si stiano spostando e come l’opinione pubblica stia condizionando i propri governi e i cosiddetti decision maker. Come riporta il Post, “Un tribunale dei Paesi Bassi ha ordinato al governo olandese di interrompere le consegne di parti di aerei F-35 a Israele. Il tribunale ha accolto con un giudizio di secondo grado il ricorso di un gruppo di associazioni pacifiste contro una sentenza di gennaio, che invece aveva stabilito che il governo poteva continuare le esportazioni. Secondo il tribunale c’è il «chiaro rischio» che gli aerei siano usati per «compiere gravi violazioni delle leggi umanitarie internazionali».

La licenza per l’esportazione era stata concessa nel 2016 a tempo indeterminato, ma secondo la sentenza le condizioni sono cambiate da quando Israele ha iniziato l’intervento militare nella Striscia di Gaza. In quegli attacchi erano state uccise circa 1.200 persone, e circa 240 erano state prese in ostaggio. Nel corso dei bombardamenti e dell’invasione della Striscia di Gaza sono stati uccisi più di 28mila palestinesi”.

Ora, è una decisione che non cambierà le sorti del conflitto, visto che, come spiega l’articolo, “Le parti di F-35 sono di proprietà degli Stati Uniti e vengono solo immagazzinate nei Paesi Bassi e poi spedite a diversi paesi partner, tra cui Israele e quindi gli Stati Uniti possono inviare a Israele parti di aereo immagazzinate in altri paesi. Il governo potrà presentare un ricorso contro la sentenza”. Però è una notizia che ci mostra come appunto anche l’appoggio internazionale di cui gode Israele appaia abbastanza traballante, al momento. 

Lo stesso Biden, fra un comizio in cui confonde il Presidente francese Macron con Mitterrand, uno in cui sbaglia Angela Merkel con Helmut Kohl e un altro in cui scambia Al Sisi col presidente messicano Sisi, sta cercando di evitare, così riportano i giornali, un attacco israeliano a Rafah, che potrebbe facilmente trasformarsi in una carneficina da decine di migliaia di morti. Poi c’è da capire quanto di tutto ciò sia campagna elettorale per le presidenziali e quanto pressing reale, ma tant’è. Ah, nel frattempo Trump in un comizio ha detto che se un paese europeo non paga quanto promesso alla nato in termini di spese militari, non solo non interverrebbe in caso di aggressione russa, ma incoraggerebbe  “i russi a fare quello che vogliono”. Bene così.

Ieri, parlando di Sanremo, abbiamo parlato ancora della protesta degli agricoltori. Oggi ospitiamo su ICC un’intervista molto interessante che la nostra Elisa Cutuli ha fatto a Giuseppe Li Rosi, il custode dei grani antichi siciliani, che ha sposato la protesta, a modo suo, e ci porta il suo punto di vista, piuttosto diverso da quello che ho espresso io finora, ma proprio per questo arricchente. 

Audio disponibile nel video / podcast

Cambiamo argomento, passiamo a parlare di tematiche ambientali. Di un nuovo studio, per l’esattezza, che mostra come la circolazione dell’Oceano Atlantico si starebbe dirigendo verso un pericoloso punto critico.

Ne parla Jonathan Watts sul Guardian in un articolo come al solito molto puntuale e dettagliato. Lo studio riguarda la cosiddetta Circolazione meridionale atlantica (Amoc), un vasto sistema di correnti oceaniche che ha un ruolo chiave nella regolazione del clima globale.

Questo mega sistema di correnti, che comprende parte della Corrente del Golfo e altre potenti correnti, è una specie di nastro trasportatore marino che trasporta calore, carbonio e sostanze nutritive dai tropici verso il Circolo Polare Artico, dove si raffredda e affonda nell’oceano profondo. Questo movimento aiuta a distribuire l’energia sulla Terra e modula l’impatto del riscaldamento globale causato dall’uomo.

Ma il sistema viene eroso dallo scioglimento più rapido del previsto dei ghiacciai della Groenlandia e delle calotte polari dell’Artico, che riversano acqua dolce in mare e ostacolano l’affondamento delle acque più salate e calde provenienti da sud.

L’Amoc è diminuita del 15% dal 1950 e si trova nel suo stato più debole da più di un millennio a questa parte, secondo precedenti ricerche che hanno fatto ipotizzare un imminente collasso. Adesso un team di scienziati, utilizzando modelli computerizzati e dati del passato, ha sviluppato un indicatore che a loro avviso sarebbe in grado di rilevare in anticipo quando questo sistema di correnti potrebbe collassare.

E ha scoperto che le correnti sarebbero già in procinto di subire un brusco cambiamento, che non si verificava da oltre 10.000 anni e che avrebbe implicazioni terribili per gran parte del mondo.

Finora non c’è stato consenso scientifico su quanto questo cambiamento sarà grave e cosa comporterà. Uno studio dello scorso anno, basato sui cambiamenti delle temperature superficiali del mare, ha suggerito che il punto di svolta potrebbe verificarsi tra il 2025 e il 2095. Tuttavia, il Met Office britannico ha dichiarato che grandi e rapidi cambiamenti nell’Amoc sono “molto improbabili” nel 21° secolo.

Questo nuovo lavoro ha aperto una nuova strada cercando segnali di allarme nei livelli di salinità nell’estremità meridionale dell’Oceano Atlantico tra Città del Capo e Buenos Aires. Simulando i cambiamenti per un periodo di 2.000 anni su modelli computerizzati del clima globale, si è scoperto che un lento declino può portare a un improvviso crollo in meno di 100 anni, con conseguenze disastrose.

Ma quali conseguenze? Secondo lo studio “il livello del mare nell’Atlantico aumenterebbe di un metro in alcune regioni, inondando molte città costiere. Le stagioni umide e secche in Amazzonia si invertirebbero, spingendo potenzialmente la foresta pluviale, già indebolita, oltre il suo punto di rottura. Le temperature in tutto il mondo fluttuerebbero in modo molto più irregolare. L’emisfero meridionale diventerebbe più caldo. L’Europa si raffredderebbe drasticamente e avrebbe meno precipitazioni. E tutto ciò a una velocità 10 volte maggiore rispetto ai cambiamenti attuali, il che renderebbe quasi impossibile l’adattamento.

Ora, la cosa che continuiamo a non sapere, è quando ciò dovrebbe accadere. Non ci sono ancora dati sufficienti per dire se questo si verificherà nel prossimo anno o nel prossimo secolo. Il problema è che quando accadrà, i cambiamenti saranno del tutto irreversibili sulla scala dei tempi umani. Insomma, abbiamo un motivo in più per darci una mossa ed evitare che questo succeda. Come? Smettendo di bruciare qualsiasi cosa, di base. 

Riducendo drasticamente i consumi di energia e elettrificando tutta la produzione e il consumo. Tanto tutto quello che si ottiene bruciando si può ottenere attraverso forme di produzione energetica pulita. Tranne fumare. Però, ecco, se stavate cercando un buon motivo per smettere… 

Come forse ricorderete, lo scorso 29 dicembre alcuni attivisti di Ultima Generazione hanno imbrattato con vernice arancione lavabile l’albero di Natale sponsorizzato da Gucci nella galleria Vittorio Emanuele II, in centro a Milano. 

È stata una delle tante azioni organizzate dal gruppo di attivisti/e che protesta contro l’inazione climatica del governo e di molte aziende. Ma con una caratteristica particolare: è stata l’ultima. Come racconta il Post, “Da allora non ci sono più state azioni di protesta, in controtendenza con la frequenza quasi settimanale mantenuta negli ultimi due anni. La pausa non è casuale: in parte è conseguenza dei provvedimenti introdotti dal governo per reprimere le proteste sul clima, in parte il risultato di un cambio di metodo di Ultima Generazione che nei prossimi mesi organizzerà più manifestazioni autorizzate, legali, e meno azioni radicali”.

È una scelta interessante, perché fra l’altro in linea con quanto successo a XR nel Regno unito. Continuiamo a leggere: “Ultima Generazione esiste in Italia dall’aprile del 2022 e si definisce una “campagna di disobbedienza civile nonviolenta”. Rispetto a movimenti ambientalisti come Extinction Rebellion (XR) e Fridays For Future (FFF), ha scelto di seguire forme di protesta più radicali sia nel linguaggio che nelle azioni, sull’esempio di Just Stop Oil che nel Regno Unito ha bloccato autostrade e danneggiato distributori di benzina. Negli ultimi due anni gli attivisti di Ultima Generazione hanno bloccato più volte il traffico sul GRA, il Grande Raccordo Anulare di Roma, e su molte altre strade in diverse regioni italiane; e hanno gettato vernice lavabile su opere d’arte all’interno di musei e sulla facciata di palazzi istituzionali.

Le azioni sono state organizzate per sensibilizzare la popolazione sulla necessità di intervenire al più presto per limitare gli effetti dei cambiamenti climatici. Gli attivisti hanno chiesto al governo interventi concreti: interrompere la riapertura delle centrali a carbone dismesse, cancellare il progetto di nuove trivellazioni per la ricerca ed estrazione di gas naturale, aumentare la potenza solare ed eolica disponibile di almeno 20 GW, creare migliaia di nuovi posti di lavoro nel settore delle fonti rinnovabili, istituire un fondo di 20 miliardi di euro pronti ad essere spesi per ripagare i danni da calamità ed eventi climatici estremi. 

Il fine ultimo e più importante della mobilitazione di Ultima Generazione però non è tanto legato a questa o quella misura, quanto a spingere l’opinione pubblica a considerare il cambiamento climatico un problema impellente, da risolvere il prima possibile con più decisione da parte dei governi e con un’organizzazione più sostenibile delle attività produttive ed economiche. 

Uno degli obiettivi di Ultima Generazione è contrastare il cosiddetto “negazionismo climatico leggero”, cioè la convinzione che il cambiamento climatico, pur essendo reale e documentato, avrà un impatto soltanto in un futuro lontano. Molte persone hanno reagito ai blocchi stradali e alla vernice lanciata contro le opere d’arte con insulti e insofferenza, una reazione che gli attivisti avevano previsto. In un certo senso avevano messo in conto di essere odiati.

Oltre a questo, alle azioni di Ultima Generazione sono seguiti anche provvedimenti del governo che ha inasprito le pene previste per alcuni reati di cui sono accusati gli attivisti. Il cosiddetto “pacchetto sicurezza” approvato dal governo lo scorso novembre ha esteso il reato di blocco stradale per chi ostruisce il traffico con il proprio corpo, nel momento in cui l’azione risulti «particolarmente offensiva ed allarmante sia per la presenza di più persone sia per il fatto che sia stata promossa e organizzata preventivamente».

Alla fine di gennaio è stata approvata dalla Camera una legge che inasprisce le pene per chi danneggia opere d’arte e beni paesaggistici. Ora chi «distrugge, disperde, deteriora o rende in tutto o in parte inservibili o non fruibili beni culturali o paesaggistici propri o altrui» potrà essere punito con la reclusione da due a cinque anni e con sanzioni da 20mila a 60mila euro (prima andavano da 2.500 a 15mila euro). Chi invece «deturpa o imbratta beni culturali o paesaggistici propri o altrui» oppure «destina beni culturali a un uso incompatibile con il loro carattere storico o artistico», oppure mette a repentaglio la loro conservazione potrà ricevere multe da 10mila a 40mila euro (prima andavano da 1.500 a 10mila euro).

Negli ultimi mesi molti attivisti di Ultima Generazione sono stati denunciati o sottoposti a misure cautelari. Alcuni di loro sono già stati condannati in primo grado. Continua l’articolo: “L’orientamento repressivo tenuto dal governo contro gli attivisti del clima – molto diverso dall’approccio decisamente più morbido scelto nei confronti degli agricoltori che hanno bloccato le strade – ha spaventato molte persone che hanno rinunciato a prendere parte attivamente alle azioni per paura di conseguenze giudiziarie”.

Già da tempo all’interno dell’organizzazione si erano sviluppate riflessioni su un cambio di metodo: meno blocchi e imbrattamenti, più manifestazioni autorizzate. L’obiettivo sarebbe quello di organizzare proteste più orizzontali e inclusive, accoglienti. Anche più classiche, volendo: cortei, manifestazioni, marce lente.

Sperando che ciò abbia un impatto più costruttivo sull’opinione pubblica. L’esempio è il presidio autorizzato organizzato a Roma lo scorso 16 dicembre, a cui è seguita un’assemblea popolare a cui hanno partecipato diverse persone non legate a Ultima Generazione o ad altre organizzazioni ambientaliste. Certo, si tratta di un cambio di tendenza abbastanza netto, e immagino non indolore a livello di scelta, tant’è che il gruppo stesso ha riconosciuto che la sua decisione è stata «controversa» e ha specificato di credere sempre nel «potere del disturbo di suonare l’allarme», ma anche di ritenere che sia necessario «evolvere le tattiche». Personalmente, mi riprometto di approfondire le ragioni di questo cambio di strategia, poi magari vi dico anche la mia. 

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