29 Lug 2015

CycloLenti in Georgia: un tuffo in un'altra epoca

Scritto da: CycloLenti

Ci piace farci trasportare dagli eventi, è il bello del viaggio, se ci si fissa troppo col dover avanzare a […]

Ci piace farci trasportare dagli eventi, è il bello del viaggio, se ci si fissa troppo col dover avanzare a tutti i costi ci perderemmo tantissime belle situazioni e con questo spirito la giornata di oggi assume un carattere completamente surreale. Ce l’abbiamo fatta, conquistiamo la vetta in bici con la sola forza delle nostre gambe, è il nostro record del viaggio: passo Goderdzi 2025m d’altitudine. Non facciamo in tempo a riprendere fiato che un signore incuriosito si ferma per farci qualche domanda. Gli amici lo pressano, lo stanno aspettando, poi ci propone: “perché non venite con noi? Stiamo andando ad un lago qui vicino. Le bici le potete lasciare qua, non ci sarà alcun problema”. Perché no? Saliamo a bordo di uno dei tre pick up degli amici poliziotti. Dopo un’ora di sentieri improbabili e attraversamenti di fiumi giungiamo sul posto.

 

É il weekend e muniti di tute mimetiche e fucili (che dicono di aver portato solo per divertirsi a sparare alle bottiglie) si sono trasformati in grandi avventurieri in occasione di quella che oggi chiamano “la spedizione”. Hanno comprato dei pesci a Batumi e sono venuti fin qui per riversarli nel “lago nero”, nel quale a parte le sanguisughe non c’è alcuna forma di vita. Sperano di potervi ritornare tra qualche anno per pescare. Dopo aver immortalato con cellulari, telecamere e macchine fotografiche il fatidico momento, una mitragliata per celebrare e iniziano i discorsi che antecedono i brindisi. Il primo è sempre per la libertà nel mondo, poi uno per voi, uno per noi, uno per la Georgia, uno per l’Europa… e sono già tutti ubriachi. Per fortuna, conoscendosi, tre di loro non hanno bevuto per poter guidare al ritorno.

 

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Si è fatto ormai pomeriggio inoltrato, ci avevano detto che dopo il passo iniziava l’asfalto e invece ci sono ancora 10km di intensi sballottolamenti, soprattutto ora che si scende in velocità. Mentre siamo intenti a consumare tutti i freni che ci rimangono per evitare di spaccare in due la bici in una buca, ci viene servita in mano una doppia fetta di torta panna e fragola, una ragazza che sta festeggiando gli anni ci ha invitato a fermarci. Si sta facendo buio, minaccia di nuovo pioggia: “corri corri, ho visto una luce laggiù, prendiamo questa stradina, porterà a quelle case avvistate una curva fa”, grido a Tiphaine.

 

Pedaliamo nella terra che è già fango e attraversiamo le pozzanghere senza pensarci troppo, dobbiamo sbrigarci ci serve un riparo nel più breve tempo possibile. Un contadino, che sta anche lui correndo verso casa, quando ci vede ci fa immediatamente cenno di seguirlo. Fuori la pioggia si è trasformata in grandine e la grandine in una sassaiola di ghiaccio: “l’abbiamo scampata per un pelo!”.

 

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Siamo in una casa di una coppia di vecchietti contadini. L’arredamento è ridotto al minimo. Una singola stanza: al centro un tavolo, ai lati i letti, in un angolo l’immancabile stufa a legna, nell’altro la televisione, niente di più niente di meno. Sembra di aver fatto un tuffo nel passato e di rivivere i racconti di quando mia nonna era piccola e si viveva tutti nella stessa stanza. Siamo fradici e lungo il muro corre un filo dove mettiamo i panni ad asciugare al calore della stufa. Piatti di ferro e una brocca d’acqua per lavarsi le mani, anche qui non c’è l’acqua corrente in casa, le pentole si lavano in una bacinella. Lui è mussulmano e mentre fuori si scatena l’inferno, inizia a pregare e cantare a squarciagola sulla soglia del balcone. È in penombra che urla Allah Allah, la sua voce è coperta dal rumore della grandine battente che ormai ha colorato di bianco tutti i campi, fuori si intravede una verde foresta di pini all’imbrunire, un lampo illumina la sua figura ogni tanto, la scena è surreale!

 

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L’odore di stallatico mi penetra le narici e l’indomani, con la luce del sole, scopro che la casa si trova su una montagna di sterco. Niente lavandini: denti e mani si lavano sul corridoio esterno col solito sistema della brocca. Il bagno è un buco nel legno e tutto cade all’area aperta qualche metro più sotto. Riso in bianco con zucchero e una frittata in un litro d’olio abbondante è la colazione che ci hanno preparato. Mentre noi riempiamo il nostro corpo con del cibo iper calorico, lei è china sulla stufa che gira e rigira le mani in un grosso pentolone, sta facendo il formaggio. Ce ne fa una pallina grossa un pugno, lo mangiamo che è ancora caldo. Vorrei lasciare loro qualcosa per ringraziarli dell’estrema gentilezza dimostrataci, ma non so cosa.

 

Mentre portiamo fuori le bici lei vede il ciondolo turco porta fortuna attaccato alla borsa, me l’ha regalato Marco a Khulo e visto che ci ha già protetto abbastanza in questi giorni è ora di cederlo. Lo stacco: “è per te”. Per lui, essendo molto religioso, sciolgo il Tasbih (una versione musulmana del rosario) che tengo legato intorno al manubrio. Il viso prende la piega del sorriso, inizia subito a scorrerlo tra le dita sussurrando una preghiera.

 

 

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