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29 Lug 2019

Il nostro conflitto più grande è quello con il conflitto stesso

Gestire la diversità e il conflitto nel lavoro di gruppo come strumenti di trasformazione sociale. È questo uno dei principi alla base dell’Arte del Processo e al centro del libro “Essere nel fuoco” il cui intento è quello di dimostrare che affrontare il fuoco del conflitto, invece di evitarlo, e uno dei modi più efficaci per risolvere le divisioni presenti ad ogni livello della società.

«Alla base di tutti i problemi del mondo ci sono delle persone, gruppi di persone in conflitto. Possiamo accusare i crimini, la guerra, le droghe, l’avidità, la povertà, il capitalismo e l’inconscio collettivo, ma la realtà è che i problemi derivano dalle persone. I miei insegnanti mi hanno sempre avvertito di evitare il lavoro con gruppi numerosi, perché indisciplinati e pericolosi. Secondo loro è possibile lavorare solo con piccoli gruppi, dove prevalgono le regole e l’ordine. Ma il mondo non è composto di piccoli, docili gruppi. (…)

 

Un ordine imposto non mette fine alle rivolte, non impedisce le guerre, non riduce i problemi mondiali. Al contrario, rischia di soffiare sul fuoco del caos collettivo. Se non offriamo all’ostilità un modo legittimo di esprimersi, essa imboccherà strade illegittime. Intento di questo libro è dimostrare che affrontare il fuoco del conflitto, invece di evitarlo, è uno dei modi più efficaci per risolvere le divisioni presenti ad ogni livello della società: nei rapporti interpersonali (…) e nel mondo in generale».

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Con queste parole Arnold Mindell, nel 1995, apriva “Sitting in the fire”, pubblicato nel 2010 in Italia come “Essere nel fuoco. Conflitto e diversità come strumenti di trasformazione sociale” da Anima Mundi e nel 2011 da Anima Mundi e Terra Nuova Edizioni. Il 30 luglio il Corriere della Sera, all’interno della collana di Mindfulness e Consapevolezza, ripubblicherà questo testo. Colgo dunque l’occasione per rispolverare la mia copia di questa pietra miliare del processwork e raccontarvi alcune delle idee che hanno dato vita alla Scuola di Arte del Processo e Democrazia Profonda.

 

Il processwork è stato tradotto in italiano come Arte del processo, un po’ perché la parola lavoro e processo insieme potevano trasmettere nella nostra lingua una certa inquietudine, e un po’ perché quella che apprendiamo non è una procedura deterministica su “come fare le cose”, ma piuttosto un’arte, che richiede sensibilità, intuito, creatività e quelle che noi chiamiamo “meta-capacità”. Per quanto si possa conoscere bene la teoria, infatti, a fare la differenza sono appunto quelle capacità sottili, per esempio un’attitudine compassionevole, un senso di profonda curiosità e amorevolezza per tutte le parti presenti, un po’ come farebbe un anziano, un archetipo di buon nonno o buona nonna.

 

La base di partenza per la trasformazione dei conflitti che ci circondano, secondo Mindell, è la conoscenza di sé. Spesso chi si affaccia alle discipline di crescita interiore o alle varie forme di spiritualità lo fa tendendo ad un ideale di “come si dovrebbe essere”. L’arte del processo, invece, si contraddistingue per una forte fiducia nella natura – anche quella umana – perché se dispiegate con cura anche le pulsioni e voci più scomode sono una grande fonte di ricchezza per l’intera collettività.

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Personale e sociale sono strettamente intrecciati, e se nelle relazioni personali rimbombano i conflitti del mondo (di classe, di genere etc), nel mondo vediamo manifestarsi sotto forma di conflitti ciò che la maggioranza taccia come inadeguato, anormale o dannoso.

 

La democrazia è un sogno di uguaglianza e di diritti umani che si basa sulla distribuzione e sull’equilibrio del potere. Il potere, tuttavia, non può essere equilibrato solo attraverso delle regole. Le leggi possono mirare a difendere i diritti degli individui e dei gruppi, ma sono impotenti di fronte alle forme quotidiane e più sottili di oppressione. La democrazia diventa dunque un dominio della maggioranza sulla minoranza, nella società, nei gruppi, e nella nostra psiche. Le voci che vengono collettivamente rimosse, rifiutate, oppresse, diventano ombre della città, che si manifestano attraverso malesseri psicologici e comportamenti antisociali da relegare ai margini della società.

 

Una democrazia più profonda invece, all’esterno come all’interno, riconosce il valore di tutte le voci presenti nel campo, tanto quelle maggioritarie quanto quelle disturbanti, sfidanti o non ancora espresse. Mette in dubbio i confini dell’identità, scardina i ruoli, nutrendosi di una profonda consapevolezze del fatto che al posto dell’altro avrei potuto esserci io e forse, chissà, domani potrei esserci per davvero.

 

Per millenni, di fronte alle difficoltà siamo stati abituati a combattere, congelarci o fuggire. Mindell è solito dire che «il conflitto più grande che abbiamo è quello con il conflitto stesso». E se aprissimo nuove strade? E se decidessimo, con cura, di restare nel fuoco del conflitto?