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2 Dic 2019

Pfas: informare nelle scuole per agire insieme

Scritto da: Annalisa Jannone

Informare la popolazione ed in particolare i più giovani sui rischi per la salute derivanti dall’inquinamento dai Pfas, sostanze che da anni avvelenano il Veneto e non solo. A tal fine è stato avviato un progetto educativo rivolto alle scuole e promosso da un gruppo di educazione trasversale costituito da associazioni, medici, geologi ed esperti ambientali.

Veneto. La più grande storia italiana di contaminazione delle acque, della terra e del cibo è solo all’inizio. I Pfas continuano ad essere sversati nell’ambiente ma si sa ancora poco sul livello di diffusione di tali sostanze perché si è scelto di non allarmare la popolazione adottando però, a detta di chi da anni chiede misure di sicurezza, anche pochissime precauzioni .

Intervistando i medici dell’ISDE Veneto, che da anni studiano il problema, emerge un dato inquietante: in nessuna parte d’Italia si può fare il dosaggio dei Pfas nel sangue. Solo chi rientra nel piano regionale di sorveglianza ufficiale, dei 21 comuni della zona rossa (l’area dell’Ovest Vicentino e zone adiacenti in cui nel 2013 fu rilevato il massimo inquinamento da Pfas negli acquedotti), può essere chiamato a farlo dalle ULSS di riferimento. Solo le persone selezionate tra i 14 e i 65 anni possono sottoporsi all’esame del sangue. 

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ATTIVATI

Non fanno parte della ricerca i bambini fino agli otto anni, né è stato previsto in tutto il Veneto il monitoraggio per le donne gravide e le giovani coppie che intendano avere un figlio.   

Le donne in gravidanza sono le categorie più a rischio per la salute poiché da tutti gli studi internazionali, risulta aumentata la percentuale di gestosi gravidica, diabete, aborti ricorrenti, nascite premature (meno di un kg alla nascita) che in Veneto sono il 70% più frequenti nelle zone ad alta contaminazione. Studi dell’Università di Padova, dell’Enea-Isde confermano inoltre aumenti di malattie cardiovascolari, infarto, ictus, Alzheimer, tumore alla mammella e ai reni con aumento del 10% di morti (dati al 2016) e gravi anomalie al sistema riproduttivo maschile nei ragazzi.

Nemmeno privatamente è possibile conoscere il proprio livello di contaminazione da parte dei cittadini. 

Inoltre non sono state prese misure di precauzione nei confronti di alcune aziende agricole o allevamenti i cui prodotti sono stati rilevati molto contaminati da Pfas in una recente ricerca dell’ISS (Istituto Superiore di Sanità) : non sembra che tali prodotti siano stati ritirati dal mercato. 

Secondo il documento dell’ISS tutti i bambini del Veneto, non solo quelli della zona rossa, assumono settimanalmente con la dieta una quantità di perfluorati che supera del 20% il livello massimo previsto dall’EFSA (Ente europeo per la sicurezza alimentare).

Attualmente non esiste un piano regionale per un rifornimento di acqua decontaminata alle aziende agricole e agli allevamenti. 

Non esiste una etichetta con la filiera di produzione dei prodotti alimentari né un marchio di garanzia regionale che certifichi l’assenza di contaminazione. Pertanto i cittadini non sono in grado di scegliere sul mercato alimenti sicuri. La regione però ha varato un progetto di due anni per valutare nel tempo il grado di contaminazione dei prodotti alimentari già riscontrati contaminati dalla ricerca dell’ISS, procrastinando di fatto l’uscita dei dati e le iniziative concrete di prevenzione. 


Così i comitati, le associazioni, le mamme, uniti nel movimento NO PFAS Veneto hanno deciso, nell’ambito di gruppi di lavoro trasversali specifici, di occuparsi di “formazione” attraverso un progetto educativo nelle scuole coordinato da Donata Albiero, ex dirigente scolastica. 

«Il progetto “Pfas in Veneto, la salute è a rischio: conoscere per capire e agire” è nato dall’esigenza di poter divulgare quello che già è emerso da studi scientifici. I giovani devono poter prendere in mano il loro futuro, non aspettare che qualcuno lo faccia per loro. 

Noi lavoriamo gratuitamente nelle scuole, siamo un gruppo apartitico, autonomo, non riceviamo finanziamenti da enti, amministrazioni pubbliche e private. Puntiamo sulla consapevolezza delle comunità e sulla pressione che esse possono fare per pretendere misure efficaci da parte dei responsabili regionali e nazionali».

Partecipano al progetto geologi, medici dell’ISDE (medici per l’Ambiente Italia), ex funzionari ARPA (agenzia regionale di protezione per l’Ambiente), insegnanti ed educatori.

«La finalità è quella di sensibilizzare il territorio, soprattutto la popolazione più coinvolta: i ragazzi e le ragazze delle scuole. Già l’anno scorso il progetto ha coinvolto 1500 studenti, con otto corsi, sette assemblee  e sei conferenze anche con i genitori. Seppur partito in sordina sono state diverse le azioni che i ragazzi hanno messo in campo. Ad esempio gli studenti dell’Istituto Superiore Boscardin di Vicenza hanno tradotto con sottotitoli in italiano il film/documentario americano “The devil we know” (Il diavolo che conosciamo) riguardante la grande contaminazione da Pfas nell’OHIO da parte della multinazionale DuPont.

L’iniziativa continua quest’anno con nuovi incontri, conferenze e corsi, incontri con l’autore, proiezione del docufilm sopra citato, dibattiti, esercitazioni, in istituti veneti anche al di fuori della zona ‘rossa’ perché si sta iniziando a capire che il problema si allarga a macchia d’olio».


Gli argomenti portati vanno dalla storia delle contaminazioni del territorio, già compromesso dalla petrolchimica e dalle concerie, alle responsabilità istituzionali, agli aspetti sanitari fino alla creazione di possibili strumenti di azione per il cambiamento.

Del cambiamento culturale, climatico, dell’inquinamento e sulla gestione e privatizzazione delle acque si occupano anche i Fridays For Future che si stanno mobilitando e che chiedono giustizia sociale attivando negli istituti scolastici assemblee sulla problematica Pfas. 

«Il nostro impegno nelle scuole serve a creare una maggiore trasparenza sulla contaminazione e sulle misure che sono state prese istituzionalmente. Cerchiamo di dare gli strumenti culturali ai giovani per fronteggiare attivamente un disastro ambientale che li coinvolge direttamente. Un progetto culturale che si proietta nell’azione».

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