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7 Gen 2020

Occhio all’etichetta: cosa sapere prima di fare la spesa

Scritto da: Emanuela Sabidussi

Dal cibo ai detergenti per l’igiene della persona, dai detersivi per la casa agli articoli per bambini. Le piccole scritte apparentemente incomprensibili riportate sui prodotti sono il nostro più prezioso alleato per una spesa consapevole, rispettosa dell’ambiente e del nostro benessere. Decifrare quelle parole è però spesso tutt’altro che semplice. Per questo Lucia Cuffaro ed Elena Tioli, esperte di consumo critico, hanno redatto una vera e propria guida alla lettura delle etichette dei prodotti.

Amo scegliere di quali alimenti nutrirmi, quali creme spalmare sulla mia pelle, quali detergenti usare: quando entro in un negozio studio i prodotti uno ad uno per capire che cosa mi appresto ad acquistare. Ho un solo corpo in questa vita, lo voglio trattare al meglio! Spesso, però, nel leggere le etichette riportate sopra le confezioni mi trovo davanti a diciture, sigle, valori a me incomprensibili che non mi permettono di capire davvero cosa sto mettendo nel carrello.

Ad aiutarmi in questa volontà di comprendere qualcosa in più dei prodotti che scelgo, sono venute in mio soccorso Lucia Cuffaro (1) ed Elena Tioli (2), che hanno da poco pubblicato il libro “Occhio all’etichetta: tutto ciò che devi sapere prima di fare la spesa” edito dal Gruppo Macro. Per capire meglio come imparare a proteggermi da prodotti malsani per me e l’ambiente, ho quindi intervistato Lucia Cuffaro, presidente del Movimento per la Decrescita Felice e volto televisivo noto grazie alla rubrica ecologica che conduce su RAI1 in “Unomattina in Famiglia.

Elena Tioli e Lucia Cuffaro

Di cosa tratta in sintesi il libro scritto da te ed Elena?
È una vera e propria guida alla lettura delle etichette dei prodotti, mirato ad un consumo critico. Ha un tono ironico, ma il contenuto è dettagliato e pratico, e spazia dall’alimentazione alla cura del corpo e dall’igiene della casa all’abbigliamento.

Perché tanta importanza alle etichette?
Parte tutto da lì: è il primo punto su cui riflettere. Per comprendere ciò di cui ci nutriamo ogni giorno, i detergenti che acquistiamo, i prodotti cosmetici che utilizziamo su di noi e sui nostri figli, dobbiamo prima di tutto capire cosa vi è dietro all’elenco delle parole all’interno delle loro etichette, perché spesso si nascondono sostanze sintetiche e aggressive, nemiche della nostra salute e dell’ambiente.

Le etichette dei prodotti alimentari ci tutelano da possibili reazioni allergiche?
Sì, anche se viene posta sempre più spesso l’attenzione sulle possibili reazioni causate da ciò che i consumatori conoscono (come nel caso di una mandorla), a discapito ovviamente di ciò che non sanno (coloranti o conservanti dai nomi incompressibili), e queste ultime sono molte di più! Ciò permette alle multinazionali di agire come meglio credono e a noi consumatori di rimanerne ignari. L’etichetta infatti tanto ci dice, quanto non ci dice: nasconde al suo interno tutti i misfatti che l’industria mette in atto a discapito della nostra salute e dell’ambiente.

Come è possibile che la legge non ci tuteli?
Analizzando da vicino diverse normative europee e nazionali parrebbe che l’obiettivo principale dichiarato sia la sicurezza dei consumatori; eppure vige da decenni una prassi discutibile: il controllante – ovvero l’agenzia europea dell’EFSA (Autorità europea per la sicurezza alimentare) e l’americana FDA (Food and Drug Administration) – non è in grado di esaminare tutti i prodotti immessi in commercio e per questo si limita a leggere le documentazioni inviate dalle aziende che dovrebbero controllare.

Le varie normative ad oggi vigenti inoltre non considerano alcuni importanti fattori, tra cui:

  • l’effetto cocktail di diverse sostanze abbinate in un unico prodotto,
  • l’esposizione combinata della stessa sostanza in diversi prodotti,
  • l’effetto cumulativo di un elemento prolungato nel tempo,
  • l’età del consumatore, in quanto i test vengono svolti spesso su uomini adulti e sani.

Si sente parlare del principio di precauzione: che cos’è?
Sì, a tutelarci dovrebbe essere proprio lui: il cosiddetto principio di precauzione (art. 191 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea), che costituisce un meccanismo per determinare misure di gestione del rischio, volte a garantire un livello elevato di tutela della salute. Tale principio si è poi allargato successivamente alla politica dei consumatori, al diritto sugli alimenti, alla salute umana, animale e vegetale.

A livello pratico però del numero totale delle sostanze chimiche commercializzate, secondo L’Environmental European Bureau (EEB), risulta essere conforme solo il 31%: nel restante dei casi i dati presentati dalle aziende hanno necessità di maggiori indagini. La motivazione è che spetta alle singole aziende fornire i dati sulla sicurezza delle sostanze chimiche utilizzate dai prodotti da loro commercializzati e a registrarle in una banca dati centrale.

A tutto ciò si aggiunge che moltissimi alimenti vengono acquistati, ma subito dopo buttati…
Purtroppo sì: sono stati da poco pubblicati i dati della ricerca dell’Osservatorio Nazionale sulle Eccedenze, sui recuperi e sullo spreco di cibo, dalla quale emerge che il 77% delle famiglie intervistate nel corso dell’ultima settimana ha buttato alimenti, tra cui pane, frutta e verdura. Da questi dati emerge una fotografia di una società il cui spreco alimentare è assurdo. Dall’altra parte però, dai dati presentati al Sana 2019, risulta essere cresciuto molto il mercato del biologico. Quindi, se da una parte il tema dello spreco alimentare sconforta sulla consapevolezza legata al cibo e più in generale al valore che diamo alle risorse di cui disponiamo, dall’altra vi sono sempre più persone attente a ciò che mangiano.

Come Movimento per la Decrescita Felice siamo abbastanza contenti di assistere a questo cambiamento di stile di vita. Credo che la domanda che ci dovremmo porre tutti quanti sia: «Faremo comunque in tempo a cambiare la rotta?».

Da una parte vi sono i centri commerciali sempre pieni e dall’altra persone che si interrogano sulle soluzioni più green rispetto al cibo, alla cosmesi e ai detersivi da utilizzare. Le cose stanno cambiando, e se sì in quale direzione?
Ho notato in questi anni di incontri, corsi ed eventi organizzati che la sensibilità rispetto ad alcuni temi è molto forte in alcune fasce di età e meno in altre. Nella fascia di età, ad esempio, dei 50/60 anni, nonostante vi sia un aumento di patologie cancerogene derivanti anche da alcune sostanze tossiche in prodotti di uso comune c’è una difficoltà in molte persone a cambiare abitudini, prodotti conosciuti ecc.

Tra i 35 e i 45enni, invece, ho riscontrato che ci sono moltissime persone già sensibili ai temi che tratto e le fasce ancora più giovani si stanno attivando sempre di più, in diverse modalità, per cambiare e migliorare il contesto e le abitudini quotidiane. Dalla mia esperienza diretta vedo che spesso sono le donne ad essere le prime a porsi interrogativi, ma quando sono gli uomini a partecipare ai miei corsi, sono spesso i più precisi e coerenti.

Quali sono i tuoi prossimi progetti in cantiere?
Insieme a Paolo Farnedi abbiamo lavorato per due anni ad un nuovo progetto di video corsi, che si chiama EcoSapere: si tratta di un portale che offre formazione on line per una vita all’insegna della consapevolezza e del benessere. E siamo on line da dicembre. Abbiamo coinvolto solo docenti che secondo noi hanno uno stile di vita coerente con i messaggi che divulgano e abbiamo messo come valore di base la condivisione. Amo l’attivismo, il contatto con le persone, le reti che si creano intorno a noi ed è ciò che voglio costruire ed alimentare nel mio futuro.

Ci puoi fare qualche esempio di etichette di prodotti, a cui fare attenzione?
La pasta: leggendo le etichette delle paste che troviamo nei supermercati spesso troviamo un’indicazione generica che ci comunica se il paese di coltivazione del grano utilizzato è dell’UE oppure no. Almeno il 50% del grano duro usato è importato: sono circa 2,3 milioni le tonnellate di grano duro all’anno che arrivano da altre nazioni per essere lavorati ai fini industriali.

Inoltre quando l’etichetta riporta la dicitura “Paese di coltivazione Extra UE”, molto spesso si tratta del Canada, che è divenuto il granaio del mondo. In Canada si fa uso del Glifosato in pre raccolta. Tale modalità in Italia è vietata per legge dal 2016, dopo che l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro nel 2015 ha inserito il glifosato nell’elenco delle sostanze “probabilmente cancerogene per l’uomo”. Secondo l’Istituto Ramazzini comporta problemi di sviluppo e riproduttivi agendo come un interferente endocrino.

Insalata in busta: a febbraio 2019 uno studio dell’Università di Torino ha analizzato un campione di 100 insalate in busta, mettendo in allerta sulle modalità di lavaggio industriali perché non eliminerebbero completamente la carica batterica dei microrganismi patogeni. Dai dati sono risultati infatti quantitativi allarmanti di microrganismi e batteri di varia natura. Tra i più pericolosi: l’Escherichia coli (nel 3% dei campioni), l’Enterobacter sakazakü (10%), Pseudomonas nel (17%) e lo Staphylococcus (18%). Ma sono state trovate anche % del microorganismo Toxoplasmosi, che può portare a malattie parassitaria dannose in particolare per le donne in stato interessante, in quanto trasmissibili al feto.

Shampoo: l’attenzione va indirizzata a sostanze onnipresenti negli shampoo come: TEA (Triethanolamine), MEA (Monoethanolamine), DEA (Diethanolamine), Cocamide DEA, Cocamide MEA, DEA-cetyl phosphate, DEA oleth-3 phosphate, Lauramide DEA, Linoleamide MEA, Myristamide DEA, Oleamide DEA, Stearamide MEA, TEA-lauryl sulfate (fonte Safecosmetics). Questi nomi incomprensibili identificano degli elementi largamente utilizzati nel settore cosmetico per il loro effetto emulsionante, schiumogeno e regolatore del pH. Adorati dalle aziende per i bassi costi di produzione. Fanno parte della famiglia delle ammine, dei composti organici contenenti azoto, considerati come derivati dell’ammoniaca, che come visto prima sono composti cancerogeni per l’esofago e lo stomaco.

Vestiti: l’etichetta sugli abiti ci comunica il materiale da cui sono composti. Oggi, sempre di più la maggior parte è fatta di nylon, acrilico, poliestero, che sono tutti derivati del petrolio e che stanno sostituendo in modo endemico le fibre naturali. Candeggio, sgrassaggio, colorazione, finissaggio: la produzione di questi materiali e i loro trattamenti comportano l’impiego di tantissime sostanze chimiche, addirittura 8.000 secondo la rivista «the Ecologist».

Il Sistema di allerta rapido europeo per i prodotti non alimentari piazza l’abbigliamento al primo posto della classifica per elementi chimici pericolosi: Indossiamo indumenti nocivi per la nostra salute che non ci fanno espellere le tossine, creando così una barriera invalicabile per il nostro corpo, e allo stesso tempo sprigionano molecole connesse a infertilità, malattie respiratorie, dermatiti da contatto e, addirittura, cancro.

Abbiamo la possibilità di informarci e di fare la differenza scegliendo con cura i prodotti da utilizzare nel nostro quotidiano. Siamo tutti noi, in quanto consumatori, a determinare cosa producono le aziende: se iniziamo tutti insieme a scegliere solo prodotti contenenti elementi naturali, etichette chiare, imballaggi che rispettano l’ambiente, l’offerta degli articoli si sposterà a sua volta nella stessa direzione… perché, come dice Carlo Petrini, siamo già co-produttori, anche se non lo sappiamo.

Note:

  1. Lucia Cuffaro gestisce il portale con videocorsi ecosapere.it e cura il blog autoproduciamo.it. Con il Gruppo Macro ha pubblicato anche Fatto in casa, Risparmia 700 euro in 7 giorni, Cambio Pelle in 7 passi, Eco Kit per le Pulizie Ecologiche.
  2. Elena Tioli, blogger, scrittrice e collaboratore parlamentare. Si occupa di comunicazione politica e ambientale, e collabora con diverse realtà ecologiche e solidali. Autrice di Vivere senza supermercato (Terra Nuova Edizioni), cura i blog vivicomemangi.it e viveresenzasupermercato.it.

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