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31 Mar 2020

Comprendere e gestire emozioni e relazioni in questo periodo

Scritto da: Emanuela Sabidussi

Come riconoscere e gestire le emozioni, spesso mutevoli e contrastanti, che proviamo in questo periodo? Come cambiano le relazioni di coppia e familiari con la convivenza prolungata e forzata cui ci troviamo costretti? La sovra informazione mediatica influisce sulle nostre menti? Perché alcune persone sono alla ricerca costante di qualcuno da odiare? E come gestire il tempo ora che ha assunto una nuova dimensione? Ne abbiamo parlato con Giulia Rosoni, psicologa e socia di Italia che Cambia.

Paura e rabbia. Ho vissuto queste ultime settimane come una grande altalena emotiva: se inizialmente mi ero quasi convinta che i media stessero sovradimensionando il pericolo sanitario dovuto al diffondersi del coronavirus (provando dunque una totale indifferenza verso l’allarmismo che iniziava a farsi strada), nelle settimane successive sono passata attraverso stati di paura, poi ansia, preoccupazione, insofferenza e infine rabbia. Non sempre erano emozioni consapevoli, ma attraverso sogni, reazioni non controllate e momenti di ascolto profondo, le vedevo lì: pronte a prendere spazio senza chiedere il permesso dentro di me. Non sapevo da dove venissero, né tantomeno il motivo per cui si trovassero lì e mi sono dunque preoccupata.

Mi sono chiesta come facessi a non conoscermi: sono trentadue anni che convivo con me stessa e ancora non ho consapevolezza di me e delle mie emozioni. Ancora, dopo così tanto tempo, mi capita di scoprire che avverto paura attraverso la mia pancia che si indolenzisce, o che provo rabbia perché d’improvviso mi trovo ad alzare la voce verso qualcuno o qualcosa. Sono consapevole del fatto che non siamo le nostre emozioni, ma in quanto osservatrice di esse, mi sono chiesta in queste settimane cosa mi stessero comunicando, perché fossero apparse, cosa si nascondesse dietro e come poterle esprimere, come dare loro voce. Costretta a casa come tanti di noi mi sono trovata a riflettere su cosa volessero dire per me le parole libertà e consapevolezza.

Volendo sfruttare questo tempo di pausa che ci è stato regalato, seppur non scelto, ho chiamato la mia amica e socia di Italia che Cambia Giulia Rosoni: psicologa esperta del ruolo dei media e di stereotipi di genere, impegnata nella lotta alla discriminazione e alla violenza di genere e di stampo trans-omofobico, promuove e partecipa a progetti di educazione emotiva e relazionale pensati per scuole di ogni ordine e grado. Ho pensato di porre a lei tutte le domande che occupavano la mia mente, senza trovare risposte abbastanza esaustive e soddisfacenti. Condivido con molta gioia ed emozione quanto appreso da Giulia, sperando possa essere d’aiuto anche ad altre persone a comprendersi meglio e ad accettarsi un po’ di più, soprattutto in questa situazione così particolare che stiamo vivendo.

In questo momento di pandemia, in cui l’invito è quello di rimanere ognuno nella propria abitazione ci si trova a vivere inevitabilmente in uno spazio e in un tempo non scelti. Come cambiano, se cambiano, secondo te le relazioni in tempo di Covid?
Ciò che ti posso riportare come impressione professionale e personale di questo momento è che c’è un aumento di intolleranza generale verso le persone con cui si vive. Credo che questo dipenda molto dal fatto che non siamo molto abituati a trascorrere così tanto tempo in contatto con le persone con cui viviamo. Tutto ciò penso che dia la misura di come viviamo il nostro tempo: siamo inghiottiti dalle nostre giornate, da quello che facciamo, da ciò che siamo obbligati a fare, che non abbiamo scelto.

Può essere forse questa un’occasione per prendersi cura di noi e delle nostre relazioni?
Mi vien da dire che non abbiamo altra scelta. Questo periodo così particolare deve diventare un momento di stimolo per migliorarci e migliorare le nostre relazioni. Ben venga dunque doverlo fare. Sfruttiamo questo periodo; abbiamo un’occasione importante, non facciamocela sfuggire dalle mani.

Quali sono gli effetti sulla psiche di una quarantena che sia obbligatoria o volontaria?
Non lo so: è una situazione in cui non mi sono mai trovata e che non ho approfondito. Ciò che percepisco io è un aumentato senso di allerta verso l’esterno: credo che difficilmente finito tutto riusciremo a tornare alla normalità rapidamente. Faremo fatica, avremo un senso di distanza, sospetto e cautela verso l’altro. Per quanto riguarda la quarantena ho notato un iniziale tranquillità, quasi dispercezione, che poi si è trasformata nei giorni a seguire in insofferenza, paranoia, senso di depressione. Con il passare del tempo però, ogni mente può riuscire ad attingere alle proprie risorse, reagisce per ritrovare un nuovo senso di libertà, che seppur mutato è ugualmente reale.

Accendendo la televisioni e aprendo i giornali la corsa delle informazioni sui numeri – di decessi, ricoveri ecc- è continua: siamo sottoposti ad una corsa di interviste, inchieste, reportage. Come incide la sovra informazione nelle nostre menti? È d’aiuto o no?
Questo eccesso di informazione di questi ultimi giorni lo definirei pornografico, in quanto credo sia assolutamente disfunzionale. Se lo scopo più alto è far capire alle persone la pericolosità della situazione è fallimentare, in quanto raggiunto un certo livello della curva di comunicazione persuasiva, la persona si chiude, non ascolta più, non è più in grado di assorbire ulteriori informazioni. Le persone che non si sono ancora convinte a starsene a casa, non lo faranno più, dunque il continuare a proporre informazioni no stop, non avrà effetti su di loro.

La paura (della morte, della malattia, di non poter uscire di casa, del contagio) è un’emozione molto diffusa in questo periodo: è sano provarla?
La paura di per sé è fondamentale: è l’emozione della sopravvivenza. La paura ci permette di mettere in atto tutti quei comportamenti utili e funzionali per far fronte al pericolo. Essa diventa disfunzionale quando si trasforma in panico, o in ansia e ti spiego il perché: la paura richiede una reazione veloce e ragionata, quando però si trasforma in panico non permette questo tipo di azione. Quando siamo in panico non sappiamo più cosa dobbiamo fare.

Che relazione c’è tra la paura e l’ansia?
Possiamo dire che l’ansia in alcuni casi è la manifestazione disfunzionale della paura. L’ansia è più prolungata nel tempo, e spesso ci blocca, e ci stanca. Ricordiamoci anche che alcune volte la paura può trasformarsi facilmente in rabbia e la ragione credo sia da cercare fuori da noi: viviamo in una società in cui alcune emozioni – come la rabbia – sono più facilmente accettate, mentre altre – come la paura – no. Se io mi sento impotente verso qualcosa è molto facile che trovi un modo per reagire a questa impotenza. Mi sento inerme e sentirmi così mi fa arrabbiare: ho paura e attacco.
Ma questo non vuol dire che le emozioni si cancellino o che si trasformino, semplicemente si stratificano: la rabbia, ad esempio in questo caso, andrà solo a coprire la paura.

Come poter gestire la paura, se comprendiamo che in questo periodo sta prendendo piede dentro di noi?
Se sento che la paura sta prendendo il sopravvento come prima cosa posso andare sul sito dell’ordine degli psicologi e chiedere aiuto. Viviamo fortunatamente in un periodo tecnologico in cui possiamo chiedere e ricevere aiuto anche a distanza. La paura, comunicativamente parlando, ha necessità di essere rassicurata. Come prima cosa dunque possiamo chiedere sostegno, ma se sento che questa paura non sta prendendo il sopravvento, ma semplicemente c’è, esiste in me, forse posso provare ad imparare a starci, a convivere con questa emozione.

Le emozioni non sono cattive, emergono per comunicarci delle cose ed è fondamentale imparare a starci, a viverle, perché scappare dalle nostre emozioni porta a non riuscire a stabilire relazioni sane e a stare in casa con la persona che ci siamo scelti per più di due giorni. Se non sto nell’emozione, come posso comprenderla ed affrontarla? Non è banale o semplice riuscire a non fuggire dalle nostre emozioni: siamo abituati a sentirci dire che dobbiamo controllarle, ma non è così. Le emozioni vanno conosciute, riconosciute e poi accettate. Se fingo di non provare le emozioni che sento, come faccio a chiedere aiuto ad altri? Credo che se riuscissimo ad imparare ora a fare questo passo, sarebbe una sfida incredibile, un salto evolutivo non da poco.

Ho notato che in alcuni casi la paura si insinua maggiormente in alcune persone, piuttosto che in altre. Da cosa dipende?
Dipende molto dalle singole persone e dal loro percorso, dalla loro storia: quanto sono state educate a sentire le loro emozioni? Quanto sono in contatto con esse? Credo che chi fosse fortemente repressa a livello emotivo già prima della pandemia, o molto emotivo ma con poco controllo, in questa momento abbia più probabilità di “scoppiare”.

Sino a qualche settimana fa ci lamentavamo che ci mancava il tempo, ora molti di noi se ne ritrovano in abbondanza e magari non sanno come poterlo sfruttare. Tu come vivi l’aspetto del tempo mancante prima e in abbondanza ora?
Penso che in alcuni casi quando ci lamentiamo di non avere tempo a sufficienza, lo facciamo con un punto di vista molto individualizzato: ovvero intendiamo dire che abbiamo poco tempo per noi stessi, per fare quelle cose che vorremmo fare se non dovessimo lavorare, se non dovessimo tornare a casa dal nostro compagno, se non ci sentissimo costretti trascorrere tempo con qualcuno, o rispondere ad un bisogno espresso da altre persone. Da questo punto di vista la situazione di quarantena non sta aiutando a recuperare il tempo dedicato a noi stessi. Ci sta, anzi, mettendo davanti al fatto che in qualche modo sono le relazioni che ci pesano. Abbiamo bisogno delle relazioni come l’aria, ma non siamo educati a cosa vuol dire avere relazioni e ancor meno alle responsabilità che ciò comporta.

A livello interpersonale ci troviamo davanti ad una forte ambivalenza: a livello valoriale sappiamo che i nostri bisogni sono importanti, tanto quanto quelli delle persone che ci sono vicine, ma non sempre la teoria e la pratica coincidono. Quando la relazione mette in moto tutte le azioni che io devo fare per la persona che mi sta accanto allora andiamo in tilt.

Abbiamo un forte bisogno dell’altro, ma non riusciamo a reggere il fatto che l’altro abbia bisogno di noi. Non abbiamo abbastanza strumenti. Credo fortemente che ci sia una grande necessità di educazione a cosa vuol dire prendersi cura di sé e degli altri: permetterci di prenderci i nostri spazi, di ascoltarci con equilibrio. Mi sembra di percepire come mamma e come psicologa da una parte persone con un totale ascolto su di sé a discapito degli altri, o dall’altra un ascolto esclusivamente sugli altri.

Se ci si accorge di non aver avuto strumenti. Come sfruttare questo tempo?
Se già ci si pone questa domanda e si è consapevoli di avere questo limite, forse ci si trova ad un livello successivo. È difficile avere una visione distaccata sul proprio pezzettino nelle situazioni quotidiane. Se ci accorgiamo che vorremmo ampliare la consapevolezza di noi stessi, propongo di partire da esercizi piccoli, ma con un impatto grande, come ascoltarsi minuto per minuto, interrogandoci su cosa voglia dire per noi provare benessere: azioni pratiche, gesti che sentiamo che ci fanno stare bene.

Ho visto in questi giorni un meme su Facebook di due scoiattoli con un’area intorno che rappresentava ciò che noi possiamo controllare e vi erano azioni come ciò che mangiamo, sentiamo, proviamo. Al di fuori vi era una seconda area: ciò che non possiamo controllare perché dipendono da altri. Iniziamo dalle prime, le secondo arriveranno. Non abbiamo più scuse per non assumerci la responsabilità di stare bene, di prenderci i permessi che non ci siamo mai dati di essere importanti per noi e per noi e per gli altri.

Come aiutare ed espandere la consapevolezza delle emozioni a persone che abbiamo vicine?
Per i casi limite ripeto che bisogna farsi aiutare da persone competenti. In tutti gli altri casi una volta che ognuno di noi è a contatto con le proprie emozioni, saremo anche in grado di vedere negli altri i momenti di fragilità e di aiutarli. La paura ci richiederà di essere rassicurata, la rabbia di essere accettata e accolta. Una volta che abbiamo acquisito la cassetta degli attrezzi delle emozioni possiamo usarla anche con le persone a noi vicine.

Abbiamo assistito all’odio verso gli immigrati prima della pandemia, appena scoppiata a quello verso i cinesi, ora verso i corridori. Perché alcuni di noi sono alla ricerca costante di qualcuno con cui prendersela?
La rabbia ha conseguenze impattanti verso gli altri solo quando non viene ascoltata: essa si presenta per comunicarci che la situazione che stiamo vivendo non la si ritiene giusta. La rabbia non ha per forza delle ripercussioni negative sugli altri, non deve per forza scaturire in aggressività o violenza, queste arrivano da un’emozione non ascoltata: molto spesso si tratta di rabbia parassita che copre altre mille emozioni.
Come per quanto riguarda la paura, anche la rabbia è legittima in questo momento, e se la vediamo in noi cerchiamo di ritagliarci molti più momenti per noi stessi, per ascoltarci. E là dove sentiamo che queste emozioni non le riusciamo a gestire, chiediamo aiuto.

E chi si trova a convivere con un “odiatore seriale”, come e se può aiutarlo?
Mi verrebbe da dire che chi convive con persone così, è difficile che non se siano accorte prima. Possiamo dotarci della pazienza che ci ha fatto scegliere una persona così. Probabilmente si tratta di persone che provano molta rabbia, ma che sono poco in contatto con le loro emozioni. Abbiamo un viscerale bisogno di scaricare la nostra rabbia verso qualcuno, non possiamo accettare che è più che legittimo provare rabbia in questo momento, in questa situazione. Credo sia fisiologico e normale provare ed esprimere la propria rabbia, ovviamente se questa non ha ripercussioni di nessun tipo su altre persone.

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