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30 Apr 2020

Il progetto di ospitalità diffusa che in montagna riscopre la vita comunitaria

Scritto da: Lorena Di Maria

Alessandro Boggio Merlo è un ragazzo biellese che sta dando vita al sogno di quando era bambino: fuggire dalla città per ritornare in montagna e recuperare i vecchi casali di famiglia da tempo abbandonati. In Valle Cervo, nel biellese, sta realizzando un progetto di ospitalità diffusa, per ripopolare la frazione soggetta allo spopolamento e far conoscere tutta la bellezza del mondo alpino.

Il Piemonte è costellato di borghi e frazioni. Piccole, vivaci e caratteristiche, sono l’anima di una montagna che custodisce le bellezze più autentiche. E nonostante il processo di spopolamento che da anni ha insistentemente svuotato questi luoghi dai suoi abitanti, attirati dal fascino della città, c’è chi della montagna è rimasto innamorato, facendole la promessa che un giorno sarebbe tornato da lei.

Quella che vi raccontiamo oggi è la storia di Alessandro Boggio Merlo e di Cubit – Case di Montagna, il suo progetto di ospitalità diffusa. Ci troviamo a Rialmosso, una piccola frazione situata nella splendida cornice della Valle Cervo, un luogo ancora autentico e incontaminato in territorio biellese. Il progetto nasce dal forte desiderio di ritornare alle origini, a quella semplicità che solo la montagna sa offrire, per condividerlo con chi questa bellezza non ha mai avuto la possibilità di viverla appieno.

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«In Valle Cervo si trova la vecchia casa di famiglia, nella quale fin da piccolo mi recavo tutte le estati e durante i weekend. Da sempre sono stato legato a questo territorio. E quando sono cresciuto, mentre i miei compagni partivano per l’Erasmus, io mi sono trasferito in montagna e lì ho deciso di vivere, per realizzare quel sogno che custodivo da quando ero bambino».

Rialmosso conta oggi un totale di 30 abitanti e, nel tempo, la perdita delle usanze e dei dialetti è diventata sempre più evidente. Alessandro ha così deciso di fare ciò che nessuno prima di lui era riuscito a realizzare: rispondere allo spopolamento con un progetto di ospitalità, per far rivivere la frazione e preservare il patrimonio esistente.

«Nel mio percorso di studi ho deciso di frequentare un master in management dell’ospitalità per realizzare il mio progetto, e, supportato da Luca Savoja, insegnante di sociologia, ho acquisito tutte le conoscenze per mettere in pratica la mia idea di ospitalità diffusa. Così ho iniziato a restaurare le vecchie case di famiglia ormai in stato di decadenza».

Lo scopo del progetto è mettere queste case di montagna a disposizione di altre persone affinchè anche loro possano riscoprire, lontano dalla città, quella magia caratterizzata dalle tradizioni locali, dalla sacralità dello scandire lento del tempo e dall’inconfondibile odore dell’erba dei pascoli negli alpeggi.

Come ci spiega Alessandro, non si vuole creare un modello turistico ma un modello che usa il turismo e l’ospitalità per valorizzare il territorio. Il progetto è stato pensato a moduli, affinchè ogni abitazione possa essere indipendente e realizzata in tempi diversi e proprio quest’estate dovrebbero terminare i lavori della prima abitazione, che verrà aperta agli ospiti.

«Il progetto prevede la presenza di spazi comuni dove le persone che giungono hanno la possibilità di conoscersi e avvicinarsi alla cultura nostrana riscoprendo, insieme, le vecchie attività del mondo di montagna. Imparare a fare la polenta, andare a funghi, coltivare l’orto rispettando le caratteristiche climatiche del luogo, fare passeggiate ed escursioni, cucinare piatti tipici».

Ci saranno stanze private ma anche spazi comuni in cui vivere la vita alpestre così com’era e in un’ottica fortemente comunitaria. Proprio come la vita di un tempo, che si svolgeva sia fuori casa, dove ci si dedicava ad attività artigianali, sia all’interno, attorno a un camino acceso.

«Qui non ci saranno turisti ma residenti, anche solo per un giorno e daremo il benvenuto a tutte quelle persone curiose che abbiano voglia di scoprire questi luoghi». E il sogno che sta realizzando Alessandro è quello di creare una rete di persone che sul territorio si occupano di turismo sostenibile, formazione culinaria, organizzazione di eventi, da mettere al servizio degli ospiti.

«Per me è importante che il paese non diventi un “paese-albergo” quanto piuttosto un paese diffuso, dove ci possa essere una contaminazione tra chi arriva e ha voglia di riscoprire le bellezze della montagna e chi già vive in questo luogo, trasmettendo le vecchie tradizioni e gli antichi saperi».

L’esempio di Alessandro testimonia la forte volontà di molti giovani di ritornare alla montagna e di riscoprire il grande potere dei piccoli borghi intrisi di storia e umanità, che propongono nuove forme dell’abitare. E la ripartenza, soprattutto in questo stato di emergenza che ci troviamo a vivere, non può che ripartire da questi luoghi e da sogni grandi e autentici come quello di Alessandro.

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