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12 Giu 2020

Luca Bernardini e Baraclit: l’etica aziendale non va in quarantena

Baraclit è una delle aziende più rappresentative del Casentino. Abbiamo intervistato il suo Amministratore delegato, Luca Bernardini, per farci raccontare le vicissitudini legate a questo periodo così particolare. Fra rallentamenti nei cantieri, prudenza, misure di sicurezza e mille difficoltà, l’etica aziendale è stata comunque messa al primo posto, per garantire i pagamenti puntuali di dipendenti e fornitori.

Continua la nostra panoramica sulle realtà casentinesi in epoca di Covid-19. Qualche giorno fa Massimo Schiavo di CasentinoEbike ci ha raccontato come gli operatori del turismo, e in particolare del cicloturismo, si stanno preparando ad affrontare questa stagione anomala. Oggi è il turno di Baraclit, una delle aziende più grandi, storiche e iconiche del Casentino. Baraclit è leader in Italia nel settore dei prefabbricati in cemento per l’edilizia industriale e più di recente si è aperta al settore dell’edilizia sostenibile, con una divisione in forte crescita dedicata ai pannelli fotovoltaici e all’isolamento termico degli edifici.

Abbiamo contattato telefonicamente l’Amministratore delegato Luca Bernardini per sapere come l’azienda ha vissuto il periodo di lockdown, come si è attrezzata per la ripartenza e quali criticità e opportunità vede in questo momento storico.

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Luca Bernardini, amministratore delegato di Baraclit

Passiamo dal recente passato: come avete vissuto questa “quarantena” come azienda?
Quando è venuto fuori il caso di Codogno, verso la fine di febbraio, ci siamo subito messi in allarme, perché noi operiamo in tutta italia e avevamo svariati cantieri aperti in Lombardia. Cantieri in cui lavora anche in parte il nostro personale interno, montatori, autisti, responsabili di cantiere che fanno la spola (i cosiddetti “trasfertisti”) e avrebbero potuto facilmente riportare il virus anche qua. Motivo per cui fin dall’inizio come amministratore ho preso una posizione di cautela, dotando tutti gli uffici di gel sanificanti, mettendo cartelloni per educare alle buone regole di igiene personale, avevamo persino dato disposizioni al comitato che gestisce la mensa di disporre le sedute a scacchiera per mantenere un corretto distanziamento, cosa che aveva suscitato inizialmente anche una certa ilarità. Poi quello che è successo di lì a poche settimane ci ha dato ragione. 

Ho letto che siete stati fra i primi a chiudere.
Sì. Per un po’, pur con un atteggiamento di cautela, abbiamo cercato di continuare a produrre. Poi attorno al 12 marzo, dopo che era stata dichiarata la pandemia globale dall’Oms, la situazione si è fatta più difficile: il livello di allerta sanitario continuava a salire, i clienti iniziavano a rallentare o a rimandare i lavori, anche quelli con contratti già firmati e progetti approvati, mettici anche che in alcune zone stavano chiudendo gli alberghi e i ristoranti e non sapevamo dove far dormire e mangiare i trasfertisti e che la logistica sui cantieri stava diventando impossibile… insomma ci siamo trovati a dover sospendere del tutto sia la produzione che il lavoro nei cantieri. Di fatto siamo stati fra i primi a chiudere, anticipando di una decina di giorni la chiusura delle attività non essenziali, in cui saremmo comunque rientrati, che è stata stabilita dal governo il 25 di marzo.

Col senno di poi questa scelta vi ha penalizzato o avvantaggiato?
Direi che è stata provvidenziale! Intanto perché siamo riusciti a fare tutte le pratiche burocratiche per tempo, ad esempio siamo riusciti ad avere l’approvazione dell’INPS sulla cassa integrazione molto velocemente, fra i primissimi in Toscana. Ci siamo attrezzati con le banche per avere maggiore liquidità, con i sindacati per fare tutte le procedure legate agli ammortizzatori sociali. Abbiamo avuto il tempo di gestire la situazione con i fornitori, concordare le consegne di tutti i materiali, perché Baraclit, soprattutto qui in Casentino, si porta dietro tutto un indotto, ci sono tantissime aziende più o meno grandi che vivono e lavorano in gran parte per noi, quindi dovevamo anche dare tempo ai nostri fornitori di organizzarsi. 

E non ultimo, abbiamo probabilmente scongiurato un focolaio di infezione: recentemente abbiamo fatto una campagna di test sierologici volontaria su tutta la nostra forza lavoro ed è emersa una percentuale non trascurabile di positivi al test, risalenti probabilmente ai primi di marzo; se avessimo tenuto aperto per altre due settimane questi casi si sarebbero potuti trasformare in un vero e proprio focolaio. Qui siamo stati anche un pizzico fortunati, ma in qualche caso la fortuna aiuta i prudenti invece che gli audaci. Quindi ecco, col senno di poi rifarei esattamente la stessa scelta.

Mi accennavi alla cassa integrazione: avete avuto problemi con i pagamenti dei dipendenti? E dei fornitori?
No, anzi. Per quanto riguarda la cassa integrazione avevamo due opzioni, che poi sono quelle classiche: o anticipare noi gli stipendi dei nostri lavoratori, ed essere successivamente rimborsati dall’INPS, o affidare all’INPS il pagamento diretto, con tutti i ritardi del caso. Avendo sufficiente liquidità abbiamo scelto la prima opzione, così perlomeno i dipendenti hanno ricevuto i loro stipendi regolarmente, seppur con le decurtazioni previste dalla cassa integrazione. 

Per quanto riguarda i fornitori ti posso dire con un certo orgoglio che abbiamo onorato tutte le scadenze di pagamento di marzo, aprile, maggio, senza neanche un giorno di ritardo. E non era scontato, visto che molti nostri clienti non sono stati altrettanto puntuali, anzi. Ci sono arrivate diverse e-mail di quelle preimpostate, che bloccavano tutti i pagamenti per l’emergenza Covid. Ma nonostante ciò, ecco, con i fornitori mi sembrava giusto rispettare le scadenze, anche perché sono aziende piccole, i loro costi sono più che altro spese del personale, e ad un dipendente glielo devi pagare lo stipendio. 

Adesso com’è la situazione?  
Dal 4 maggio hanno riaperto i cantieri, dall’11 anche la produzione. Però per adesso non è stata proprio una ripartenza, è stata più una riapertura diciamo. Il paradosso è che noi avremmo anche lavoro, però ci scontriamo con la burocrazia italiana, per cui ad esempio i comuni in questi 3 mesi sono stati praticamente fermi e non hanno rilasciato licenze edilizie. Noi facevamo lo smart working mentre loro hanno fatto lo stop working. Quindi molti cantieri non sono proprio ripartiti. Poi mettici anche che gli stessi clienti hanno avuto i loro rallentamenti e chiusure, e adesso la loro priorità è quella di far ripartire il loro business principale, lasciando da parte nuove costruzioni. Aggiungici anche tutti questi protocolli covid, che soprattutto nei cantieri sono difficili da applicare e rallentano molto i tempi, ed ecco che i tempi si diluiscono e la ripartenza diventa faticosa. Soltanto adesso la situazione si sta un po’ normalizzando e dalla metà di giugno in poi siamo fiduciosi di tornare a una certa continuità. 

Tu hai un punto di vista privilegiato sul territorio del Casentino e sul tessuto di piccole e medie imprese, botteghe e aziende che lo caratterizzano. Com’è la situazione da quel punto di vista?
Guarda non è così diversa dal resto d’Italia. Complessivamente abbastanza disastrosa: molti settori sono colati a picco, dall’automobile, alla meccanica, al lusso. Per non parlare del turismo. Abbiamo dei clienti che sono delle lavanderie industriali, lavano per gli hotel, per i ristoranti: ecco tutta la filiera del turismo è stata messa in ginocchio, così come il settore del vino, soprattutto quello di livello alto che trovi in enoteca o al ristorante. Ora capiremo cosa succederà da qui in avanti, ma la sensazione non è buona.

Poi certo, ci sono alcuni settori, pochi, che hanno tenuto bene. Ad esempio la filiera alimentare, dalla produzione, pur con qualche problema legato agli stagionali, alla distribuzione. In fin dei conti queste crisi ti riportano ai bisogni autentici, ai beni essenziali, tipo mangiare, coltivare la terra. 

E anche tutto il mondo del digital. Noi ad esempio siamo sia fornitori che clienti di Aruba che ha sede qui in Casentino, stiamo realizzando per loro un impianto fotovoltaico sul loro data center di Bergamo, e devo dire che il settore del cloud, dei data center, agli e-commerce, a tutto ciò che è digitale ha avuto un grosso impulso. Noi stessi tuttora abbiamo più della metà dei nostri impiegati in smartworking e siamo diventati tutti bravi con le varie piattaforme digitali. 

Infine c’è qualche nicchia, ad esempio con il bonus bici chi produce biciclette e bici elettriche ha avuto un boom di ordini, ma sono appunto delle nicchie.

Per quanto ci riguarda, l’unica cosa che sta veramente andando bene, di cui sono molto contento e orgoglioso è il filone della produzione elettrica attraverso il fotovoltaico, il nostro settore energy. 

Interessante…
Già. Quello sarà l’unico settore quest’anno che avrà il segno positivo nel nostro portafoglio di attività, con una crescita anche importante visto che abbiamo tanti progetti in corso. È una tecnologia ormai matura che è molto competitiva anche senza nessun tipo di incentivo, visto che nel mondo industriale non ci sono gli ecobonus, che sono riservati al settore residenziale.

Noi abbiamo da un po’ di tempo questa attività che inizialmente era piccola all’interno dell’attività costruttiva principale, mentre ora devo dire che sta prendendo sempre più piede, tant’è che stiamo incentivando sempre di più quello che chiamiamo energy building, ovvero costruzioni sostenibili, che dispongano di sistemi di autoproduzione di energia e di prestazioni termiche elevate. Poi è chiaro che la sostenibilità di un nuovo fabbricato dipende molto da dove lo fai: un conto è se quel fabbricato va a consumare del suolo, un altro se va a sostituire un vecchio fabbricato, che magari ha l’amianto, o che non è adeguato termicamente. Solo che lì dipende anche dalle politiche dei comuni… 

Già. Mi sembra di capire che i comuni per voi siano più che altro un ostacolo.
Sì. I comuni spesso non funzionano un granché bene, proprio come macchina amministrativa. Innanzitutto sono lenti. Poi fanno scelte discutibili, che finiscono per penalizzare le aziende più sane del loro territorio. E poi c’è tutta la questione degli oneri urbanistici. In un paese sano sia a livello statale, che regionale, che locale dovresti andare verso il consumo di suolo zero. Ci sono tante aree dismesse, tante case fatiscenti da demolire e sostituire con edifici antisismici, termicamente isolati, dotati di impianti fotovoltaici. In quel modo riqualifichi il territorio e metti in moto una filiera di investimento. Invece i comuni spesso pensano a prendere l’onere di urbanizzazione, senza pensare al bene del territorio.  

Cambiando discorso, questo è stato per molti un periodo introspettivo, in cui farsi domande e ripensare alcuni aspetti della propria vita. È stato così anche per te?
Sai, gestendo un’azienda così grossa e con le tante problematiche del caso, tanto tempo per pensare non l’ho avuto ecco, se devo essere proprio sincero. Ero sommerso di lavoro dalla mattina alla sera. Ma nonostante ciò alcune riflessioni le ho fatte. Ad esempio, ho capito ora più che mai che le aziende sono fatte dalle persone e dalle relazioni. Ho visto l’importanza di fare le videoconferenze, anche solo per vedersi, aggiornarsi sulla situazione. È stato molto bello questo spirito di appartenenza. 

Un altro aspetto interessante, e qui il Casentino aiuta, è stato osservare l’alternarsi delle stagioni, passare dalla neve alla Primavera, poi al caldo, vedere come la natura si è riappropriata dei propri spazi, anche qui in Casentino dove di spazio ne ha sempre avuto tanto. Tant’è che quest’anno ho deciso che le mie vacanze le passerò qui e farò tante belle camminate, voglio godermi il territorio ecco. Il mio radicamento al territorio si è rafforzato sicuramente, in questo periodo.

E il futuro? Come lo vedi?
Io penso che se l’Italia vuole avere veramente un futuro, deve investire in cose che abbiano un senso. Lo Stato sta spendendo soldi a debito, i soldi dei nostri figli, nipoti e pronipoti. Mi auguro che questi soldi vengano spesi anche per loro, per il futuro. Che non vengano sprecati per sostenere i consumi o per tenere in vita imprese comunque destinate a morire. 

Ci sono così tante imprese sostenibili che creano lavoro. Oppure potremmo dare una mano a tutte quelle aziende scottate dalla pandemia che voglio riportare la produzione, o parte di essa, in Italia.

E poi ci sarebbero le infrastrutture da mettere in sicurezza: noi andiamo in giro con gli automezzi trasportando pesi eccezionali in un paese dove i ponti crollano, il ponte Morandi, il ponte Aulla. Perché invece di progettare grandi opere inutili come il Tav, non investiamo i soldi in un piano straordinario di manutenzione o ricostruzione delle strutture che già esistono? O per mettere in sicurezza il nostro territorio dal dissesto idrogeologico?

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