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27 Nov 2020

I soldi danno la felicità

I soldi possono dare la felicità perché hanno la capacità di attivare circuiti virtuosi e valorizzare il bene comune, ma possono anche essere fonte di ingiustizia e sofferenza. Ma qual è spartiacque? Ne parlano in modo leggero e alla portata di tutti Ugo Biggeri – presidente di Etica SGR – e Cristina Diana Bargu, giornalista e collaboratrice di Italia Che Cambia.

“Attraverso i soldi possiamo dare il giusto riconoscimento al lavoro delle persone e far fiorire i progetti che riteniamo virtuosi. Il valore dei soldi sta nelle relazioni e nel bene comune che aiutano a generare. In questo senso sì: i soldi danno la felicità”.

Ecco spiegato in poche parole un titolo che, a prima vista, potrebbe far storcere il naso a qualcuno. Al contrario, racchiude ottimamente il senso del lavoro di Ugo Biggeri – ex presidente di Banca Etica e attuale presidente di Etica SGR – e di Cristina Diana Bargu, giornalista e collaboratrice di Italia Che Cambia. Il loro intento è spiegare attraverso le pagine di “I soldi danno la felicità” i meccanismi che regolano argomenti quali finanza, banche, investimenti e altri ambiti rispetto ai quali normalmente ci sentiamo poco attratti, poco competenti e, di conseguenza, poco informati.

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Ugo Biggeri

Com’è nata l’idea di scrivere questo libro?

(Risponde Diana) Il libro è nato a partire dalla rubrica radiofonica “I soldi danno la felicità” del programma Caterpillar di Rai Radio 2. Un’esperienza, questa, che ha visto Ugo trattare vari temi della finanza e dell’economia in modo semplice e divertente per cinque minuti a settimana lungo 48 puntate. Terminata la rubrica, visto che il materiale emerso si era rivelato interessante, la casa editrice Chiarelettere ha proposto la stesura e la pubblicazione di un libro che riprendesse un po’ quello spirito leggero che aveva caratterizzato le puntate. Per curare la struttura del libro, reinventare e riadattare il linguaggio, Ugo, in accordo con l’editore, ha coinvolto me.

Ritenete che in ambito finanziario ci sia bisogno di maggiore informazione, ancora prima che di consapevolezza?

Informarsi già non è facile e quando si tratta di finanza la complessità aumenta ancor di più. Oscuri slang specialistici, difficoltà a rivedere in acronimi e cifre il romanzo avvincente che i soldi di tutti noi stanno contribuendo a scrivere… e poi, diciamolo, la matematica fa sempre un po’ paura! Capire le informazioni è senz’altro importante, ma anche il buon senso può fare molto per attuare delle scelte finanziarie più consapevoli. Come il consumo consapevole ci ha invitati a porci domande sui nostri acquisti, una finanza consapevole parte dal chiederci come risparmiamo e investiamo il nostro denaro, e che tipo di mondo i nostri soldi, tanti o pochi che siano, contribuiscono a disegnare.

I Soldi danno la Felicità
Corso semiserio di sopravvivenza finanziaria

Visto che il libro è incentrato sul denaro potrebbe sembrare un paradosso, ma fra i vostri obiettivi c’è anche quello di promuovere un’economia del dono e dello scambio, almeno parzialmente svincolata dalla moneta?

Il libro è un invito a porsi delle domande attorno ai soldi, a destrutturare l’idea che di più sia sempre meglio che di meno, a ricordarci, banalmente, che il tempo non è denaro. L’economia del dono non si contrappone dunque per noi ai soldi, è un altro modo di scambiare che sottintende una diversa visione dei soldi e dell’economia. I gesti generosi sono sempre rivoluzionari, anche quando piccolissimi, perché aprono orizzonti diversi, mostrano che si possono fare ragionamenti economici diversi creando benessere.

La finanza convenzionale viene vista principalmente come un coacervo di speculazione, disuguaglianze e sfruttamento. È possibile per la finanza etica ritagliarsi uno spazio in un simile scenario?

Lo ha già fatto. Il problema sarà riuscire a influire di più e in parte, almeno sul clima, sta succedendo. Certo, per ora i cambiamenti di fondo – ad esempio una tassa sulle transazioni finanziarie o i disincentivi agli investimenti con impatti sociali e ambientali negativi – sono di là da venire, ma restiamo fiduciosi.

Uno dei concetti chiave del vostro lavoro è che ciascuno di noi ha il potere di determinare lo scenario politico ed economico attraverso le proprie scelte. Qual è il modo migliore di farlo?

Non c’è un solo modo di farlo. Come la biodiversità è sinonimo di ricchezza in natura, così nello sforzo di disegnare assieme un futuro migliore è utile adottare tante risposte diverse. Finanza etica, commercio equo e solidale, gruppi di acquisto solidale, bioedilizia, cooperazione internazionale, accoglienza, diritti civili, efficienza energetica, energie rinnovabili, vita comunitaria, consumo responsabile, boicottaggi, azionariato attivo, recupero di beni usati, agricoltura biologica, filiera corta, cooperazione sociale, promozione di leggi diverse, petizioni… Fra i tanti volti possibili del cambiamento alcuni ci sono più affini, altri ci lasciano più indifferenti, ed è buona norma partire da quello che ci attrae di più con la rassicurazione che la strada da percorrere è una strada condivisa e che non dobbiamo, da soli, farci carico di tutto, tutto insieme. Nel libro in questione, ovviamente, ci concentriamo di più sull’uso del denaro, una via trasversale e quotidiana per sostenere il cambiamento e dare energia al mondo che vorremmo vedere.

Oltre ad avere la possibilità di influire positivamente, ciascuno di noi attraverso il disinteresse o la disinformazione è ingranaggio inconsapevole del “lato oscuro” del sistema finanziario. Potete fare qualche esempio di come questo accade?

Accade perché i soldi si muovono ovunque nel mondo senza alcun bisogno di chiedercelo. Banalmente, per esempio, mettiamo i nostri risparmi in banca senza sapere che cosa andranno a finanziare. O investiamo in un fondo solo guardando a nostro possibile rendimento e magari stiamo finanziando l’estrazione del petrolio. Poi magari andiamo a manifestare, sosteniamo movimenti come i Fridays for Future, ma in quello stesso momento, anzi, 24 ore su 24, i nostri soldi stanno alimentando il contrario del mondo che vorremmo costruire. E poi anche quando sprechiamo i soldi pubblici o vediamo gli sprechi e non li impediamo contribuiamo a una spirale negativa.

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