5 Feb 2021

Péguanéigra, il laboratorio di falegnameria che fa impresa con chi sta ai margini

Scritto da: Valentina D'Amora

Oggi vi raccontiamo la storia di una bottega artigiana che lega arte e imprenditoria sociale, innescando preziose opportunità di lavoro per persone in difficoltà. Un laboratorio artistico che “fa impresa” per gli ultimi, per gli esclusi, per chi vive ai margini.

Ad accoglierci in laboratorio c’è Marco Rossi, un artista genovese che fino a pochi anni fa scolpiva l’ardesia nel centro storico, nel suo laboratorio in Vico Lepre. Poi, nel 2012 inizia a lavorare nella cooperativa Jobel come docente al corso di falegnameria rivolto alla comunità di minori e da allora il progetto si è evoluto, pur mantenendo il suo taglio sociale.

Nell’atelier si vedono i diversi macchinari utilizzati dallo staff del laboratorio e tutti i manufatti realizzati a mano dai ragazzi: si va dalla piccola oggettistica a prezzi popolari, come portachiavi, sottopentola, giochi educativi, sino ai mobili e agli oggetti d’arredo, dalla progettazione e costruzione sicuramente più impegnativi. Vedo anche un Pinocchio ad altezza quasi naturale, realizzato da zero dai ragazzi insieme a Marco, grazie alle suggestioni dei suoi anni artistici, in cui ha saputo mescolare varie esperienze, tra cui il ricalcatore dei soggetti Disney.

Peguaneigra

LO STAFF

Da nove anni Marco tesse la sua inclinazione artistica con il sociale, coinvolgendo, attraverso la cooperativa, i richiedenti asilo all’interno di percorsi formativi finalizzati all’inserimento lavorativo. Insieme a lui ci sono anche Alex e Malick, gli aspiranti artigiani che, sotto la sua guida, realizzano le creazioni di Péguanéigra. Alex è nigeriano e Malick senegalese, vivono qui da qualche anno, dopo un viaggio lungo una vita. Sognano l’autonomia con un lavoro stabile, imparando un mestiere che sperano dia loro un futuro. 

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«In questi anni ho conosciuto tantissimi ragazzi, tutti con situazioni pesantissime sulle spalle, ma che sono riusciti a riscattarsi. Ma ricordo bene di un ragazzino del Bangladesh, per esempio, mandato qui dai genitori per tentare la fortuna. Aveva lavorato qualche anno come saldatore sulle navi, dopodiché è stato assunto da noi part-time. Aveva sviluppato una certa manualità ed era molto portato per questo lavoro. Poi s’è trasferito a Milano, dove ha incontrato un ingegnere della Fincantieri di Monfalcone. Oggi è caposaldatore, è sposato e ha comprato casa. Sono passati anni, ma ci sentiamo ancora spesso: questa è una storia a lieto fine che mi è rimasta nel cuore e che mi piace raccontare».

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IL PUNTO VENDITA

«I progetti a breve termine di Jobel prevedono l’apertura di un negozio che unirà tutte le realtà della cooperativa, proponendo al pubblico i manufatti realizzati nei laboratori di sartoria e nella falegnameria sociale, oltre alle meravigliose creazioni di un ceramista». Un luogo fisico dove trovare tante creazioni “fuori dal coro”, piacevoli allo sguardo, perché ricche di una bellezza intrinsecamente diversa e apprezzabili proprio perché in grado di portare sollecitazioni estetiche nuove. Sta proprio qui il valore aggiunto della differenza, perché si trasforma in un modello alternativo di impresa.

Durante la nostra chiacchierata, Marco ha parlato spesso di “percorsi esistenziali” e penso a cosa significa etimologicamente questa parola: è uno spostamento lungo un itinerario, da un luogo all’altro. E mi piace pensare che un contesto come la cooperativa sociale Jobel, con tutti i suoi progetti in atto, possa traghettare le persone che vi entrano in contatto verso un approdo migliore di quello da cui sono partiti.

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