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25 Mar 2021

Assicuriamo il nostro futuro: lasciamo l’industria fossile senza polizze

Insure Our Future, in italiano Assicuriamo il nostro futuro, è una campagna per spingere le assicurazioni ad abbandonare l'industria fossile. Senza la copertura assicurativa, infatti, le aziende che non si impegnano nella transizione energetica verso fonti rinnovabili sarebbero impossibilitate a proseguire il loro business insostenibile.

Potremmo definirlo il tallone d’Achille dell’industria fossile, un elemento che sarebbe in grado di bloccare da solo il proliferare di un settore che, a causa delle emissioni dirette e indirette che genera e delle risorse che consuma, è fra i più insostenibili del Pianeta.

Questo punto debole sono le assicurazioni, fondamentali e vincolanti per qualsiasi attività: “La costruzione e il mantenimento di miniere di carbone, centrali elettriche e oleodotti dell’industria dei combustibili fossili dipendono dalla copertura assicurativa”, scrivono i promotori della campagna permanente Insure Our Future, in italiano Assicuriamo il nostro futuro.

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Insure Our Future è una rete globale di realtà associative, movimenti e ONG – al suo interno figurano sigle come Greenpeace, Re:Common, Sierra Club e tante altre – che ha appunto l’obiettivo di fare lobbying per favorire la transizione energetica e porre degli ostacoli alla proliferazione di carbone, gas e petrolio – il nome con cui è nata l’iniziativa era ispirato al mondo social: Unfriend Coal, ovvero “rimuovere il carbone dagli amici”.

Com’è noto, i costi ambientali dell’industria fossile sono enormi; basti pensare che carbone, gas e petrolio sono responsabili dell’80% delle emissioni mondiali di anidride carbonica e che l’inquinamento generato da queste fonti energetiche uccide approssimativamente nove milioni di persone ogni anno.

Anche i costi economici sono enormi, a fronte di guadagni altrettanto ingenti che però finiscono nelle tasche di pochi. Le compagnie assicurative americane ed europee investono ogni anno circa 600 miliardi di dollari nell’industria fossile, contribuendo ad alimentarla e, di conseguenza, a generare degrado ambientale.

Il paradosso è che proprio le assicurazioni sono gli enti che si fanno carico di coprire i danni causati da eventi estremi – uragani, siccità, inondazioni, incendi – le cui cause sono spesso riconducibili alla crisi climatica, a sua volta innescata dall’inquinamento generato dai loro assicurati, ovvero le aziende produttrici di combustibili fossili.

A parole il ramo assicurativo è un grande sostenitore della transizione, ma la campagna Assicuriamo il nostro futuro vuole far sì che a tali parole seguano i fatti. Per questo propone alcune azioni chiare e precise per favorire concretamente la diffusione di un modello energetico sostenibile:

  • Blocco delle polizze che assicurano progetti e società legati a carbone, petrolio e gas
  • Disinvestimento dall’industria fossile
  • Assicurazioni e investimenti a favore dell’economia low-carbon
  • Rimodulazione di tutte le attività finanziarie – incluse quelle degli azionisti e dei portatori d’interessi – in modo che rispettino gli Accordi di Parigi

Questa campagna ha già cominciato a generare risultati importanti. Nel 2019, 17 compagnie assicurative fra le maggiori al mondo – che controllano il 46,4% del mercato delle riassicurazioni e il 9,5% di quello delle assicurazioni primarie – hanno attuato politiche di uscita dall’industria fossile, che si sono sostanziate principalmente nel rifiuto di stipulare polizze per coprire miniere e centrali a carbone di nuova realizzazione.

Finora le iniziative di Assicuriamo il nostro futuro hanno generato un disinvestimento complessivo dall’industria fossile pari a quasi 9 miliardi di dollari da parte di più di 50 compagnie assicurative. Da pochi giorni anche AIA Group, il maggiore gruppo assicurativo asiatico, ha annunciato che attuerà politiche di sostegno alla transizione energetica, così come Swiss Re, la più grande compagnia di riassicurazione al mondo. Incoraggiante anche la decisione della tedesca AXA, che ha deciso di non assicurare più il gigante energetico RWE, giudicato troppo coinvolto nell’industria carbonifera.

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