4 Giu 2021

Antonio: “Lascio tutto e vado a vivere in un borgo abbandonato”

Scritto da: Emanuela Sabidussi

Questa è la storia di Antonio Caputo, un ragazzo nato e cresciuto in provincia di Torino che proprio nei mesi di blocco totale dello scorso anno decide di lasciare la città in cui viveva con la compagna e un figlio e trasferirsi in un piccolo borgo abbandonato nell'entroterra imperiese, che dista un quarto d’ora dai più vicini centri abitati. A distanza di un anno ci racconta cosa ha vissuto e come sta andando.

Imperia - Antonio Caputo è un ragazzo nato e cresciuto a Chivasso (TO) che trascorreva l’intero anno in città, ma d’estate si spostava per diversi mesi in Liguria, ad Arma di Taggia. I nonni che si prendevano cura di lui nei mesi estivi avevano casa vicino alla costa e un terreno che coltivavano in un piccolo borgo arroccato nell’entroterra, a Zerni, comune di Badalucco (IM).

Gli anni passano e Antonio, sempre più appassionato alla musica, si laurea e trova un lavoro stabile presso per una grande società nel settore amministrativo. All’età di 30 anni diventa padre. «Mi sono reso conto che lavoravo tanto, guadagnando poco», racconta. «Avevo un posto fisso, ma era molto stressante. Pagavo qualcuno che potesse crescere mio figlio mentre io passavo le mie giornate in un ufficio, occupandomi di numeri e di normative».

zerni

Insoddisfatto della sua vita, Antonio inizia a cercare idee in diversi canali di informazione per capire come poter migliorare le cose e scopre articoli che parlano dell’aumento di giovani che stanno riscoprendo l’agricoltura, scegliendo stili di vita più sostenibili e vicini alla natura. Un pensiero si inizia a insinuare nella sua mente: lasciare la città e il lavoro e andare a vivere insieme alla sua famiglia nel borgo di Zerni, il luogo dell’infanzia tanto amato, in cui i nonni coltivavano la terra, che nel frattempo rischiava di essere venduto.

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Decide quindi di lanciarsi in questo cambio vita. «Con la mia compagna Roberta abbiamo deciso di procedere per step. Per il primo anno mi sono spostato solo io per iniziare a fare i lavori e predisporre il loro trasferimento. Nel frattempo lei, che lavorava invece nel back office di un ristorante, ha continuato a condurre la vita di prima. A ogni occasione ci riunivamo». Il processo però, che avrebbe richiesto tempi più lunghi, subisce un’improvvisa accelerazione a causa del Covid. A febbraio del 2020, infatti, quando si inizia a respirare l’aria di possibili chiusure, decidono di spostarsi in maniera definitiva a Zerni e inizia così la nuova vita.

Zerni è un piccolo borgo a 760 metri di altitudine, che come molti altri ha subito uno spopolamento importante nei decenni scorsi, sino a rimanere senza abitanti. Le possibilità sono molte: le abitazioni sono numerose e costruite per accogliere una comunità. Inoltre vi sono grandi terrazzamenti pronti per essere coltivati. «L’idea – mi spiega Antonio – è quella di creare qui una comunità diffusa, vicina ma allo stesso tempo lontana, ovvero che possa avere spazi privati ma che si supporti reciprocamente. Una famiglia allargata con cui creare un progetto di vita condiviso».

Inizialmente il progetto pensato da Antonio e da Roberta era quello di cercare di raggiungere l’autosufficienza e parallelamente creare un servizio di accoglienza. Dopo quest’ultimo anno però, vedendo quanto il settore del turismo è poco stabile, i due hanno deciso di mantenere il primo obiettivo, abbandonando il secondo. Quando chiedo ad Antonio da quali fonti arriva il loro sostentamento mi risponde: «In questo momento stiamo sopravvivendo grazie all’affitto di un appartamento, ma vorremmo sempre più riuscire a essere autonomi e sappiamo che ciò è possibile».

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LA SOLITUDINE

Essendo gli unici abitanti del borgo in questi anni Antonio e Roberta hanno dovuto affidarsi alle loro sole capacità e forze, ma nonostante questo sono riusciti a raggiungere gran parte degli obiettivi che si erano prefissati: hanno un’abitazione in sicurezza in cui vivere, una semenenziera e diversi campi in cui coltivano dalle patate al grano e persino lo zafferano. Da qualche tempo hanno anche scoperto la biodinamica, che stanno imparando a utilizzare nei loro appezzamenti. 

«Sono sempre più stupito – mi confida Antonio – di quante cose si possano fare da soli. Ho sempre pensato che per realizzare progetti di questo tipo servissero grandi somme di denaro o molto tempo da dedicare; non avendo tanti soldi a disposizione stiamo investendo tutto il nostro tempo per crearci la vita che abbiamo sognato». Le difficoltà non mancano, così come non mancano i momenti di scoraggiamento e incertezza: come la definisce lo stesso Antonio “è una vita dura, ma ripaga molto».

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CRESCERE I FIGLI 

Oggi il figlio di Antonio e Roberta ha sei anni e frequenta una scuola materna in natura (di cui vi abbiamo parlato qui). Antonio mi racconta di quanto fosse terrorizzato negli anni passati dall’idea di far crescere suo figlio in città e di quanto, secondo lui, vi siano molte dinamiche legate alla logistica e alla densità abitativa che incidono poi direttamente sul contesto relazionale e anche sulla sicurezza della propria capacità genitoriale.

«Volevo che mio figlio potesse crescere in un ambiente più umano, più lento. In cui non vi fosse la mancanza di affettività che vedevo intorno a me. Ora lo guardo e sono felice di vederlo inventare giochi sempre diversi e con ciò che il mondo naturale che ha intorno a lui gli propone. Ha imparato ad annoiarsi, ad arrampicarsi e, come facevo io alla sua stessa età, segue con grande interesse tutto ciò che facciamo a contatto con la terra».

Il FUTURO

Antonio vede il suo futuro a Zerni e spera di poter far rivivere il borgo con nuovi abitanti e nuovi progetti, tra cui quello di creare un sistema di fitotepurazione delle acque. Vorrebbe inoltre fondare una cooperativa per poter crescere insieme ad altre persone con gli stessi interessi e obiettivi, ma è anche pronto a farsi sorprendere da ciò che la vita gli vorrà proporre di ancora non conosciuto. Ormai sa che i cambiamenti arrivano in modalità e tempi che non si possono prevedere fino in fondo.

Prima di lasciarci vuole regalarci un consiglio a chi vuole intraprendere un percorso come il suo: «Preparatevi e studiate prima: è una vita molto dinamica e quindi rischiosa per diverse ragioni. Può essere molto bella, ma solo se vissuta con consapevolezza di ciò che vi attende, quindi non sottovalutate la complessità del cambiare ogni componente della vostra esistenza. Trovo che un buon modo per iniziare sia conoscere le dinamiche dei luoghi, incontrare chi ci vive e raccogliere più informazioni possibili».

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