4 Ott 2021

L’arte di Maria Lai e quel nastro azzurro che legò tutti gli abitanti del paese

In questa nuova puntata curata da Spiritualità del Creato, Patrizia Lonardi si concentra sul concetto di creatività. Lo fa ricordando l'artista sarda Maria Lai che, ispirandosi a una leggenda popolare, realizzò il primo esempio di arte relazionale, con un'opera dall'elevatissimo valore simbolico e terapeutico, ancora oggi più che attuale.

La creatività è un luogo, uno spazio, un raduno, un’unione, un dove in cui le potenze divine della creatività e il potere umano dell’immaginazione uniscono le forze“. È con queste parole che si apre il bellissimo libro Creatività, scritto da Mattew Fox, teologo americano di fama internazionale il cui pensiero ho avuto modo di conoscere e approfondire attraverso il movimento Spiritualità del Creato e che si basa su diversi principi teorici, due dei quali sono per per me la base del compito e dell’esperienza umana: la creatività e la compassione.

Per lavoro e per passione “creo“ libri d’artista, fatti a mano e composti da pagine di carta e di tessuto; uso calligrafie eseguite con strumenti a inchiostro e scritture ricamate e tessute con aghi e fili, collages, pagine contenenti testi poetici e pagine costituite da soli segni. È un lavoro artigianale che spesso nasce da qualche emozione molto forte, altre volte dal rimando di un’eco poetica, a volte nasce dal caos interno e altre volte dal suo esatto contrario, cioè da una grande pace.

Altre volte è influenzato dal pensiero di qualche artista di riferimento, altre ancora il potere furioso dell’immaginazione ha il sopravvento su tutto ma, come scrive sempre Matthew Fox nel suo libro, noi abbiamo bisogno di coraggio perché quando ci avventuriamo nell’arena della creatività ci cimentiamo con delle forze selvagge che ci risvegliano dal torpore e dal sonno e solo così noi veniamo messi nuovamente in moto.

“Nascere non basta. È per rinascere che siamo nati. Ogni giorno”, scriveva Pablo Neruda. E a volte l’immaginazione è talmente vasta, libera e potente che ci permette di contemplare l’immensità e la maestosità del cosmo e ci introduce nello “spazio dell’altrove” che poi è il nulla, è il vuoto, e ci conduce a ciò che ancora non è e quindi a ciò che potrebbe ancora essere.

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Sovrabbondanza di immagini, quindi, e ognuno di noi ha bisogno di fidarsi delle proprie, perché è così che nasce la fiducia in noi stessi e proprio da questa fiducia nasce l’artista che è in noi. Questo percorso di ascolto delle nostre immagini ci permette di abbracciare non solo il lato ombra di noi stessi, ma anche le nostre visioni e i nostri sogni più grandi. Qui l’arte viene intesa anche come una tra le più alte forme di meditazione e diventa la forma di preghiera fondamentale nella pratica della Spiritualità del Creato.

marina lai

Scrivevo prima che a volte, nei miei libri-operine, mi ispiro al pensiero di qualche artista che più sento affine alla mia sensibilità, ma anche in sintonia con il pensiero iniziale, premessa di Mattew Fox quando parla di creatività come luogo, spazio, raduno, unione, un dove le potenze divine e il potere umano dell’immaginazione si uniscono. Vorrei riferirmi all’opera e al pensiero di Maria Lai, artista sarda nata a Ulassai nel 1918 e morta a Cardedu nel 2013, e scrivere di una sua opera particolarmente significativa dal titolo “Legarsi alla montagna, il nastro di Ulassai”. “I nastri sono il simbolo dell’arte, sono effimeri, sono appena di un colore, non servono a nulla“, scriveva Maria Lai.

La leggenda popolare parla di una bambina che viene mandata sulla montagna a portare del pane a dei pastori rifugiati in una grotta perché c’è un temporale in arrivo; un temporale che poi si trasforma in una bufera. Tutti tremano, tutti hanno moltissima paura. La bambina si rifugia anche lei con i pastori.

A un certo punto arriva nell’aria un nastro celeste portato dal vento. Per i pastori il nastro non era nulla. Che ce ne importa di un nastro in un momento di pericolo? Ma la bambina, che invece è capace di stupore, fugge dietro al nastro, va nella direzione del nastro. In quel momento frana la grotta e muoiono il gregge e i pastori. Si salva solo la bambina perché la salvezza, in ogni caso, è nella purezza dell’infanzia, nell’assenza di calcolo, nel suo candore audace.

Nella sua opera del 1981, Maria rappresentò la leggenda facendo partecipare tutta la comunità del suo paese, Ulassai. Protagonista solo un nastro di stoffa celeste, celeste come l’acqua, celeste come il cielo. Lungo 27 chilometri, fu legato a tutte le porte, le case, le finestre, le terrazze, ridisegnando così tutte le relazioni tra donne, bambini, pastori, anziani. Alla fine di queste manovre, scalatori esperti legarono il nastro al monte Gedili, la montagna più alta sopra il paese, luogo emblematico che nella leggenda fu il portatore di morte.

Il nastro è la metafora dell’arte in un momento in cui il mondo è minacciato dalle frane, in cui tutto sta per crollare, e il pensiero di Maria Lai era che la gente doveva rimanere unita, anche se nel paese c’erano conflitti e rancori. Se c’è una salvezza, pare dire il nastro della montagna, se c’è come c’è stata per la bambina scampata al crollo della roccia, allora giace nella sfida di mostrare la comunità in tutte le sue contraddizioni e nel farlo disinteressatamente.

A proposito della sua opera l’artista disse: «Lasciai a ciascuno la scelta di come legarsi al proprio vicino. E così dove non c’era amicizia il nastro passava teso e dritto nel rispetto delle parti, dove l’amicizia c’era invece si faceva un nodo simbolico. Dove c’era un legame d’amore veniva fatto un fiocco e al nastro legati anche dei pani tipici».

Questa era l’arte dell’eterna bambina Maria Lai. E sempre a proposito di questa sua opera, lo storico dell’arte Filiberto Menna scrisse nel 1982: “La vita si è realizzata, sia pure una volta soltanto, proprio qui, in questo luogo lontano dove i nomi prestigiosi dell’avanguardia artistica non sono altro che nomi. Qui l’arte è riuscita là dove religione e politica non erano riuscite a fare altrettanto. Ma c’è voluta la capacità di ascolto di Maria Lai, che ha saputo restituire la parola a un intero paese e a rendersi partecipe della memoria e dei fantasmi della gente comune, aiutandola a liberarsi della parte distruttiva di sé e ad aprirsi con disponibilità nuova al colloquio e alla solidarietà“.

Possiamo definire quest’opera monumentale, realizzata ben quarant’anni fa, come la prima operazione di Arte Relazionale. Essa manifesta tutta la consapevolezza del valore terapeutico dell’arte; c’è anche la cognizione profonda che è questo un canale per stringere legami e per riflettere sull’uomo e sul mondo. Questa grandissima artista ha fatto emergere e ampliato tutti i significati dell’essere comunità e del vivere collettivo, un’operazione artistica molto politica la sua, stimolata da una bambina capace di salvarsi perché in grado di vedere nuovi mondi e modi di pensare.

Gino Strada

Prima di terminare questo breve scritto, torno per un momento al punto di partenza, riprendendo la parola compassione, uno dei pilastri che sorreggono la Spiritualità del Creato. È di ieri il mio tragitto che mi ha portato a onorare i resti di Gino Strada presso la sede centrale milanese di Emergency; un uomo definito da tutti un santo laico, un gigante che ha fatto della cura e della compassione lo scopo della sua vita.

Ecco cosa diceva di lui Renzo Piano: “La cosa più semplice da dire è che da lui ho imparato a fare gli ospedali e che mi chiamava il geometra, ma non per dileggio, ma per riconoscimento di uno che sa ciò che fa”. Assieme, Strada e Piano hanno costruito un ospedale di chirurgia pediatrica in Uganda. “Voglio un ospedale scandalosamente bello, mi disse, e – prosegue l’architetto – dietro queste due parole c’era tutto.. Lo scandalo di vedere un ospedale eccellente nel terzo mondo e pure bello perché l’eccellenza medica doveva essere totale.

Ecco che il cerchio si chiude. Compassione, cura, arte, bellezza, scopo, missione, lavoro, riconoscimento, visione, pensiero, creatività, costruzione, miracolo, coraggio, audacia, amore: anche qui possiamo connettere un filo lunghissimo che tenga insieme tutte queste parole e poi altre e altre ancora, a seconda della nostra immaginazione.

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