26 Gen 2022

Vaccini, richiami e numeri: riflessioni su quanto sta accadendo

Cosa ci dicono i numeri dei contagi di Covid-19? Cosa accade ai vaccinati con seconda dose dopo poche mesi dalla somministrazione? Quanti richiami è possibile inoculare? Le scelte politiche sanitarie adottate fino ad oggi in molti paesi si stanno rivelando adatte? Vi proponiamo alcune riflessioni elaborate sulla base di dati scientifici per capire se la strategia che l’Italia sta adottando per difendersi dalla pandemia sia davvero la migliore possibile.

Come scrivevamo in un precedente articolo partendo da alcune riflessioni proposte dal dottor Alberto Donzelli della Commissione Medico Scientifica Indipendente, «studi compiuti in Qatar e in Svezia sembrano suggerire un andamento preciso dopo qualche mese dalla vaccinazione (6 e 9 rispettivamente): non solo la protezione dall’infezione dovuta al vaccino sembra scemare rapidamente, ma addirittura sembra invertirsi. Vi sarebbe una maggiore tendenza a infettarsi dei vaccinati». Proviamo ad approfondire l’argomento.

Nel primo studio si evince che tra i 5 e i 7 mesi dalla vaccinazione si nota un aumento di infezioni nei soggetti vaccinati con dose doppia rispetto ai non vaccinati, sia per i sintomatici che per gli asintomatici. Lo stesso dato si registra anche nello studio svedese condotto da Peter Nordström – che ha in seguito preso le distanze dalle interpretazioni ricavate dal suo studio – che sottolinea come gli effetti e l’efficacia dei vaccini sia declinata specialmente negli uomini e negli anziani.

Nei 9 mesi la linea scende al di sotto del livello di infezione dei non vaccinati. E anche per la malattia grave si registra lo stesso andamento. Se si analizzano i dati governativi settimanali in UK, dalla 36esima settimana si nota la stessa tendenza. Confrontando 100.000 vaccinati e 100.000 non vaccinati equiparati per classi d’età (40-49, 50-59, 60-69, 70-79) – riducendo così al minimo l’effetto simpson – i vaccinati superano in infezioni i non vaccinati. Ecco un breve schematizzazione:

vaccino covid

Settimane 37-45: aumentano le infezioni nelle classi d’età sopra indicate. Dalla 38esima settimana si aggiunge anche la classe d’età dei grandi anziani. Dalla 43esima si aggiunge anche la fascia 30-39. 

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Settimana 46 – 47: nei 30-79 aa. le infezioni tra i vaccinati con 2 dosi superano sempre quelle dei non vaccinati, ma non in soggetti ≥80 per l’effetto della terza dose. 

Settimana 48 – 49: nei 30-69 aa. le infezioni tra i vaccinati con 2 dosi superano ancora quelle dei non vaccinati, ma non più in soggetti ≥70 (e altri) per effetto della terza dose. Persiste, anche se in maniera ridotta, l’eccesso di infezioni totali nei vaccinati delle settimane 43-48.

Settimana 50 – 51: nei soggetti ≥70 anni i vaccinati hanno meno infezioni per effetto della terza dose, ma dai 18-29 fino ai 69 anni le infezioni nei vaccinati con 2 dosi superano quelle dei non vaccinati. Persiste l’eccesso di infezioni totali tra i vaccinati, rispetto alla settimana 43.

Nella lettura di questi dati, secondo il dottor Donzelli, l’effetto delle terze dosi è evidente, ma suggerisce un’ipotesi che andrebbe investigata: dopo alcuni mesi dal completamento della vaccinazione si verifica persino una inversione dell’effetto protettivo iniziale, come se si fosse in presenza di un danno al sistema immunitario. Questa ipotesi – che potrebbe avere una sua legittimità e per questo dovrebbe indurre a una estrema prudenza prima di proseguire con continue dosi di richiamo – sembrerebbe suggerita anche da uno studio danese

Con la diffusione della variante Omicron la protezione con doppia dose di vaccino, già all’inizio, si aggira intorno al 55% con il vaccino Pfizer e al 37% con il vaccino Moderna. A distanza di tre mesi si annulla completamente per poi invertire il processo e sembrerebbe che, dal quarto mese in poi, chi ha la seconda dose contrae l’infezione maggiormente rispetto a chi non è vaccinato. Con Pfizer la protezione scende a -70 e con Moderna a -40. Come sottolineato nello studio bisogna sempre considerare anche le maggiori restrizioni a cui sono sottoposti i non vaccinati che hanno avuto una vita sociale molto più contenuta

Alla luce di queste riflessioni scientifiche, il tema del contagio merita di essere rivisto perché alla base di alcune scelte politiche sanitarie adottate in diversi paesi, tra cui l’Italia, che hanno promosso l’introduzione del certificato verde e di varie limitazioni. Lo scorso 22 luglio il Presidente del Consiglio, Mario Draghi, dichiarò in conferenza stampa «il Green pass è una misura con il quale i cittadini possono continuare a svolgere attività con la garanzia di ritrovarsi tra persone che non sono contagiose. È una misura che dà serenità, non che toglie serenità». Molti italiani l’hanno preso in parola, ma i numeri di oggi suggeriscono ben altro.

Si è puntato molto sulla capacità dei vaccini di limitare la trasmissione del contagio. La prevenzione dall’infezione è quello che la legge impone come obiettivo attraverso un obbligo per alcune categorie di lavoratori, tra questi il personale medico sanitario. Eppure proprio in questi giorni si assiste a un boom di contagi del personale sanitario con tripla dose, registrando addirittura in un mese un +210%, mettendo in grandissima difficoltà il sistema sanitario privato, gravato anche dall’assenza delle migliaia di medici sospesi perché non vaccinati.

Forse andrebbero riviste le decisioni prese fino ad ora? Israele sta valutando l’eliminazione del green pass. Il ministro delle Finanze, Avigdor Liberman, lo ha definito senza «alcuna logica medica ed epidemiologica». Il Regno Unito lo eliminerà dal 26 gennaio. La Spagna non l’ha mai applicato. 

Come sostiene Marco Cosentino, professore di Farmacologia presso l’Università dell’Insubria, «la prevenzione è una delle due gambe su cui cammina qualunque tipo di strategia e gestione di un’emergenza sanitaria, l’altra è la cura che intendiamo non soltanto con gli interventi di farmacoterapia, ma anche con il potenziamento di tutta l’organizzazione sanitaria».

A distanza di due anni dallo scoppio della pandemia cosa è cambiato nel sistema sanitario italiano? Molte persone che non hanno il Covid-19 ma necessitano di cure specifiche risentono ancora una volta di questo “disastro” compiuto negli anni al sistema sanitario nazionale. La medicina del territorio stenta a partire, i pronto soccorso sono intasati, gli ospedali non riescono ad assistere tutti per un sottodimensionamento del personale. Molti morti di Covid sono stati vittime di un sistema sanitario deficitario. 

gestione covid 3

E la prevenzione? Si continua a parlare di richiami, alcuni paesi come la Danimarca e Israele hanno già inoculato la quarta dose ai soggetti fragili. Eppure Marco Cavalieri, responsabile per i vaccini dell’Agenzia europea del farmaco Ema, dichiara che «non possiamo dare booster ogni 3 mesi. Non è una strategia sostenibile». Sergio Abrignani, immunologo del Cts, sostiene che «non è una buona idea abbreviare troppo; se si vaccina ogni 2-3 mesi, dopo un po’ potrebbe ottenersi l’effetto contrario. Il sistema immunitario si potrebbe anergizzare», sarebbe ovvero incapace di reagire a infezioni o al contatto di una sostanza inoculata.

Antonio Cassone, ex direttore Malattie infettive dell’Iss, aveva posto il problema già mesi fa: «È notevolmente problematico accorciare i tempi dei richiami per la possibilità che la risposta immunitaria vada in cortocircuito, per eccesso di antigene in una sola dose o per ripetute e ravvicinate dosi, fino a provocare paralisi immunitaria». Secondo lo studio israeliano condotto da Gili Regev-Yochay, direttrice dell’unità di Malattie infettive dello Sheba Medical Center di Tel Aviv, «malgrado la crescita del livello di anticorpi, la quarta dose offre soltanto una difesa parziale contro il virus».

Un quadro a luci e ombre. Moltissimi medici hanno curato con diverse terapie, la cui efficacia è stata dimostrata dalle migliaia di pazienti salvati in casa, sebbene in contrasto con una parte della circolare del ministero della Salute che invitava alla somministrazione di paracetamolo e alla vigile attesa – quest’ultima sospesa da una sentenza del Tar di Roma, a sua volta appena sospesa dal Consiglio di Stato.

Molte cose non tornano, anche i numeri Covid. Una vera e propria guerra di dati. Il numero dei positivi non deriva da una misurazione sistematica di campioni ben definiti che rappresentano la popolazione per fasce d’età e sesso, ma dall’attività quotidiana di test per identificare i positivi, per ottenere un green pass, per testare contatti. Secondo lo studio della Fiaso, la Federazione delle aziende ospedaliere, al 5 gennaio in sei ospedali i positivi ricoverati per malattie diverse dal Covid erano il 34% e sono confluiti tutti nelle statistiche e nel calcolo dell’Rt ospedaliero.

La matassa è contorta, i dubbi sono tanti e le riflessioni da fare molte di più. Forse è giunto il momento di adottare una strategia diversa rispetto a quella su cui si è fatto affidamento fino ad oggi? Ai posteri l’ardua sentenza.

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