21 Lug 2022

“Quanto lo pagate qui un chilo di coca?”. Via d’Amelio, Gratteri e la mafia che non è solo un problema del Sud

Scritto da: Susanna Piccin

Trent'anni fa si consumava la strage di via d'Amelio. Quel lontano 1992 ci parla di una criminalità organizzata che l'immaginario collettivo colloca nelle assolate piazze di Palermo o nascosta fra gli impenetrabili boschi della Sila. Ma oggi non è più così e il procuratore Nicola Gratteri ce lo ha ricordato in un evento tenutosi martedì scorso vicino a Padova. Nel 2022 la mafia – in particolare la 'ndrangheta – opera al nord, spara meno e compra di più. Fa affari e spesso i suoi clienti e fornitori siamo proprio noi.

Padova, Veneto - Ci sono alcuni eventi che rimangono impressi nella storia di un Paese e nella memoria dei suoi cittadini. Eventi talmente rumorosi che spesso provocano innanzitutto silenzio. Io ricordo il vuoto e il silenzio delle vie della mia città l’11 settembre 2001, scandito solo dalla voce dei notiziari. Era come un lungo respiro trattenuto da migliaia di persone tutte insieme.

Ricordo anche la mia famiglia nel 1992 in silenzio davanti alla tv. Era appena arrivata la notizia della strage di Capaci. E poi di quella di via d’Amelio. E dopo il silenzio, il rumore assordante. Di giornali stampati, di radio, di infinite trasmissioni tv, di esperti nei talk show, di politici, di giornalisti, di amici, di insegnanti. La mafia è sempre stata una delle notizie principali, una delle caratteristiche dell’Italia, una lotta continua che interessava tutti noi. Fortunatamente.

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Nicola Gratteri (foto di Francesco Reffo)

Ma ultimamente sembra essere sparita e non perché sia stata sconfitta. È semplicemente uscita dall’agenda setting e le notizie principali sono sempre altre. Sembra essersi dissolta anche dai programmi politici. Ci avete fatto caso? Ecco perché ieri sera, nell’anniversario della morte di Paolo Borsellino, ero stupita nel vedere più di 600 persone partecipare calorosamente all’incontro dal vivo con il procuratore Nicola Gratteri in un paesino della provincia di Padova.

Io stessa ero emozionata all’idea di sentir parlare un uomo che vive in prima persona una lotta così grande, sotto scorta da trent’anni, che ha conosciuto da vicino un pezzo di storia dell’Italia e ne sta facendo un altro ancora. Anche se pochi lo sanno. Ringrazio quindi Teatro Bresci che con il progetto IMPEGNATI è riuscito a portarlo qui – l’evento è stato reso possibile da Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo grazie al bando Cultura Onlife e patrocinato da Avviso Pubblico.

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Il palco di Limena (PD) (foto di Francesco Reffo)

Il procuratore di Catanzaro è un uomo scomodo, definito dai suo critici come un “integralista della moralità” e dalla ‘ndrangheta “un morto che cammina”. Lotta da sempre contro la criminalità organizzata calabrese, la mafia più potente e ricca del mondo, con un giro d’affari annuo di oltre cinquanta miliardi di euro, ramificazioni in tutti i continenti, specializzata un tempo in sequestri di persona e ora maggior provider al mondo di cocaina.

«Quanto lo pagate qui un chilo di coca?», chiedeva martedì sera provocando il pubblico per ricordarci che la mafia non esonera noi qui al Nord, che «in questo momento sta facendo shopping a pochi metri da casa vostra, voi siete ottimi ricchi clienti». Il mafioso è un criminale oggi molto difficile su cui indagare perché non uccide e non fornisce alle forze dell’ordine il filo d’Arianna da seguire. Non spara, ma compra qualsiasi cosa sia in vendita.

Commette reati che viaggiano sopra la testa delle persone comuni, ma le conseguenze si ripercuotono sull’economia, sulla politica e sulla democrazia. Se la mafia compra un giornale o una tv, compra il nostro modo di pensare. Compra il silenzio e fa parlare di ciò che le conviene.

Se quello che faccio serve a rendere un territorio più libero e a costruire una rete di cittadini e istituzioni, allora ne vale la pena

E allora cosa ci vuole dottor Gratteri? Cosa ci salva? «Studiate, qualsiasi età voi abbiate, studiate per diventare superiori alla media. Bisogna arrivare alla causa delle cose, bisogna scavare. Capire ad esempio perché, dopo un secolo e mezzo, abbiamo ancora a che fare con questo problema chiamato mafia».

Esorta a sentire una missione in ciò che facciamo e a vivere con passione. E in lui la passione si sente tutta. Mi chiedo se questa basti dopo vent’anni senza poter entrare in un cinema, fare un bagno al mare o andare a prendersi un gelato sul corso. «La gente che mi sostiene è ciò che mi fa andare avanti. Sono pronto a qualsiasi rinuncia se c’è la consapevolezza che questo serva a qualcosa. Se quello che faccio serve a rendere un territorio più libero e a costruire una rete di cittadini e istituzioni, allora ne vale la pena».

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