14 Lug 2022

È ora di vietare la pesca a strascico, insostenibile sia per l’ecosistema che per l’economia

Scritto da: Redazione

Il settore della pesca a strascico non è solo devastante per l’ecosistema marino e i suoi abitanti, ma conta anche un deficit di 77 milioni di euro e si tiene in piedi solo grazie a finanziamenti pubblici e sgravi fiscali. Lo rivela il nuovo studio della Fondazione ENT e di MedReAct, che invocano una transizione urgente verso metodi di pesca più sostenibili.

La pesca a strascico si pratica da secoli nel Mediterraneo, ma negli ultimi anni si sono intensificate le preoccupazioni per i suoi impatti ecologici: lo strascico di fondo non solo danneggia gli ecosistemi marini più di qualsiasi altro tipo di pesca, ma è anche responsabile per la maggior parte delle emissioni di carbonio del settore. Un nuovo studio della Fondazione ENT e di MedReAct sulla pesca a strascico nel Mediterraneo occidentale rivela che è solo grazie ai generosi finanziamenti pubblici se questa attività non subisce enormi perdite economiche

La pubblicazione arriva in un momento critico in cui l’Unione Europea sta considerando di introdurre nel Green Deal una maggiore tutela per gli oceani. L’equilibrio ecologico del Mediterraneo è sempre più aggredito dalla pesca eccessiva, dall’inquinamento e dai cambiamenti climatici e richiede misure urgenti per aumentare la sua resilienza. Come rivela il nuovo studio, nonostante l’importanza socio-economica della pesca per le comunità costiere del Mediterraneo, lo strascico, oltre ad essere la pratica di pesca a più alta intensità di carburante, sta accelerando la crisi ecologica del Mare Nostrum.

Attualmente le analisi economiche standard forniscono solo un quadro parziale dei costi reali di questo metodo di pesca. Dopo il costo del lavoro, quello per il carburante è la voce principale, per la quale il settore dello strascico gode di esenzioni fiscali molto consistenti. Secondo lo studio, nel 2018 gli sbarchi dei pescherecci a strascico nel Mediterraneo occidentale hanno prodotto  un utile netto di 34 milioni di euro, ma se si detraggono gli sgravi e i sussidi pubblici ricevuti, la pesca a strascico subisce di fatto pesanti perdite.

pesca a strascico

«Se non fosse per le esenzioni fiscali sul carburante e per altri sussidi – afferma il professor RashidSumaila dell’Università della British Columbia, che ha collaborato allo studio insieme al  professor Daniel Pauly – per come è oggi la pesca a strascico non è economicamente sostenibile e quello che sembrava nel 2018 un utile netto di 34 milioni di euro era in realtà un deficit». I costi nascosti dello strascico sono enormi. Se infatti si sommano i costi climatici, monetizzati, delle emissioni dirette della flotta agli sgravi fiscali sul gasolio e ai sussidi governativi, le perdite annuali provenienti dal settore della pesca a strascico ammonterebbero a 77 milioni di euro secondo i dati UE più recenti.

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Sempre nel 2018 le esenzioni fiscali sul gasolio per le flotte a strascico spagnola, francese e italiana nel Mediterraneo occidentale sono state pari a 93 milioni di euro, ovvero quasi tre volte gli utili netti dichiarati dal settore. Oggi, con l’attuale picco dei costi del carburante, questo importo sarebbe molto più alto. E c’è di più. Tra il  2013 e il  2018, la flotta a strascico dell’UE nel Mediterraneo occidentale ha consumato 1,2 miliardi di litri di carburante ed è stata responsabile per circa 3,3 milioni di tonnellate di emissioni di CO2, ma questo contributo non è stato considerato nelle assegnazioni nazionali vincolanti delle emissioni annuali.

«Se i livelli di prezzo dell’Emission Trading Scheme –  il sistema di scambio delle emissioni dell’UE  – del marzo 2021 fossero applicati alle emissioni dirette del consumo di gasolio dei pescherecci a strascico del Mediterraneo occidentale, le flotte italiana, spagnola e francese avrebbero un costo nascosto del carbonio di circa 13,2 milioni di euro», spiega Luís Campos Rodrigues della Fondazione ENT, tra gli autori dello studio.

Che lo si guardi da un punto di vista economico o ambientale, i veri costi della pesca a strascico sono insostenibili

Esistono molteplici pratiche e attrezzi di pesca con un’ampia gamma di effetti ecologici e sociali, ma la pesca a strascico, oltre ad essere economicamente insostenibile, rappresenta un vero disastro per gli ecosistemi marini. Inoltre la pratica eccessiva di pesca a strascico costituisce una grave minaccia per la sostenibilità a lungo termine degli stock ittici in un momento in cui gli scienziati chiedono riduzioni significative della mortalità per pesca.

Dopo anni di pesca eccessiva, i principali stock commerciali del Mediterraneo occidentale – tra cui nasello, triglia, varie specie di gamberi e scampo – hanno raggiunto livelli allarmanti di sovrasfruttamento, provocando il rischio di estinzione per 77 specie della Lista Rossa dell’IUCN. In un simile contesto l’impatto ecologico della pesca a strascico è particolarmente preoccupante. Delle 300 specie catturate, fino al 60% viene scartato; i rigetti rappresentano in media quasi il 35% del totale delle catture in peso. Lo strascico ha anche un impatto molto distruttivo sulle specie più vulnerabili, considerato che è responsabile di oltre il 90% delle catture accidentali di squali e razze nel Mediterraneo occidentale.

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Inoltre lo strascico di fondo distrugge le comunità bentoniche e alcuni habitat sensibili come le colonie di coralli, il cui recupero può richiedere diversi  decenni, quando non diventa irreversibile. Anche i danni provocati alle praterie di fanerogame hanno un impatto sul clima. La Posidonia oceanica, pianta endemica del Mar Mediterraneo, agisce come un importante bacino di stoccaggio di carbonio, sequestrando e immagazzinando i gas serra. Quando le praterie di Posidonia o i sedimenti marini vengono disturbati dalla pesca a strascico, possono liberare carbonio che viene rilasciato sia nell’atmosfera sia in mare, rendendolo più acido.

Alla luce di questi risultati, la Fondazione ENT e MedReAct chiedono l’applicazione immediata di misure di conservazione. Tra queste una forte riduzione della pressione di pesca e l’istituzione di grandi riserve marine chiuse alla pesca di fondo per il recupero di habitat sensibili, di specie vulnerabili e degli stock ittici sovrasfruttati. «Con la pubblicazione di questo studio chiediamo una svolta radicale verso una pesca a basso impatto», afferma Domitilla Senni di MedReAct. «Che lo si guardi da un punto di vista economico o ambientale, i veri costi della pesca a strascico sono insostenibili. Dobbiamo agire subito, non possiamo più ritardare il recupero del Mar Mediterraneo».

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