14 Ott 2022

I dati dicono che la qualità dell’aria di Taranto è migliore, ma la realtà è un’altra

I dati complessivi relativi alla qualità dell'aria di Taranto sembrano migliorare, ma la lettura che è stata data di questi valori è totalmente scollata dalla realtà. Lo sottolineano i dirigenti locali di Legambiente, contestualizzando i numeri in una situazione che, specialmente in alcune aree della città, non lascia ben sperare.

Taranto, Puglia - Il camper di Italia Che Cambia è passato per la prima volta dalle parti di Taranto ormai dieci anni fa. Lì incontrammo Piero Mottolese e raccontammo la sua dignitosa battaglia contro il gigante che sta uccidendo lentamente la popolazione della città, in particolare del quartiere Tamburi, dove vive Piero. Daniel Tarozzi ha ricordato la sua storia pochi giorni fa, sul palco di Catania, durante lo spettacolo La realtà è più avanti.

Ancora una volta – e purtroppo non sarà affatto l’ultima – torniamo su questo vergognoso argomento per denunciare quello che sta avvenendo nel capoluogo pugliese. L’occasione è la pubblicazione del rapporto Mal’aria, il lavoro che annualmente Legambiente pubblica per fotografare la qualità dell’aria nelle città italiane. L’edizione 2022 riporta infatti dati tutto sommato nella media, con concentrazioni di polveri sottili, ultrasottili e di biossido di azoto oltre i limiti ma non gravemente allarmanti – per esempio, le PM10 a Taranto superano la soglia di sicurezza del 27%, a Pordenone del 32% e a Rimini del 43%, ma ci sono altre città che hanno risultati anche peggiori.

taranto ilva
05/10/2012, Taranto, Crisi dell’ Ilva, Vedute dello stabilimento Ilva

Eppure questi dati non restituiscono un quadro veritiero, come sostengono Stefano Ciafani, Ruggero Ronzulli e Franco Lunetta, rispettivamente presidente nazionale, regionale e tarantino di Legambiente: «Siamo stanchi dell’utilizzo strumentale dei dati sulla qualità dell’aria contenuti in Mal’aria, che riporta un dato complessivo relativo all’intera città, frutto essenzialmente del monitoraggio delle emissioni generate dal traffico e dagli impianti di riscaldamento: con Acciaierie d’Italia [l’ex Ilva, ndr] si ripete quanto già avvenuto in passato con la famiglia Riva, con una rappresentazione parziale e perciò fuorviante della realtà».

I dati pubblicati nel rapporto di sostenibilità prodotto da Acciaierie d’Italia attestano che la qualità dell’aria di Taranto è oggi migliore di quella che si respirava quando l’Ilva dei Riva arrivava a produrre 10 milioni di tonnellate/anno di acciaio. Attestano anche però che questo è avvenuto in primo luogo per la forte riduzione di produzione operata negli ultimi anni, «proprio quella produzione che Acciaierie d’Italia vorrebbe incrementare, con conseguenze sulle emissioni dello stabilimento siderurgico purtroppo facilmente prevedibili», aggiungono i dirigenti di Legambiente.

Una qualità dell’aria migliore infatti non si traduce automaticamente in un’aria buona. Taranto si trova oggi in una situazione simile a quella di molte altre città italiane comunque inquinate, una condizione che in Italia ha già portato in passato alla adozione di drastiche misure di limitazione del traffico automobilistico nel tentativo di porre un argine alla cappa di smog che avvolge molte città con conseguenze sanitarie e ambientali gravi: si calcola che nel nostro Paese siano circa 60mila all’anno le morti da polveri sottili.

Acciaierie d’Italia si preoccupi di fornire un rapporto che continua a mancare: la valutazione preventiva dell’impatto sanitario

Ma se in molte città italiane il problema è costituito dal traffico automobilistico e dal riscaldamento domestico, a Taranto l’origine dell’inquinamento è prevalentemente industriale e numerosi studi scientifici hanno appurato da tempo che gli inquinanti originati dalla produzione industriale rendono più patogene le polveri tarantine, come dimostra la situazione della popolazione tarantina e l’incidenza di malattie gravi come patologie cardiorespiratorie e tumori. Si tratta di un elemento di conoscenza scientifica che Legambiente ha già segnalato innumerevoli volte negli anni passati e che chi produce acciaio dovrebbe ben conoscere e citare, al pari degli altri dati, nei suoi rapporti.

Così come andrebbe considerato, e citato, lo studio dell’OMS pubblicato a gennaio di quest’anno che conferma la validità dei rapporti prodotti fin dal 2013 da Arpa e Aress Puglia e Asl Taranto circa la Valutazione del Danno Sanitario provocato dalle emissioni degli impianti ex Ilva. Peraltro proprio l’Organizzazione Mondiale della Sanità l’anno scorso ha rivisto, riducendoli drasticamente, i valori limite suggeriti per una serie di inquinanti, a partire da PM10, PM 2,5 e benzoapirene. «La qualità dell’aria della città di Taranto è molto lontana dal raggiungere tali obiettivi, anche di questo, in un rapporto sulla sostenibilità, occorrerebbe iniziare a tenere conto», sostengono Ciafani, Ronzulli e Lunetta..

Arpa Puglia, Aress Puglia e ASL di Taranto hanno attestato a maggio del 2021, nell’ambito del procedimento di riesame dell’Autorizzazione Integrata Ambientale rilasciata allo stabilimento siderurgico jonico, la permanenza di un rischio sanitario residuo non accettabile relativo a uno scenario di produzione ottenuta con gli attuali impianti di 6 milioni di tonnellate/anno di acciaio, cioè la produzione attualmente autorizzata. A conferma che l’abbattimento delle emissioni del siderurgico non si è ancora tradotto in una qualità dell’aria che possa essere definita “buona”.

taranto ilva

Acciaierie d’Italia si preoccupi di richiedere e fornire ai cittadini di Taranto un rapporto che continua a mancare: la valutazione preventiva dell’impatto sanitario della produzione dell’impianto siderurgico, sia di quella attuale che di quella che si avrà quando, dopo oltre dieci anni, le prescrizioni dell’Autorizzazione Integrata Ambientale, risulteranno, pur con i loro forti limiti, finalmente attuate. Se l’azienda è così sicura dell’assenza di criticità in merito alla qualità dell’aria del capoluogo jonico, chieda ad Arpa Puglia, Aress Puglia ed ASL di Taranto di verificare se e per quale quantità prodotta non sussista nessun rischio inaccettabile per la salute.

Quanti veleni abbiamo respirato in questi decenni? Quanti ne abbiamo assorbiti negli ultimi dieci anni, a fronte di un’A.I.A. che ancora non è completamente attuata? Quanti saranno, in futuro, i malati e i morti provocati da quei veleni, sapendo che taluni effetti si manifestano anche dopo molto tempo?

«Da anni Legambiente indica, inascoltata, l’unica strada che può tenere concretamente insieme lavoro e salute: far discendere le scelte da una rigorosa valutazione preventiva dell’impatto sanitario che indichi con chiarezza se e quanto è possibile produrre con gli attuali impianti e con i prossimi, senza rischi inaccettabili per la salute, senza che fare acciaio si traduca in nuovi morti, da aggiungere ai tanti che già ci sono stati. È questa la vera misura della sostenibilità», concludono Stefano Ciafani, Ruggero Ronzulli e Lunetta Franco.

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