7 Dic 2022

Cosa porta sofferenza e cosa porta felicità? Alcune riflessioni sulla ricerca spirituale

Scritto da: Francesca Nicastro

La direttrice spirituale di Ananda, Asha Nayaswami, condivide con noi alcune riflessioni intime e profonde sulla spiritualità. Con lei abbiamo parlato a ruota libera di temi al tempo stesso leggeri e pregnanti, come l'evoluzione personale e la realizzazione di sé, i modelli a cui ci ispiriamo e il significato della parola "gioia".

«Noi esseri umani spesso impariamo proprio dalle sfide e dalle sofferenze. Dunque abbiamo davanti sì tempi duri ma anche l’opportunità di risvegliarci alla percezione di una realtà più grande, al potere della consapevolezza». Ci aveva detto Asha Nayaswami, direttrice spirituale della comunità Ananda di Palo Alto, in California, durante la conversazione che abbiamo avuto con lei sui grandi temi del cambiamento.

Asha ha parlato di giovani, di educazione, del rapporto fra esseri umani e natura, delle sfide del presente e del futuro. Insomma, del mondo di oggi e di domani. Ma adesso andiamo più in profondità, nel suo percorso di ricerca spirituale e di un approccio alla vita consapevole. «Spiritualità è conoscere me stessa – osserva Asha – e capire che sono parte di una realtà più vasta. La mia individualità esiste, io ho il mio karma da smaltire, ma sono integrata con altre persone, con altre coscienze e non sono mai separata da esse. Più la mia spontanea risposta alla vita è per il benessere di tutti, più io vivo nella dimensione spirituale».

Mi sembra di capire che, nella tua esperienza, spontaneità e spiritualità si diano la mano…

C’è una differenza tra fare le cose giuste perché so che le devo fare e invece farle spontaneamente perché vedo il mondo in un certo modo. Una madre ama naturalmente il suo bambino, non serve che si autodisciplini. Dunque non è tanto importante la filosofia che si segue o i libri che si leggono, quanto raggiungere questa spontaneità di relazione autentica, oltre ogni parola, idea, dogma.

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Perché consiglieresti a una persona di iniziare un percorso di ricerca spirituale?

Il grande interrogativo che ognuno si pone è che cosa causa sofferenza e che cosa porta felicità e la vera crescita sta nell’acquisire questa consapevolezza. Dalla mia esperienza, più io mi integro e mi relaziono con una realtà più vasta e più sperimento felicità e meno sofferenza.

Ananda, il nome della comunità in cui vivi, è una parola sanscrita che significa “gioia”. Cos’è la gioia?

Condividere con gli altri: quando scopriamo un buon ristorante, lo vogliamo subito far sapere agli altri affinché ne possano godere; quando troviamo qualcosa che aumenta la nostra felicità, subito desideriamo condividerla. Quando sperimentiamo la gioia e la condividiamo agli altri, le persone percepiscono la nostra sincerità e non abbiamo bisogno di persuadere nessuno.

Cosa significa far evolvere la propria coscienza?

La coscienza non evolve, semplicemente è. Meglio utilizzare la parola “realizzare” invece di “evolvere”. Quando si realizza qualcosa è perché c’è e c’era già: semplicemente se ne diventa consapevoli. Per rispondere alla tua domanda: realizzarsi spiritualmente per me significa capire cosa sta accadendo momento per momento dentro di me e fuori di me e sperimentare la vita attimo dopo attimo. Qualcuno ha detto: “La vita è l’unico gioco il cui il gioco è capire le regole del gioco”.

Perché è importante realizzare il Sé?

Ognuno vuole essere amato e soffre profondamente se è solo e incompreso. Se noi fossimo stati creati per essere infelici, saremmo contenti di esserlo. Invece dentro di noi sappiamo che quando siamo infelici c’è qualcosa di sbagliato. A volte cerchiamo di risolvere il problema continuando a fare le cose che abbiamo sempre fatto, e che non funzionano ma ci diciamo: “Speriamo che questa volta funzioni”. Eppure, seppur lentamente, impariamo dalle nostre esperienze e diventiamo più consapevoli, vediamo lo schema e le sue conseguenze, e alla fine troviamo la strategia per uscirne. Siamo spinti da dentro a cercare di capire e a tentare e, come il fiume che va all’oceano, anche se fa delle anse prima o poi arriva al mare.

Asha Nayaswami
Asha Nayaswami
Cos’è o chi è dio per te?

Qualcuno ha detto che la definizione di dio è speranza [speranza è anche il significato del nome Asha, ndr]. A volte perdiamo la speranza per un po’, ma poi ritorna e noi torniamo a tentare. È questo il modo in cui siamo fatti. Se non è un lieto fine non è la fine.

Quali sono i primi passi che una persona dovrebbe fare per avviarsi in un percorso di realizzazione del Sé?

Il sentiero della realizzazione del Sé non è una linea dritta, non è come in una gara in cui tutti sono in fila e seguono lo stesso percorso per arrivare al traguardo. Realizzazione del Sé significa diventare completi, crescere da dentro per diventare un cerchio perfetto. Se l’obiettivo è un cerchio perfetto, uno può entrarvi da qualsiasi punto e da lì espandersi fino a diventare l’intero cerchio.

Quindi, da dove cominciare?

Ciascuno inizia da dove è più naturale per lui: cambiando alimentazione, imparando a meditare, essendo più gentile con il proprio partner, immergendosi nella natura. Insomma, qualsiasi cosa lo faccia sentire più in armonia, più connesso a una realtà più grande, più aperto all’amore, invece che alla rabbia, alla paura. La cosa importante è guardarsi i piedi e fare il primo passo in avanti. Poi verificare se è proprio quello giusto e, se lo è, muovere un altro passo in quella direzione. Il più delle volte non è un repentino cambio dalla sera alla mattina, ma un piccolo seme che cresce da dentro.

Tu sei americana e vieni dalla terra del mito del “self made man”, dell’uomo fattosi da sé. Dalla tua esperienza è possibile “farsi da sé”?

Persino la persona che sembra essersi maggiormente fatta da sé non agisce senza modelli e riferimenti. Costruisce il suo successo su cose che sono state create da altri. E anche se innova o inventa, il nuovo nasce sempre da qualcosa che c’era già. Se riceve ispirazioni, idee, quelle idee e quelle ispirazioni da dove vengono? Le persone veramente grandi nel loro campo sanno che ricevono le idee, che non le creano.

Il grande interrogativo che ognuno si pone è che cosa causa sofferenza e che cosa porta felicità

La vita spirituale è molto sottile. Il senso del sé è molto sottile: non è un oggetto su cui dobbiamo discutere, ma una realtà da percepire per aderirvi intimamente. Molte grandi anime hanno percorso il sentiero prima di noi: camminare sulle loro orme è il modo migliore per riuscire a procedere. Quando cominciamo a capire questo, comprendiamo anche che ha senso cooperare con ciò. Ma se uno non ci mette l’impegno per sintonizzarsi con tale flusso di energia, non gli verrà certamente imposto.

Alcune persone, ad esempio, resistono all’idea di avere un guru. Dicono: “Voglio farcela da solo. Non voglio che nessuno gestisca la mia vita”. Io dico: “Non avrai tale fortuna, nessuno lo farà per te. Ma sarai aiutato se ci metterai il tuo impegno personale”. È come chi accinge a scalare un’alta montagna, che è un’impresa altamente tecnica e presuppone che si sappia cosa fare. Se qualcuno dice: “Guarda che ti posso aiutare”. Non ha senso forse lasciarsi aiutare? Il rifiuto di riconoscere la saggezza e a lasciarsi aiutare dagli altri è spesso il limite che dobbiamo superare per crescere spiritualmente.

Hai vissuto per quarant’anni a stretto contatto con una persona molto avanzata nella realizzazione del Sé, Swami Kriyananda. Qual è il principale insegnamento che senti di aver acquisito?

Quanto dio ci ama. Ho inoltre imparato a percepire che i Maestri sono lì per aiutarci e che vogliono farlo e a non preoccuparmi se sarò abbastanza brava o meno perché a loro non importa: vogliono soltanto portarci nella luce. Ho imparato a non dimenticare questa verità. Ho imparato a riconoscere che la mia vita è la loro storia, non è la mia storia. Sono loro che guidano lo show.

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Io devo solo mantenere alti l’entusiasmo e l’energia, ma loro scrivono la trama. È come in quegli show televisivi in cui ti danno il copione la mattina affinché tu lo possa recitare nel pomeriggio. Loro ci dicono qual è la storia di oggi e noi cerchiamo di recitarla al meglio. Ci vuole tanta energia e concentrazione per farlo. Ma se non c’è lieto fine vuol dire che non è la fine.

Sei da cinquant’anni nel sentiero del Kriya Yoga. Com’era Asha prima di intraprendere il cammino e com’è oggi?

È cambiato tutto nella mia vita, non potrei dire di più. Non avevo idea che avrei fatto una vita così significativa. Stavo cercando qualcosa di vero, di onorevole, che mi aiutasse ad essere felice e ad aiutare gli altri a esserlo a loro volta, ma non avevo idea di come sarebbe potuto accadere. A 22 anni ho incontrato Swami Kriyananda e non ho mai più voluto tornare indietro.

Non mi sono mai pentita, neanche per un istante, perché ogni cosa è andata subito meglio. Dopo cinquant’anni, è ancora meglio di ieri: ogni giorno imparo qualcosa di nuovo, di importante. Ogni giorno è una sorpresa e mi dico: “Wow funziona anche oggi!”. Spesso non mi spiego perché, ma sono grata e penso sia un miracolo.

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