24 Apr 2024

L’assalto eolico è ingiustizia climatica: le conseguenze sul patrimonio culturale sardo

C'è una forma di ingiustizia climatica che si lega ai grandi progetti di energia rinnovabile in Sardegna. Nonostante la Valutazione di Impatto Ambientale, le lotte di comitati e amministratori e l'intervento delle Soprintendenze, il cosiddetto "assalto eolico" e fotovoltaico continua a generare controversie e dubbi anche in merito al danno al patrimonio culturale.

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In Italia i progetti di costruzione di impianti di energia rinnovabile – come il fotovoltaico e l’eolico – quando superiori a una certa potenza, devono obbligatoriamente passare il vaglio della VIA, la Valutazione di Impatto Ambientale. Questa procedura serve a individuare i potenziali impatti ambientali di un progetto prima della sua realizzazione e teoricamente anche a impedirla, se questi sono ritenuti significativi. A questo proposito, le Norme in materia ambientale descrivono l’impatto sull’ambiente come qualunque alterazione del “sistema di relazioni” che legano gli elementi di un luogo, includendo dunque nel concetto di ambiente tanto la natura quanto gli esseri umani che la abitano. 

Può sembrare paradossale che l’energia green rischi di produrre un danno ambientale, determinando forme di ingiustizia climatica; d’altro canto, è riconosciuta come assolutamente cruciale nella lotta al cambiamento climatico. Eppure, sempre più studi dimostrano che i mega-progetti concentrati in aree rurali impoverite e pensati per produrre energia da esportare altrove, alterano pesantemente l’aspetto e la natura dei luoghi, danneggiandone anche la qualità di vita degli abitanti.

Il progetto dell’Atlante globale della giustizia ambientale (EJAtlas) mappa tutti i casi studiati nel mondo in cui comunità locali sono entrate in conflitto con soggetti esterni – tanto lo Stato quanto i privati, come le multinazionali – per la tutela dell’ambiente. Accanto a ovvi esempi, come la deforestazione o l’inquinamento delle acque, sull’Atlante spiccano i mega-parchi eolici e fotovoltaici, catalogati a tutti gli effetti come forme di “ingiustizia climatica”. 

ingiustizia climatica
Immagine estrapolata da EJAtlas, mappatura di casi di ingiustizia climatica
L’INGIUSTIZIA CLIMATICA, UN FENOMENO GLOBALE

A livello mondiale, alcune popolazioni subiscono maggiormente gli effetti del cambiamento climatico: paradossalmente, sono le stesse su cui ricade di più anche l’impatto negativo delle soluzioni green. Spesso, sono anche le medesime che, storicamente, hanno subito forme di sfruttamento a vantaggio dei Paesi occidentali. Per questo motivo, alcunə studiosə descrivono i mega-progetti nel settore delle rinnovabili come nient’altro che “capitalismo verde” e le rinnovabili al pari di un nuovo combustibile fossile, i cui impatti sono ancora appena studiati

Sull’Atlante sono registrati quasi cento casi di ingiustizia climatica, dall’estremo sud della Patagonia all’estremo nord della Norvegia e della Svezia, terre degli indigeni Sami, passando per il Messico, il Kenya, il Giappone , l’India e persino le remote Hawaii. Questi sono solo i casi studiati in ambito accademico: la Sardegna (ancora) non compare nella mappa, nonostante l’isola sia interessata da richieste per l’installazione di impianti di energia rinnovabile che sono otto volte superiori alle necessità: 800 istanze, secondo le stime più recenti.

Le accuse di speculazione sono rivolte tanto ai proponenti dei mega-progetti – multinazionali del settore – quanto allo Stato, che fallisce nel regolamentare il fenomeno e frequentemente ignora i pareri negativi di comunità e amministrazioni locali. Alexander Dunlap, ricercatore all’Istituto per la Sostenibilità Globale dell’Università di Boston, scrive che la catena di approvvigionamento per produrre energie rinnovabili su scala industriale ha un costo, che è tanto ecologico quanto sociale. In particolare negli ultimi anni, in cui le politiche green hanno avuto un’accelerazione, si è iniziato a parlare dell’impatto culturale dei mega-progetti, tra le conseguenze più significative sulla qualità di vita della popolazione locale. 

ingiustizia climatica eolico
VALUTARE L’IMPATTO: LA PROCEDURA

In Sardegna la Valutazione d’Impatto Ambientale è l’unico strumento legale che permette a comunità ed enti interessati di presentare le proprie osservazioni in merito alla costruzione di mega-impianti nei propri territori e così sperare di contrastarli. Dall’avvio del procedimento, si hanno 30 giorni per elencare le ragioni del “No” ai progetti. A questa corsa contro il tempo partecipano diversi soggetti: amministrazioni comunali, associazioni e privati, cittadini e imprese. Anche gli organi competenti, come l’Assessorato della Difesa dell’Ambiente, il Ministero della Cultura o le singole Soprintendenze, presentano i loro pareri.

Tra i numerosissimi pareri pubblicati, quelli della Soprintendenza Speciale per il PNRR – che si è espressa negativamente su diversi progetti presentati in territorio sardo – hanno dato particolare speranza a chi si oppone ai mega-impianti. La Soprintendenza Speciale è un organo del Ministero della Cultura istituito nel 2021 dal Governo Draghi per velocizzare gli interventi per la transizione ecologica. 

Talvolta accusata di scavalcare, di fatto, le regioni e le sovrintendenze locali, nel 2023 ha però ripetutamente ripreso le osservazioni degli enti sardi per motivare il forte diniego a progetti eolici contestati dalle comunità, come “Bruncu de Lianu”, “Luminu”, “Serras”, “Marmilla” e “Collinas”. Nei documenti, l’impatto culturale appare come la ragione principale del parere negativo alla costruzione dei mega-impianti in queste aree della Sardegna rurale. 

A preoccupare è anche l’alterazione di un paesaggio in cui i beni archeologici e culturali si compenetrano con l’ambiente naturale

SULL’IMPATTO CULTURALE

La preoccupazione verso l’alterazione del paesaggio, i potenziali danni al patrimonio archeologico e la perdita dell’uso agropastorale delle terre emergono come centrali anche nelle osservazioni delle Soprintendenze. Oltre agli aereogeneratori, gli impianti consistono in massicce fondamenta, piazzole di montaggio e manutenzione, l’ampiamento delle strade per il trasporto delle componenti e scavi per la messa in posa dei cavidotti interrati per il collegamento elettrico. Spesso nelle aree in cui ricadrebbero gli impianti sono presenti numerosi siti archeologici, la cui tutela di norma è garantita da una fascia di rispetto detta buffer, che circonda il sito entro cui è vietato costruire – 3 chilometri per gli impianti eolici e 500 metri per i fotovoltaici.

Ciononostante, i mega-progetti presentati in Sardegna violano sistematicamente questa normativa, per esempio ubicando le gigantesche pale anche a poche centinaia di metri da nuraghi censiti. Non di rado, anche la verifica preventiva – obbligatoria e utile a individuare le aree in cui è più probabile trovare resti archeologici – risulta quasi superflua e non fa altro che confermare l’assoluta incompatibilità degli impianti con la tutela del patrimonio culturale nelle località più ricche di beni archeologici. Non è solo la distruzione di eventuali reperti a preoccupare, ma anche l’alterazione di un paesaggio in cui i beni archeologici e culturali si compenetrano con l’ambiente naturale.

In Marmilla, la Soprintendenza Archeologia scrive che gli aerogeneratori costituirebbero un “ostacolo visivo alla percezione delle relazioni paesaggistiche” e “svilirebbero il loro rapporto dimensionale con il territorio da essi connotato”: in altre parole, con la loro mole imponente, renderebbero impossibile percepire appieno le architetture e la loro complessa e delicata relazione con gli spazi rurali in cui sono immerse. A questo proposito anche la Soprintendenza Speciale descrive le pale eoliche come “elementi estranei di natura industriale” che “frammentano il paesaggio esistente”: un vero smacco per la retorica dell’energia verde.

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Basilica di Saccargia
UN’INGIUSTIZIA CLIMATICA DERIVA E ESITO DI DISUGUAGLIANZE

La descrizione del danno culturale dei mega-progetti per la produzione di energia rinnovabile non può essere sintetizzata in questa sede. Eppure, se fino a pochi anni fa il parere del Ministero della Cultura era vincolante, oggi l’ultima parola nel procedimento di VIA spetta al Governo, che può scegliere di ignorare i pareri negativi e approvare la costruzione degli impianti. Come nel caso del Parco Eolico Nulvi Ploaghe, bocciato dal Ministero della Cultura per la vicinanza a siti di epoca nuragica e a un bene culturale di primaria importanza quale la Basilica di Saccargia, poi approvato dal Ministero per la Transizione Energetica e dal Governo Draghi, e recentemente confermato dal Consiglio di Stato, che ha respinto il ricorso della Regione.

Vent’anni fa l’antropologo Arturo Escobar scriveva che le disuguaglianze socioeconomiche generano anche disuguaglianze culturali. Ancora oggi alcune culture sono evidentemente considerate più sacrificabili di altre sull’altare del progresso. È quanto mai urgente aprire un dibattito che verta sull’ingiustizia climatica, sull’effettiva sostenibilità delle politiche del cosiddetto “sviluppo sostenibile” e sulla loro apparente inconciliabilità con il diritto all’identità e all’autodeterminazione nelle scelte di vita delle realtà periferiche e minoritarie, come quella sarda. 

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