12 Giu 2024

Save My Ocean, il movimento per proteggere l’ambiente marino fondato da una giovane ogliastrina

Scritto da: Sara Brughitta

Save My Ocean è un movimento indipendente nato dalla volontà di contribuire alle azioni in campo contro l'inquinamento dei mari, dimostrando come anche l'azione del singolo possa avere un impatto significativo sulla salute del nostro pianeta. Fondata dall'attivista ogliastrina Francesca Congiu, l'organizzazione ha già raccolto 2,1 tonnellate di plastica dai mari. Con eventi che coinvolgono volontari in Sardegna, Italia e in alcuni stati africani, Save My Ocean promuove la sensibilizzazione ambientale e l'educazione alla sostenibilità, evidenziando l'importanza di una comunità unita nella lotta contro l'inquinamento marino.

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Ogliastra - Save My Ocean parte dal singolo ma guarda lontano. Al presente in ottica di un futuro possibile, di una cura che deve essere alla base del nostro attraversare il mondo e di una comunità che insieme, può fare la differenza. L’organizzazione, che ha come obiettivo ripulire il mare dai rifiuti, dimostra come anche l’azione del singolo possa contribuire a migliorare il pianeta e a ridurre il nostro impatto sul mondo, anche solo con ciò che si ha a disposizione, purché animati da passione, spirito di collaborazione e amore per il proprio territorio.

Da quando è stata fondata dall’attivista ogliastrina Francesca Congiu, Save My Ocean è riuscita a raccogliere 2,1 tonnellate di plastica dai mari. Un lavoro che prosegue spesso al fianco di Comuni, sommozzatori, istituzioni pubbliche o aziende private che scelgono di supportare il lavoro di volontari e volontarie nella salvaguardia ambientale, consolidando appuntamento per appuntamento una rete comunitaria ogni volta differente, ma sempre mossa dalla volontà di un’azione concreta contro l’inquinamento dei mari.

Save my ocean
Francesca Congiu, presidente di Save My Ocean
Come nasce il Save My Ocean?

Nel 2018 mi trovavo in Kenya per volontariato. Qua ho iniziato ad aiutare le persone a raccogliere i rifiuti dalla strada, in mare e nelle zone limitrofe, sicché quando sono tornata nel mio paese, Tortolì, durante l’inverno ho cominciato anche lì da sola a pulire le spiagge. Mi resi conto da subito di quanto fosse piena di rifiuti, allora mi venne l’idea di promuovere sui social azioni di sensibilizzazione ambientale: sono partita dal creare una pagina Instagram e postare delle foto di rifiuti ributtati indietro dal mare.

Dopo non troppo tempo ho raggiunto una fanbase di circa 8000 persone su Instagram e 20000 su Facebook, mi sono resa conto del fatto che era nata una community. Da quel momento ho iniziato a organizzare dei veri e propri eventi che coinvolgevano volontari da tutta Italia, tutti impegnati nel ripulire acque di mari o fiumi. L’anno scorso abbiamo fondato un’organizzazione no profit con un totale sette soci, io sono la presidente.

Non vi limitate infatti alla Sardegna, ma con Save My Ocean avete portato avanti azioni in più parti del mondo.

Sì, gli eventi vengono organizzati anche nella penisola italiana e in Africa e non ci limitiamo solo alle spiagge: a Torino ad esempio abbiamo raccolto a novembre 300 chili di rifiuti dal Po, lo abbiamo fatto in un’ora grazie a una squadra di volontari. Portiamo avanti poi anche altre attività di sensibilizzazione in Africa, grazie a progetti con centri di ricerca indipendenti: in Mozambico ad esempio insieme a Dolphin encoutours research center, centro di ricerca per la salvaguardia dei cetacei, abbiamo organizzato delle giornate di pulizia e osservazione dei cetacei in free diving senza bombole.

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Immagine condivisa da Save My Ocean
In Sardegna quali sono state le tipologie di rifiuti più diffuse e più pericolose che avete trovato?

Troviamo molto spesso pneumatici e plastiche monouso, che deteriorandosi rendono la rimozione più difficoltosa, a tratti impossibile. Troviamo però anche molte lattine, batterie abbandonate; nella zona di San Gemiliano a Tortolì abbiamo trovato due metri quadri di eternit, infatti per la rimozione di rifiuti pericolosi ci appoggiamo sempre a ditte speciali per lo smaltimento, per esempio la Tugulu trasporti ambiente, che ci supporta molto in casi come questi.

Nel porto di Arbatax, località di pescatori, la settimana scorsa siamo scesi con le bombole e abbiamo raccolto 600 chili di rifiuti di vario genere. Quello che bisogna pensare è anche che quei rifiuti finiscono nella pancia dei pesci che si mangiano. Certo, ci sono anche delle realtà pulitissime come il porto di Santa Maria o le coste di Baunei, ma c’è ancora tanto lavoro da fare.

Essendo attivisti noi la pulizia la facciamo comunque: il nostro obiettivo è che i rifiuti non finiscano in mare, il fine è senz’altro più impellente dell’ok di un Comune

Perché un livello di pulizia è possibile nel porto di Santa Maria, mentre in quello di Arbatax non è presente al momento? 

Bisogna considerare che il porto di Arbatax è un porto industriale e si creano quindi delle dinamiche che in un porto turistico come quello di Santa Maria non ci sono. Tuttavia nella penisola italiana ci sono altri porti che sebbene siano industriali sono riusciti a ottenere la certificazione di approdo blu per aver rispettato dei vari punti di educazione e gestione ambientale, dei servizi, della sicurezza e della qualità delle acque. Penso che sarebbe bellissimo riuscire a ottenerlo anche nel porto di Arbatax, anzi spero diventi l’obiettivo anche nei prossimi anni: il porto come luogo in cui si svolge anche sport, ad esempio.

Come procede il dialogo con le amministrazioni, c’è collaborazione?

Quest’anno abbiamo chiesto il patrocinio del Comune di Tortolì per le varie iniziative di pulizia, che ha voluto supportare, essere presente e aiutarci nel ritiro dei rifiuti e nel promuovere i nostri eventi. Tuttavia, in altri comuni  ci è capitato anche di non ricevere risposte dalle amministrazioni. Sicuramente però non c’è un freno alle nostre intenzioni: essendo attivisti noi la pulizia la facciamo comunque da soli, senza chiedere i permessi; il nostro obiettivo è che i rifiuti non finiscano in mare quindi il fine è senz’altro più impellente dell’ok di un Comune.

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Immagine scattata durante una delle immersioni – Save My Ocean
In conclusione, quali dovrebbero essere secondo Save My Ocean le iniziative per sensibilizzare a un maggiore rispetto dell’ambiente?

Riflettendo a partire dalla mia esperienza, per me sono state fondamentali le giornate in cui a scuola ci facevano raccogliere i rifiuti nelle spiagge o in cui ci parlavano e insegnavano a fare la raccolta differenziata. Queste attività hanno avuto su di me un effetto particolare, ma alla fine la matrice secondo me arriva anche durante la fase della crescita.

La sensibilizzazione nelle scuole deve assolutamente essere all’ordine del giorno, ma deve però essere accompagnata anche dalla fornitura di adeguati punti di raccolta nei comuni e un’organizzata rete per la gestione dei rifiuti. Nei pressi delle spiagge, di porti o località di mare e anche d’inverno. In un’isola dove il clima spesso consente la fruizione delle spiagge tutto l’anno, sarebbe inoltre importante che queste azioni fossero ben organizzate sempre, che la sostenibilità ambientale fosse all’ordine di ognuno dei 365 giorni dell’anno.

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