27 Ottobre 2025 | Tempo lettura: 7 minuti

Zona rossa a Cagliari: tra controllo e vita quotidiana, cosa significa davvero sentirsi al sicuro?

A Cagliari la zona rossa di Piazza del Carmine riaccende il dibattito su sicurezza e controllo urbano.

Autore: Lisa Ferreli
foto del comune di cagliari zona rossa
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“A Cagliari le zone rosse e i controlli nei quartieri non sono stati creati per garantire sicurezza, ma per limitare l’accesso di chi vive davvero la città. Si usa la scusa del decoro e della criminalità per restrigere la libertà di movimento, mentre le stesse istituzioni favoriscono la turistificazione e l’accesso di chi trae profitto dai nostri quartieri”. All’ordinanza prefettizia che rafforza le misure di prevenzione e controllo nella zona di piazza del Carmine a Cagliari – l’istituzione della cosiddetta “zona rossa” per 60 giorni – c’è chi si oppone senza mezzi termini.

“Non c’è decoro nella segregazione” e ancora, “non vogliamo città pensate per pochi turisti o investitori: vogliamo città inclusive”. Una contestazione che arriva in pillole via social da una parte della rete Sud Europa contro la Turistificazione (SET), la Casa del Popolo Rosa Luxemburg di Cagliari, e che guarda al virtuale come interfono di una protesta che nel capoluogo pone radici da ben prima dell’attuale zona rossa sperimentale, contro quei perimetri invisibili che in città diventano solchi di esclusioni e esclusive. Una contrapposizione che mette al centro la parola più usata – e spesso fraintesa – di tutte: sicurezza.

La cronaca della zona rossa

L’ordinanza prefettizia è stata adottata a partire dal 17 settembre per 60 giorni, “al fine di sperimentarne gli effetti e di valutare la possibilità di estenderla ad altre aree della città“, recita il testo. “Il Comitato provinciale per l’Ordine e la Sicurezza pubblica […] ha condiviso la necessità del rafforzamento delle misure di prevenzione e controllo su alcuni siti specifici della città individuati sulla base delle indicazioni delle Forze dell’Ordine e dell’Amministrazione comunale”. Controlli rafforzati quindi per contrastare la microcriminalità che negli ultimi tempi le cronache dal centro del capoluogo – soprattutto dalla zona di Piazza del Carmine – hanno riportato con frequenza.

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Piazza del Carmine, una delle aree interessate dalla zona rossa – foto di Cristiano Cani

Una zona rossa che ha quindi un perimetro definito: include Piazza del Carmine e le aree circostanti, ovvero via Sassari sino all’angolo con via Mameli, via Maddalena, via Malta, via Crispi, vico Malta e viale Trieste, sino alla via Isola di Tavolara. Si ponga però un freno all’immaginazione: nessun tornello o checkpoint regola l’ingresso nell’area individuata. L’operazione avviene attraverso l’adozione di “misure temporanee a carattere preventivo” da parte delle forze dell’ordine, ma l’interrogativo su come proceda il controllo sorge spontaneo.

A spiegarlo è il primo cittadino, Massimo Zedda, che ha partecipato al Comitato provinciale per l’Ordine e la Sicurezza pubblica: «Si tratta di una sperimentazione che impone il divieto di stazionare, nelle aree che si sono rivelate più problematiche, ai soggetti che assumano atteggiamenti aggressivi, minacciosi e molesti o che abbiano precedenti penali, a titolo d’esempio, per spaccio di droghe e furto. Per queste persone è previsto l’allontanamento e la verifica dei documenti di identità». Ed è da qui che si innesta la (prima) critica alla zona rossa da parte dei movimenti locali: allora, senza tornelli o checkpoint, in uno spazio al centro del capoluogo quindi densamente attraversato, è legittimo chiedersi dove si posa lo sguardo del controllo?

Serenità agognata

«Il timore è che in un mondo dove troppo spesso si usa la profilazione etnica posso diventare “soggetto specifico” nel momento in cui ho la pelle nera, ad esempio. L’identità della persona che passa può venire presunta da caratteristiche esteriori: se sei povera sei sospetta? Potrebbero essere segnali che dicono che sei un soggetto da controllare, non conforme a chi si vuole popoli quello spazio; una continuazione con le politiche del “decoro” – comuni a destra e a sinistra – che sono la traduzione edulcorata del più vecchio “ordine e disciplina”». A parlare è Claudia Ortu della Casa del Popolo Rosa Luxemburg e il riferimento è al Regolamento di sicurezza Polizia Urbana introdotto dalla precedente giunta Truzzu, di centrodestra.

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Viale Trieste, una delle aree interessate dalla zona rossa – foto del Comune di Cagliari

Il tema del decoro cittadino accompagnava l’introduzione di quest’ultimo Regolamento – approvato nel 2021 e da subito osteggiato in città, soprattutto rispetto al divieto di chiedere l’elemosina in centro, poi rimosso dall’attuale giunta di centrosinistra – insieme anche a quello della serenità collettiva. “Vogliamo dare sicurezza e serenità ai cagliaritani – aveva dichiarato l’allora Presidente del Consiglio Comunale Edoardo Tocco – che sapranno di poter vivere in un ambiente pubblico controllato”. Una frase che riprende un concetto ribadito oggi anche dal Sindaco di Cagliari, per cui “il potenziamento dei controlli dopo gli episodi accaduti” è avvenuto “nell’ottica di garantire una maggiore serenità alle cittadine e ai cittadini“.

«”Serenità” di chi? Nel momento in cui si allontanano e tengono distanti delle soggettività non è certo alla serenità di tutti e tutte che si mira», commenta Claudia Ortu. «Da cittadina avere una piazza bordata dalle macchine della Polizia non mi fa sentire tanto sicura, personalmente. Capisco possa non piacere il cosiddetto “disagio”, ma la realtà di quello che sentiamo è che siamo esseri empatici e fa male vederlo, però non si possono risolvere problemi sociali con atteggiamenti securitari. Bisogna ragionare su quale sia il problema con la consapevolezza che non lo si risolve spostandolo altrove, anche perché non possiamo essere felici o sereni finché ci saranno persone che non sono felici e serene intorno a noi».

Mi devo far catapultare in elicottero nella zona rossa per essere “sicura”?

Una critica quella che guarda all’approccio securitario che non trova concorde il sindaco Zedda: «L’adozione delle zone a sorveglianza rinforzata non significa che si perdano di vista gli altri quartieri. Per quanto riguarda poi la nostra azione in piazza del Carmine, in controtendenza rispetto a un approccio solo legato alla sicurezza, abbiamo animato la piazza con decine di iniziative culturali e interventi sociali per le persone che hanno bisogno di un supporto». Ma dal nodo cagliaritano di Sud Europa contro la Turistificazione, di cui fa parte la Casa del Popolo, resta la critica a un modello che rischia di ridisegnare i confini sociali della città.

La città miraggio

Per Ortu quella che si è creata è «un’illusione di sicurezza e serenità. C’è un legame con la questione della città turistica – prosegue – dove si cerca di creare luoghi cartolina a uso e consumo turistico che non devono subire alterazioni della dinamica fiabesca. Ma siamo incarcerati in gabbie dorate: se si hanno problemi di sicurezza allora come posso attraversare la città? Mi devo far catapultare in elicottero nella zona rossa per essere “sicura”? E poi, le persone allontanate ora dove sono? Cosa fanno? L’importante è cancellare il sintomo del malessere anziché andarne alla radice, è evidente».

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Palazzo Civico Ottone Baccaredda, Cagliari – foto di Francesco Canu

Dal canto suo l’Assessora alla salute e benessere del Comune di Cagliari Anna Puddu sottolinea anche come «la decisione della zona rossa non è stretta competenza dell’Amministrazione. Dal nostro punto di vista e in tutti i tavoli in cui si è parlato di sicurezza abbiamo ribadito che è necessario fare una mappatura dei fenomeni che generano maggiori preoccupazioni con l’obiettivo di sviluppare politiche integrate che restituiscano dignità alle persone. Ben venga qualunque rafforzamento della sicurezza percepita ma di pari passo devono essere prese in carico le persone per le problematiche che vivono».

Una discussione sulla sicurezza che si intreccia a quella sul modo di vivere la città. «Sentirsi sicura vuol dire vivere la città in qualsiasi momento del giorno o della notte senza temere che mi accada qualcosa – conclude Claudia Ortu –, ma per ottenere questa possibilità le persone intorno a me devono stare bene, è l’unico modo per essere sicuri e sicure in città: che nessuna persona abbia un malessere tale da portarla a compiere un qualunque atto vada a intaccare l’incolumità altrui. La nostra sicurezza deriva dal benessere di chi ci sta intorno. Non servono muri né restrizioni, ma politiche che permettano alle persone che lavorano, studiano e vivono a Cagliari di restare in città senza essere escluse o segregate».