Sardegna, Palestina e il docufilm che racconta le similitudini e le connessioni che esistono tra i popoli
C’è un progetto in corso in Sardegna, che guarda lontano. Fino alla Palestina. Si tratta del docufilm di Ahmad “Abo” Al Khalil insieme all’associazione sarda ISSASA.
Un ponte vivente tra Palestina e Sardegna: questo il progetto in divenire del nuovo docufilm di Ahmad “Abo” Al Khalil, regista palestinese, ideato e realizzato nell’Isola insieme alla neonata associazione culturale no profit – tutta al femminile – ISSASA. Sulle locandine sono raffigurati una donna con il velo e un uomo di mezza età che indossa una berritta, uno di fronte all’altro; sopra, la scritta: “Il mondo intero ha il colore della terra natìa”.
Due popoli, due terre distanti tra loro, con storie differenti – ma con moltissimo in comune, secondo gli ideatori del progetto. Interamente autoprodotto, il docufilm uscirà l’anno prossimo con l’obiettivo di “tracciare un percorso comune di identità e resistenza” tra la Palestina e la nostra isola, attraverso “le immagini, le parole e i suoni raccolti nelle montagne, nei paesi e nei campi della Sardegna”. Il regista Abo Al Khalil e la presidente di ISSASA Cristina Sarigu ce l’hanno raccontato.

Cristina Sarigu, com’è nato questo progetto?
L’idea è nata un mercoledì di marzo, fuori dall’associazione Sardegna Palestina. Si era appena conclusa la XXI edizione dell’Al Ard film festival, eravamo con alcuni amici tra cui il presidente dell’associazione Fawzi Ismail. Lì ho detto: “Fawzi, io vorrei proprio fare un film su Sardegna e Palestina”. E stavamo sorridendo, come per gioco, ma Fawzi – che trasmette sempre tanta energia positiva, anche dove c’è tanto dolore – ha detto: “Allora fallo!”.
Quindi ho scritto il progetto e contattato il regista palestinese Abo Al Khalil, che aveva partecipato ad Al Ard con il suo film “Ya Maha”. Lui ha accettato e questa estate abbiamo viaggiato in tutta la Sardegna per le riprese. Girare questo film è stato molto impegnativo: abbiamo dedicato tutta l’estate al progetto. Ma rifarei tutto quanto.
Cosa volete raccontare con questo film?
Questo film racconta le similitudini e le connessioni che esistono tra il popolo sardo e quello palestinese e i problemi che sono comuni a questi due popoli: soprattutto la perdita del patrimonio culturale immateriale e delle memorie comunitarie e l’indebolimento della trasmissione intergenerazionale. L’idea è nata di pancia, dal desiderio di custodire e trasmettere la memoria culturale della Sardegna e della Palestina alle generazioni future, di lasciarne traccia.
Per noi Sardegna e Palestina esprimono valori comuni di identità, appartenenza e continuità culturale
Il docufilm mette in dialogo due popoli che, anche se lontani dal punto di vista geografico, sono sorprendentemente affini nelle tradizioni, nei gesti, nei volti, nei linguaggi simbolici e nel rapporto profondo con la terra. Volevamo raccontare queste connessioni attraverso le testimonianze delle persone, la musica, la poesia, la ritualità. Per noi Sardegna e Palestina esprimono valori comuni di identità, appartenenza e continuità culturale: e questi sono valori resistenti, anche se in Sardegna l’oppressione che viviamo è silenziosa.
E hai trovato un regista palestinese che ha voluto prendere in mano questo progetto. Abo Al Khalil, perché questa scelta?
Conoscevo la Sardegna da diversi anni perché avevo già lavorato con Al Ard. Ma è stato solo pochi mesi fa che ho scoperto che le persone qui non sono italiane, anche se parlano italiano [ride, ndr]. ISSASA mi ha contattato per questo progetto e mi ha chiesto se volevo essere coinvolto. “Troviamo delle storie tra Palestina e Sardegna”; ho detto di sì e ho iniziato a scrivere la sceneggiatura. E da lì il film ha cominciato a crescere e crescere e mentre viaggiavamo per la Sardegna e incontravamo le persone la sceneggiatura cambiava.
Siamo stati a Orgosolo, Aritzo, Urzulei… e ho visto tante persone parlare in sardo. Questa cosa mi ha toccato molto: mi sono chiesto: “Perché continuano a parlare in sardo ancora oggi?”. E questo mi ha dato tanto a cui pensare, come palestinese. Sai, io sono un esiliato, non posso tornare nella mia terra. Sono nato in Arabia Saudita e cresciuto in Libano da una famiglia palestinese della diaspora. Se volessi descrivere la mia terra natìa lo farei come può farlo ChatGpt, perché io non l’ho mai vissuta. Per tutta la vita ho visto la Palestina da fuori.

E quindi, anche se penso che le lotte sarda e palestinese siano molto diverse, conoscere la situazione della Sardegna e della lingua sarda mi ha dato da pensare. Ho pensato: se noi palestinesi smetteremo di lottare per liberare la nostra terra, forse un giorno finiremo per parlare tutti ebraico.
Ci sono somiglianze tra Sardegna e Palestina?
C’è una forma di occupazione in Sardegna. E quindi ci sono delle similitudini con la Palestina: basti pensare al 60% delle basi militari italiane che sono in territorio sardo. Nel film traccio dei parallelismi, ad esempio, tra il taglio delle piante di ulivo – simbolo della lotta palestinese – e la costruzione di mega-impianti con l’abbattimento degli ulivi nell’isola. Ma ciò che è importante non sia quanto la Sardegna è simile alla Palestina, bensì che esistono altri popoli con una lotta simile a quella del popolo palestinese.
Simile, certo non la stessa. In Sardegna non c’è apartheid. Se i sardi vivessero l’apartheid dentro l’Italia, più sardi lotterebbero, più sardi parlerebbero in sardo. Invece voi vivete un’occupazione “soft”, più nascosta. E il colonialismo usa questa strategia, di gestire le nuove generazioni perché sono quelle che parleranno di ciò che è successo ai loro nonni. Ma le vecchie generazioni, i vostri nonni, non hanno risolto il problema; hanno lasciato che continuasse.

Abo Al Khalil con questo film volete “rompere la bolla” e arrivare a tutti quei sardi che altrimenti non penserebbero alla Sardegna come a un territorio occupato o che non si sentono affini alla Palestina?
Rompere la bolla, no. Mettere un’idea diversa nella testa delle persone, sì. Questo è l’obiettivo di tutti i miei film.
Come si intitola il vostro film?
Non ha ancora un nome. Sarà qualcosa sull’identità e la terra, perché alle persone chiedevo: “Perché sei sardo? Cosa significa essere sardo?”. Una volta che l’editing sarà finito, avremo un titolo. Ho scelto di realizzare film senza finanziamenti perché non voglio accettare fondi da istituzioni che sono coinvolte nell’occupazione, come l’Unione Europea; ma lavorare da soli, interamente autoprodotti, rende tutto più lento e più difficile. Io non voglio mostrarci come vittime, perché siamo combattenti. E anche io voglio lottare per la mia terra.









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